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A che punto siamo con le ragazze? Giornalismo e (dis)parità di genere

Nel 2024 la stampa italiana è ancora permeata dalle disuguaglianze di genere. Le donne nelle redazioni sono tante, ma non riescono a raggiungere posizioni apicali. L’unico modo per sfondare il soffitto di cristallo è farlo tutte insieme

In Italia la discriminazione sulle donne è un pilastro della cultura patriarcale; e il giornalismo non fa eccezione. All’interno delle redazioni si possono osservare diversi fenomeni discriminatori. Secondo l’analisi di DataMediaHub, nelle 130 testate prese in esame – dati aggiornati al luglio 2023 – «su 57 quotidiani nazionali e locali le direttrici sono solamente due, pari al 3,5 per cento del totale. Se si considera che una di queste, Agnese Pini, è direttrice di varie testate, si sale al 7 per cento del totale. Poco meglio. È davvero una quota risibile. Per quanto riguarda i settimanali, su un totale di 36 di questi, solamente sei (16,7 per cento) sono diretti da donne. Infine, su 37 mensili, 17 hanno una donna che li dirige, pari al 45,9 per cento del totale. Non ci si lasci ingannare, però, dalla quasi parità di questi periodici. Basta infatti verificare quali siano le riviste dirette da una donna per capire quanto sia vivo lo stereotipo di genere anche in questo caso». Le direttrici italiane sono pochissime: oltre a Nunzia Vallini, a capo del Giornale di Brescia e alla già citata Pini – che dirige i quotidiani La Nazione, Il Giorno, Il Resto del Carlino, Il Telegrafo, Quotidiano Nazionale, tutti editi dal gruppo Monrif – a ottobre 2023 si è aggiunta alla lista Stefania Aloia, divenuta direttrice del Secolo XIX.

A monitorare lo stato della parità di genere e della discriminazione nel giornalismo sono sorte realtà come il collettivo Espulse, nato a luglio 2023. «Il focus del progetto è documentare le molestie sessuali e gli abusi di potere nel mondo del giornalismo», dice Alessia Bisini, ufficio stampa e giornalista freelance, tra le fondatrici del collettivo. Insieme a lei ne fanno parte Stefania Prandi, Irene Doda, Francesca Candioli e Roberta Cavaglià, tutte giornaliste freelance. «A lavorare al progetto ci sono anche scrittrici, fotografe, videomaker e attiviste. Espulse si rivolge sia alle freelance sia alle ragazze che lavorano nelle redazioni, per spingerle a raccontare gli abusi che subiscono. La discriminazione è uno strumento che viene usato dagli uomini per mantenere lo status quo e sminuire quelle donne che non si adeguano al sistema dominante ma alzano la voce per farsi sentire». Il giornalismo ci parla del mondo intorno a noi ma poco dei suoi problemi interni ed Espulse si propone l’obiettivo di portare alla luce le criticità dell’ambiente della stampa. «Il nostro punto di partenza è stata un’indagine del 2019 della Federazione nazionale della stampa italiana in cui l’85 per cento delle giornaliste dichiarava di aver subito molestie sessuali almeno una volta nel corso della sua vita professionale. Siamo consapevoli che queste violenze possono anche colpire altre categorie, oltre alle donne. Puntiamo a mappare testimonianze di persone diverse tra loro. Il focus è sulle donne perché è la categoria più colpita. Come dice il claim del nostro collettivo, la stampa è dei maschi».

Espulse: il collettivo contro la discriminazione nel giornalismo

Espulse lavora con un’impostazione che fa del rispetto della privacy la sua priorità: chiunque decida di condividere la sua storia ha diritto all’anonimato. «Una volta raccolti più dati possibili vogliamo portare a casa un’inchiesta che racconti quello che sta accadendo sia alle giornaliste nelle redazioni sia alle freelance». Un’impostazione poco egualitaria del lavoro in un giornale si ripercuote sulla qualità dell’informazione. Esistono giornaliste che possono offrire spunti diversi e interessanti ma vengono messe da parte per lasciare spazio alle narrazioni banalizzanti di colleghi uomini poco preparati su tematiche come quella del femminicidio. «È una pratica parte di un sistema dominante che cerca in tutti i modi di schiacciare e di demansionare le donne, come è successo a Lara Ricci». La giornalista del Sole 24 Ore, al ritorno dalla maternità, si è trovata demansionata. Ricci è passata dalle pagine di cultura e dal coordinare una parte di redazione al correggere le bozze senza una ragione.

«La cosa che colpisce è che Il Sole 24 Ore ha ottenuto a gennaio 2023 la certificazione della parità di genere sul posto di lavoro, anche se poi questo riconoscimento non corrisponde alla realtà», commenta Bisini. Le testimonianze che Espulse ha raccolto raccontano molestie sessuali e mobbing. Anna (nome di fantasia) ha 23 anni e lavora in una radio locale nel milanese, che descrive come «un ambiente pieno di stagiste mandate dall’università e con tutti uomini nei posti che contano». Racconta che il direttore era un predatore sessuale. «Mi ha detto che tantissime ragazze prima di me sono andate a letto con lui perché è figo ed è il capo». Anna ha notato che con tutte le ragazze, anche quelle appena maggiorenni, metteva in atto lo stesso schema: prima ne elogiava il lavoro e poi faceva avance inopportune. «I maschi della redazione sanno tutto, ma non dicono niente». Questi continui atteggiamenti l’hanno costretta a lasciare il lavoro. Quella di Anna è solo una delle testimonianze di molestie che il collettivo ha raccolto sul portale.

Stefania Giorgi, ex giornalista, durante gli anni Settanta lavorava nella redazione di Noi donne, una rivista mensile nata dai gruppi di difesa delle donne partigiane durante la resistenza al nazifascismo. Un ambiente femminile e protetto, quello che oggi chiameremmo safe space. La dimostrazione che gli schemi di potere patriarcali sono una realtà e non una fantasia femminista, come sostengono alcuni. «C’erano la direttrice, la caporedattrice, le giornaliste. L’unico uomo che lavorava con noi era l’addetto all’archivio fotografico. Sulla rivista parlavamo di discriminazioni di genere in anni in cui non si usava la pillola anticoncezionale e né l’aborto né il divorzio erano legali. Il nostro era soprattutto un lavoro d’inchiesta sulla realtà che vivevano le donne italiane. Ci descrivevano esperienze come la maternità, il lavoro, il matrimonio e la loro vita sessuale, nonostante non fossero abituate a farlo», racconta Giorgi, che iniziò a Noi donne per poi entrare a far parte della redazione del Manifesto, dove ha lavorato dal 1985 al 2010. «Ho avuto la fortuna di muovere i primi passi in un giornale costruito da donne, dunque per quel che riguarda le discriminazioni di genere è stata una sorta di oasi felice. Dopo l’esperienza a Noi donne c’è stato il Manifesto, un quotidiano nato da una costola del Partito comunista italiano, e devo dire che neppure lì ho subito molestie o discriminazioni. Certo, tra gli uomini e le donne del giornale ci sono stati conflitti; bisognava fare i conti con le diversità profonde che esistevano. In redazione tendevamo ad “agire” lo scontro: è l’unica strada per riuscire a rompere la rigidità dello schema patriarcale e cambiare la realtà».

Secondo Giorgi bisogna anche mettere in atto la pratica delle relazioni tra redattrici, perché fare rete tra donne è fondamentale in un posto di lavoro per far sentire la propria voce ancora più forte. «Il Manifesto non era Repubblica, dove c’erano donne di grande valore ma in cima a una piramide c’era saldamente il solo “padre” del giornale, Eugenio Scalfari. La nostra era una realtà abbastanza paritaria. Mi viene in mente solo un episodio, che risale al 1992. Era un momento molto cruento della guerra in Jugoslavia. C’era una collega croata che, durante l’assedio di Sarajevo, disse di voler partire come inviata. La sua richiesta causò infinite discussioni all’interno del giornale. Molti uomini erano contrari perché era una donna e aveva un bambino. Il diavolo del patriarcato i maschi ce l’hanno ancora dentro e a volte riaffiora, nonostante la cultura e le convinzioni politiche e personali. Ci siamo fatte sentire e alla fine è andata». Il concetto di fare rete ritorna anche nelle parole con cui Alessia Bisini ha concluso la nostra conversazione. «Attraverso un collettivo come Espulse speriamo che sempre più donne possano trovare il coraggio di alzare la voce, affinché sappiano che non sono sole». Forse, possiamo partire da qui. 

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