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La tutela del nascituro nell’epoca dei social

Il diritto non sempre riesce a stare al passo con i tempi. Come ci si pone verso nuove problematiche come l’identità digitale di soggetti non ancora nati o minorenni rispetto ai social?

I social network sono ormai parte integrante della nostra vita. Una delle abitudini più diffuse, ma anche una delle più insidiose, è quella di condividere in queste piattaforme foto o video dei propri figli. Un atteggiamento, questo, sdoganato ormai da diversi anni da numerosi VIP, nazionali o meno, che condividono incessantemente ciò che i propri figli fanno. Alcuni, condividendo ogni attimo della loro vita, di conseguenza condividono anche ogni momento familiare, altri invece lo fanno per promuovere gli stessi figli che, seguendo le loro orme, stanno intraprendendo il florido mercato degli influencer.

Ci sono, poi, quelli che direttamente o indirettamente riescono a monetizzare la diffusione delle foto attraverso sponsorizzazioni con più disparati brand così come ci sono molti VIP contrari ad un simile approccio. Ma al di là di questi casi eccezionali, dallo schermo di un telefono qualsiasi o da un computer posizionato in salotto, anche l’uomo medio ha subito seguito questo trend, per soddisfazione personale, per orgoglio o per imitare i propri idoli. Ma quali conseguenze potrebbe portare, in futuro, un simile e all’apparenza innocente comportamento?

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La tutela del nascituro nel diritto

La risposta non è diretta e presuppone un’altra domanda, più ampia: «Quando ha inizio la vita?» è una questione che potrebbe apparire filosofica o religiosa, la cui risposta può variare in base all’interlocutore. In realtà, comprendere l’esatta individuazione di tale momento è cruciale  dal punto di vista giuridico. L’articolo 1 del Codice civile, infatti, statuisce che la capacità giuridica si acquista «alla nascita». Detta capacità, da non confondersi con la capacità di agire (che si acquista generalmente con la maggiore età), rende un soggetto portatore di diritti e doveri. 

Convenzionalmente, nel diritto, tale momento coincide con la separazione del feto dalla madre o, in maniera più specifica, dal suo distacco dall’utero. Tanto precisato, non è scontato che l’inizio della vita coincida con l’inizio della soggettività dell’individuo. L’esistenza di diritti precedenti al momento della nascita biologica, infatti, non è un concetto estraneo alla legge italiana. Diversi sono gli istituti diretti alla tutela del concepito o del nascituro, così come copiosa è la giurisprudenza in tal senso. Già l’articolo 1 del Codice civile, successivamente alla nozione di capacità giuridica, individua l’esistenza di alcuni diritti in capo al nascituro, seppur posticipando la loro attuazione all’evento della nascita.

Continuando l’indagine sullo stesso Codice, particolarmente importante è la disciplina delle eredità. Qui è espressa la facoltà, in capo al testatore, di istituire come eredi e legatari non solo soggetti nati e vitali, ma anche solo concepiti o, addirittura, nemmeno tali al momento delle proprie disposizioni.

http://www.metmuseum.org/art/collection/search/459123

Ugualmente importante  è anche tutta la giurisprudenza che, nel corso degli anni, si è formata in materia di risarcimento del danno in capo al nascituro. Il concepito, infatti, può subire direttamente un danno da cui deriva il diritto a un risarcimento. Il danno al nascituro può riguardare innanzitutto la perdita di un parente. Si pensi, in questo caso, al soggetto il cui genitore perde la vita a seguito di un incidente stradale. Il concepito, seppur non ancora nato, acquisisce il diritto al risarcimento della perdita di tale figura quale elemento fondamentale della propria esistenza. Altro caso, invece, quello dei danni diretti al concepito. Il nascituro che subisce un pregiudizio diretto, a causa ad esempio di un errore medico, avrà diritto a un risarcimento per tale lesione. 

Tutti gli esempi finora riportati sono accomunati da un elemento: ci si trova di fronte a una serie di diritti patrimoniali che diverranno effettivi a seguito dell’evento della nascita. 

Il nascituro però è anche titolare di diritti personalissimi, che vanno oltre la sfera economico-patrimoniale. La concezione di diritti del nascituro, data da una lettura combinata della Costituzione e della normativa sovranazionale, è in realtà ben più ampia. Ci si rende conto, allora, che il nascituro è titolare di diritti inviolabili quali il diritto alla vita, alla salute e alla tutela della sfera privata e personale. 

La tutela del nascituro nei social

Nella società attuale, infatti, ogni istante della vita privata delle persone viene offerto al pubblico invisibile dei social network e conservato in banche dati online. Molti sono liberi in tale scelta, accettando le varie informative, fornendo consensi e via dicendo, ma non è sempre così. In questa nuova quotidianità, sempre più caratterizzata dalla condivisione online di foto o video, per molti è normale, nel mondo digitale, includere anche i figli. Allora, tra le foto di un weekend al mare o di una serata a cena, ecco che appaiono quelle dei più piccoli, che condividono la vita familiare o che muovono i loro primi passi. Addirittura c’è chi realizza, sulle più svariate piattaforme, profili ad hoc dedicati a loro. Ci troviamo, così, di fronte a una nuova ipotesi finora inesplorata: chi viene al mondo lo fa, il più delle volte, accompagnato da un’identità digitale preconfezionata. 

In questo caso, però, il minore non ha scelto di essere condiviso, non decide cosa mostrare o meno della sua vita: lo scelgono i suoi genitori, nel pieno della loro responsabilità genitoriale, magari per qualche like in più. Si arriverà, così, a un futuro dove molti, se non quasi tutti, si ritroveranno una ricostruzione della propria esistenza che potrebbe anche non corrispondere all’immagine che vorrebbero trasmettere di sé. Senza pensare, inoltre, che le immagini online potrebbero essere utilizzate per commettere reati più o meno gravi fra cui il cyberbullismo, la diffamazione, la sostituzione di persona o, perfino, essere utilizzate a fini pedopornografici.

Di conseguenza, per qualsiasi motivo, il bambino, diventato adulto, potrebbe voler agire per la rimozione di tali foto o profili. In questo caso, qualora non vi fosse la rimozione spontanea, quali sarebbero le possibilità?

Da un lato, in linea con l’attuale normativa, è possibile richiedere la rimozione di contenuti online direttamente al social o comunque al sito gestore. Dall’altro, invece, è sempre possibile intentare un percorso giudiziale nei confronti di parenti o amici, sia per la rimozione, sia per il risarcimento del danno. Entrambe le strade, però, comportano non pochi problemi. L’intervento diretto nei confronti di un sito internet, oltre a non essere immediato, non garantisce la rimozione definitiva di un contenuto che, nell’immensità della rete digitale, potrebbe aver avuto libera circolazione per svariati anni.  L’azione giudiziale, invece, oltre alle classiche lungaggini e ai costi, comporterebbe, con tutta probabilità, l’incrinarsi di un rapporto familiare o parafamiliare. 

Non esiste, dunque, una soluzione univoca che possa tutelare il nascituro dalla creazione di un’identità digitale non richiesta. L’ipotesi più plausibile, percorsa già da molti Stati, è quella di vigilare sulle piattaforme social, spronandole a limitare l’iscrizione a quegli utenti in grado di comprendere le conseguenze delle proprie azioni. Ciò però non preclude la possibilità a terzi, primi fra tutti i genitori, di pubblicare contenuti social. Occorre dunque agire sui genitori stessi, o comunque su chiunque intenda pubblicare foto, video o addirittura creare un profilo a un minore. Questo si può fare, in via preventiva, promuovendo una maggior cultura digitale, includendo il minore nella decisione della pubblicazione se capace di discernimento, rimodulando le impostazioni sulla privacy dei social. Particolarmente utile è anche un’analisi personale: prima di postare qualsiasi cosa, chiediamoci se è necessario farlo o, comunque, se l’emoticon di una mela applicata digitalmente al viso del minore sia sufficiente a garantirne la tutela; o se, a questo punto, tanto valga non pubblicare nulla.


Approfondimenti

Nel 2017 il tribunale di Livorno condannava dei genitori alla chiusura di una pagina Facebook aperta a nome della minore. Il tribunale di Rieti nel 2022 condannava al risarcimento del danno per cinquemila euro una zia che pubblicava online le foto dei nipoti senza consenso. In particolare, la stessa è stata condannata, nonostante la rimozione delle foto, in quanto la pubblicazione costituisce una lesione alla riservatezza dei minori tutelata dalla Convenzione di New York, dall’articolo 10 del Codice civile nonché dall’articolo 2 della Costituzione. 

La diffusione estrema di foto o video online dei propri figli prende anche il nome di sharenting, un fenomeno già oggetto di particolari studi in diverse nazioni. Nel 2022 è stata annunciata una proposta di regolamento europeo per obbligare i gestori dei social a effettuare controlli più significativi. In Italia, tale problematica ha catturato l’attenzione del Garante per i diritti dell’infanzia e del Garante della privacy, che riportano dati secondo cui quasi il cento per cento dei genitori presenti su Facebook condividono foto dei propri figli.

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