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Né influencer, né superstar: attivisti a tutti i costi

Quello dell’attivista è il ruolo più richiesto sui social. Poco importa che sia o no una performance – c’è un disperato bisogno di credere in qualcuno che ci dica ad alta voce ciò che riteniamo giusto

Stai scorrendo senza interesse le storie delle persone che segui su Instagram: ci sono buone probabilità che ti imbatterai in un selfie, nel reel di un gatto che fa qualcosa di stupido e amorevole e nel post di uno dei numerosi attivisti social che ti spiegano in cinque semplici infografiche cosa ti sei perso negli ultimi cent’anni di storia.

Sempre più utenti si affidano a questo genere di contenuti per restare al passo con ciò che accade nel mondo e sempre più creator espongono la propria partigianeria social sostituendola con la tradizionale lotta sul campo. 

Lo sa bene Cathy La Torre, l’avvocata con quasi ottocentomila seguaci su Instagram che ha di recente creato una storia in evidenza dal titolo “Gaza”, ultima raccolta di pensieri e repost sul conflitto in atto nella Striscia, in cui spunta anche il volto di un altro personaggio molto seguito sui social per le sue opinioni sui fatti di politica e attualità, il giornalista Emilio Mola. «Lo ascoltate tutto?», supplica Avvocathy. In un video di diciassette minuti, Mola riassume ben centoventisette anni di storia per rendere “semplice” il conflitto israelo-palestinese. La lunga selezione di repost e riflessioni di La Torre è però preceduta da un’onesta quanto contraddittoria ammissione di ignoranza: «Sono un’avvocata e non un’esperta in geopolitica». Confessione che potrebbe benissimo essere stata scritta sulla sabbia, anziché nella memoria permanente di internet. 

Non importa a nessuno che lei non ne sappia niente. Nelle ultime settimane, infatti, molte celebrità e influencer hanno parlato del conflitto sulle proprie piattaforme social, mentre chi ha evitato di dire la sua ha ricevuto numerosi commenti d’odio con l’accusa di ignorare quello che stava accadendo. È segno che non è importante che gli attivisti social siano davvero informati su Israele e le sue azioni, ma è inconcepibile che non dicano nulla a riguardo. È altrettanto inconcepibile che agli influencer il conflitto, semplicemente, non interessi. O, peggio, che possano seguire gli avvenimenti lasciando le riflessioni agli esperti e la lotta ai veri attivisti. Vietato stare zitti. Soprattutto sui social.

I COSPLAYER di Marracash: clicca per leggere l’approfondimento

«Dio ci salvi», ha scritto Marracash, «da politici sempre più simili a influencer, finché non candideranno loro direttamente». Il verso è contenuto in COSPLAYER, sesta traccia del sesto album del rapper italiano, NOI, LORO, GLI ALTRI, pubblicato il 19 novembre 2021. Marra sottolinea quanto sia grave che il rapper o la popstar di oggi siano diventati cosplayer che si appropriano di un linguaggio che non sta loro a cuore per ragioni di puro business. Il riferimento neanche troppo velato è anche a Fedez – il «biondo patriota» che «sui social si prodiga per noi» – che si esprime spesso in merito a temi sociali.

Ne è la prova una ricerca degli studenti della McMaster University della città di Hamilton, in Ontario, Canada, secondo cui «l’attivismo performativo è spesso guidato dalla paura dell’alienazione sociale o di essere “cancellati”». Di conseguenza, molti utenti si atteggerebbero ad attivisti social «con il solo scopo di mantenere un’immagine sociale, piuttosto che fornire sostegno significativo a una causa». Va da sé che spesso coloro che si impegnano nell’attivismo online lo trattano come un fenomeno di tendenza e non attuano affatto comportamenti reali a sostegno delle cause per le quali dicono di lottare. La ricerca ha infatti evidenziato come, su un gruppo di giovani studenti, la maggior parte ha indicato di non impegnarsi mai in forme di attivismo offline, che richiederebbero più sforzo e sacrificio e rischierebbero di mettere le loro vite a repentaglio, mentre si dedica molto spesso all’attivismo online. E alla domanda «ti sei mai sentito obbligato a pubblicare o condividere contenuti sui social media per sostenere questioni sociali?», più del cinquanta per cento degli intervistati ha detto di sì.

Quando poi gli utenti hanno un cospicuo numero di seguaci, come gli influencer o le celebrità, la pressione sociale si fa ancora più opprimente. Pur di non restare in silenzio, Kylie Jenner ha pubblicato una storia per indicare il suo supporto a Israele, e solo quando ha perso più di un milione di seguaci l’ha cancellata. Queste azioni senza convinzione né trasporto attirano l’attenzione su di sé, piuttosto che sulla causa. In uno studio che esamina l’efficacia dell’attivismo online, l’americano Institute for Public Relations ha scoperto che la maggior parte degli attivisti social non pensano che le loro azioni cambieranno davvero qualcosa, ma si impegnano nell’attivismo performativo per guadagnare capitale sociale e soddisfare il pubblico che li osserva attraverso lo smartphone. Le persone, soprattutto quelle più seguite, di rado pubblicano qualcosa sulle piattaforme online senza considerarne l’accoglienza e come saranno percepite. Hanno una reputazione da mantenere. 

Il capitale sociale nel pensiero di Bourdieu: clicca per leggere l’approfondimento

Il sociologo francese Pierre Bourdieu ha definito il capitale sociale come «la somma delle risorse, materiali o meno, che ciascun individuo o gruppo sociale ottiene grazie alla partecipazione a una rete di relazioni interpersonali basate su principi di reciprocità e mutuo riconoscimento». La rete di rapporti personali può dunque essere sfruttata per conseguire i propri scopi a vantaggio del singolo. Questo concetto permette a Bourdieu di sottolineare la dissimulazione della struttura di ineguaglianza della società capitalistica attraverso l’enfatizzazione di aspetti apparentemente meno classisti come cultura e relazioni sociali.

Pierre Bourdieu (1930-2002)

C’è una strana analogia tra lo sforzo che fanno oggi le persone famose per dimostrare di essere gente per bene e l’impegno che i politici da sempre mettono nella cura della propria immagine. Una volta desideravamo che i nostri idoli fossero degli outsider bohémien poco raccomandabili, pronti a fare tutto ciò che noi non avremmo mai fatto; oggi li vogliamo inoffensivi ma animati da un generico quanto goffo marxismo da personaggi alla Sally Rooney, retti come il leader del partito che vorremmo votare in cabina elettorale. E c’è un curioso collegamento tra l’alto astensionismo registrato alle urne e l’aumento dell’interesse e della partigianeria social su temi di carattere politico e sociale.

Alta partigianeria social e bassa affluenza alle urne: clicca per leggere l’approfondimento

Mentre in Italia crescono l’interesse e la partigianeria social su temi di carattere politico e sociale, aumenta anche il livello di disaffezione politica. A settembre 2022, alle elezioni per il rinnovo del Parlamento, l’affluenza si è attestata al 63,9 per cento, il dato più basso di sempre: rientra tra i dieci maggiori cali di affluenza nella storia europea dal 1945 a oggi. Più di un terzo della popolazione non è andato a votare.

C’è un disperato bisogno di credere in qualcuno che dica ad alta voce ciò che ritieni giusto, il desiderio che gli influencer lottino come attivisti social e parlino da politici, che separino il bene dal male, che inseguano un ideale, almeno uno, con una coerenza esemplare e testarda. Se la politica non rappresenta più le persone, le persone cercheranno un rappresentante altrove – nel cantante, nell’influencer o chi per loro. Sa di che parla? È tutta una performance? Non è importante. Finché avrà detto qualcosa, qualsiasi cosa, avrà dimostrato che gliene importi qualcosa. E tu, rincuorato, potrai continuare a scorrere senza interesse, in pace. 

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