0,00 €

Nessun prodotto nel carrello.

0,00 €

Nessun prodotto nel carrello.

Euskadi, o dell’amore per la propria terra

spot_imgspot_imgspot_imgspot_img

Mentre infuriava la guerra civile spagnola, una selezione di calciatori baschi fece un tour mondiale che durò dal 1937 al 1939. Si consideravano parte dell’esercito, il loro allenatore era il loro capo militare e avevano un duplice scopo: raccogliere fondi per sostenere i costi del conflitto in patria e far sentire forte la propria voce

È il 5 dicembre del 1976. A San Sebastián è di scena la sfida tra le due principali squadre dei Paesi Baschi, Real Sociedad e Athletic Club di Bilbao. Al momento dell’ingresso in campo, i due capitani, Inaxio Kortabarria per la Real e José Ángel Iribar per l’Athletic, tengono in mano un lembo ciascuno di un’ikurriña, la tradizionale bandiera della regione: una croce bianca al centro e due bande diagonali verdi su sfondo rosso acceso. Nella foto, ormai divenuta iconica, Kortabarria guarda con aria che sembra di sfida un punto imprecisato alla sua sinistra, mentre Iribar tiene lo sguardo basso, tradendo forse un po’ di nervosismo. Già, perché nel 1976, a più di un anno dalla morte del generale Franco, in Spagna, era ancora proibito esporre in pubblico l’ikurriña. 

La storia di quel pomeriggio si è poi ammantata di leggenda, con il racconto del vessillo lanciato negli spogliatoi della Real Sociedad di nascosto per non farsi beccare dai controlli di sicurezza, e il rapido colloquio tra i capitani per sapere se tutti i giocatori fossero disposti a fare quell’atto di disobbedienza civile.

Non erano insomma bastati più di 40 anni di dittatura franchista, che voleva reprimere con la violenza tutte le minoranze presenti nel Paese, per schiacciare l’orgoglio e l’identità basca. Non era neanche un caso che la prima esibizione della bandiera proibita avvenisse su un campo di calcio.

Non era un caso perché, quasi 40 anni prima, proprio all’alba del periodo franchista, era stata sempre una squadra di calcio a portare in alto i colori dei Paesi Baschi. Nel febbraio del 1937 la guerra civile spagnola, cominciata in seguito al colpo di Stato del generale Francisco Franco nel luglio precedente, infuria con violenza. A Bilbao si tiene una partita amichevole tra due rappresentative composte solo da giocatori nati nella regione. La squadra del Pnv, il partito cristiano democratico, affronta la Anv, della sinistra indipendentista. Ci sono più di ventimila persone ad assistere a una gara che ha lo scopo di raccogliere fondi per la guerra in corso. A fine partita, un giornalista che era in tribuna si avvicina ad Agirre, ex giocatore dell’Athletic Bilbao e neo-eletto governatore del Paesi Baschi, e gli propone di andare in Francia con un doppio scopo: continuare a raccogliere i soldi che servivano per tutte le esigenze del conflitto ed essere i rappresentanti dell’identità e del governo baschi, poco conosciuti fuori dai confini nazionali. Agirre accetta e diventerà l’allenatore della selezione che prenderà il nome di Euskadi. «Era una pratica abbastanza comune al tempo», racconta Edoardo Molinelli, autore del libro Euzkadi. La nazionale della libertà: «Anche a Madrid si era formato il battaglione deportivo». 

La prima partita all’estero si gioca a Parigi, contro il Racing Paris. Risultato finale: rotonda vittoria per 3-0. Data: 26 aprile 1937. Lo stesso giorno del bombardamento su Guernica, uno degli episodi più impattanti di tutta la guerra civile spagnola, reso immortale da Picasso in uno dei suoi quadri più celebri. 

Se il tour francese doveva durare non più di un mese, il viaggio si prolunga e si allarga al resto dell’Europa. Sono tanti gli inviti raccolti da Euskadi in giro per il continente: Cecoslovacchia, Norvegia, Finlandia, Urss. Qui, nella patria del socialismo mondiale, gli atleti baschi sono accolti con tutti gli onori del caso. La forza della selezione spagnola è tale che mette in imbarazzo i vertici del Pcus: la Lokomotiv e la Dinamo Mosca si schiantano contro la classe dei ragazzi di Agirre. Gli alti dignitari sovietici si devono rivolgere allora allo Spartak Mosca, squadra amata dal popolo ma odiata dai quadri di partito, una delle migliori compagini dell’epoca. E lo Spartak, anche aiutato da una direzione di gara piuttosto amichevole da parte dell’arbitro, riesce a battere i baschi. 

Bilbao intanto cade sotto i colpi dell’esercito franchista e per tutti i giocatori si apre un bivio: tornare a casa o continuare il proprio viaggio, che già oltre i Pirenei aveva animato folle di gente. Arriva anche un emissario di Franco, che prova a convincere la selezione a tornare in patria. Ma nulla da fare. A guidare la squadra è Luis Regueiro, uno dei giocatori di punta del Real Madrid e pilastro della nazionale spagnola. Regueiro caccia, e malamente a quanto pare, l’ambasciatore che voleva riportare i giocatori in Spagna. Tutta la squadra, composta dai migliori giocatori iberici dell’epoca (la Spagna che sfida l’Italia in semifinale ai Mondiali del 1934 è composta da dieci giocatori baschi e dal mitico portiere Zamora), lo segue. Regueiro, per questo, non riuscirà a rientrare nel suo Paese natale fino alla fine del regime franchista, neanche quando Santiago Bernabeu, storico presidente del Real Madrid e franchista di ferro, vorrà invitarlo per una partita negli anni Sessanta, per onorare una vecchia leggenda della squadra.

Si va in Messico, dove la squadra disputa anche un campionato affiliandosi alla federazione locale, poi a Cuba. Infine in Argentina, dove non poté scendere in campo per minacce di squalifiche da parte della Fifa. Nel 1939 Euskadi giocherà un’ultima amichevole a Città del Messico, quando ormai, oltreoceano, tutta la Spagna è in mano a Franco.

In Sudamerica rimarranno tanti giocatori di quella magica squadra. Isidoro Lángara verrà naturalizzato argentino e diventerà una leggenda del San Lorenzo (la squadra per cui tifa papa Francesco): gli verrà dedicato un murale fuori dallo stadio con l’eloquente didascalia «El Basco». Al San Lorenzo finirà anche il mediano Ángel Zubieta, mentre al River Plate si accaserà Leonardo Cilaurren di cui Osvaldo Bayer, scrittore e profondo conoscitore del calcio argentino, darà una definizione che si attacca bene a tutti gli altri protagonisti di quella epopea: «Un tipo sobrio, mai appariscente, che sacrificava l’individualità al gioco di squadra». 

«Per resistere tre anni lontano da casa e con quel contesto», spiega ancora Molinelli, «devi avere una motivazione fortissima. Si sentivano parte dell’esercito basco. Agirre, oltre a essere l’allenatore, era anche il capo dei Paesi Baschi (anche se non aveva più nessuna autorità) e finché non avesse ordinato loro il rompete le righe non avrebbero mai finito la loro missione. La squadra è stata più forte delle defezioni, che pure ci sono state. Era unita da un grande spirito e metteva insieme persone che provenivano da ambienti diversi. C’erano repubblicani convinti, indipendentisti, ma anche gente che non era interessata per nulla alla politica». Eppure, passarono insieme tre anni in una isolata e orgogliosissima resistenza per amore della propria terra. 

L’ikurriña venne considerata nuovamente legale nel 1977, qualche mese dopo essere stata esposta durante Real Sociedad-Athletic Club; la stessa bandiera che Manuel Fraga Iribarne, vicepresidente del primo governo di transizione, vedeva come un simbolo terrorista. Prima che i baschi potessero di nuovo sventolarla, prometteva, avrebbero dovuto passare sul suo cadavere. Invece la riappropriazione completa di quel simbolo passò dal campo di gioco. E, idealmente, c’erano le mani di tutti i giocatori di Euskadi a sorreggerla.

Articoli correlati

Repressione, resistenza e identità nella Russia contemporanea

Dopo l’invasione dell’Ucraina, Putin ha intensificato la repressione della comunità Lgbtqia+ in Russia. A marzo 2024 il direttore artistico e la proprietaria del club Pose sono stati arrestati per appartenenza a un’«organizzazione estremista», segnando il primo caso dopo la sentenza della Corte suprema russa, mentre le crescenti brutalità e repressione nei confronti delle persone queer sono il simbolo della trasformazione totalitaria del regime. Ne abbiamo parlato con alcuni attivisti ed esperti

Chi oggi ha il busto di Mussolini non è l’unico fascista orgoglioso in Italia

Chi sono i fascisti oggi? Come incide l’orgoglio di un passato sempre presente e mai affrontato sulla nostra interpretazione dell’attuale governo? Ne abbiamo parlato con lo storico della mentalità Francesco Filippi

Il pride del Pride

Se negli Stati Uniti il Pride è una festa, in Italia siamo ancora alla fase della rivendicazione. Oltreoceano si vive la manifestazione celebrando vite umane fiorite e strappate per sempre dalla violenza. Qui, per troppe persone, è una carnevalata da demonizzare

Amare una patria da esule: la storia di Desbele, in fuga dall’Eritrea

L’orgoglio nazionale di Desbele, oppositore del regime eritreo, che non torna nel suo Paese da 23 anni

La palla non è sempre rotonda: le discriminazioni sessuale e di genere nel calcio

Perché è sbagliato confrontare il calcio maschile e femminile, tra stereotipi e convenzioni socioculturali sullo sport più popolare del mondo. Per le ragazze, la barriera del coming out non è un problema, ma per sfondare gli altri muri serve ancora tempo. Soprattutto in Italia