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Quando la migrazione è donna  

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Spesso ci si concentra sulle nazionalità, si accendono i riflettori sulle condizioni di ricezione nei Paesi d’arrivo e – sempre – si critica la gestione politica del fenomeno. Nella narrazione dei processi migratori contemporanei e nella legiferazione europea non si tiene conto della femminilizzazione dei corpi in movimento. Cosa vivono le donne nei processi migratori? Lo abbiamo chiesto a Laura Schettini, storica e docente presso l’Università di Padova

Le donne migranti rischiano di subire abusi, tra cui stupri e violenze sessuali, in ogni fase del loro viaggio verso l’Europa. In molti casi, gli aggressori provengono dalla stessa comunità, come i compagni di viaggio della loro città natale o gli appartenenti allo stesso gruppo etnico, un coniuge o un familiare. In tutti i casi, però, gli autori degli abusi provengono dalla medesima società patriarcale, che sia quella di partenza o quella d’arrivo.

Gli standard minimi europei

Nella versione finale della bozza di direttiva che affronta il contrasto alla violenza di genere per stabilire standard minimi per tutti i 27 membri dell’Unione europea, viene a mancare una disposizione presente nelle bozze precedenti che avrebbe protetto le donne migranti dalla deportazione e dal rimpatrio. A segnalarlo in modo tempestivo è stato il network Platform for International Cooperation on Undocumented Migrants (Picum), che dimostra come non sia stata inserita una clausola di non divulgazione dei dati personali, compreso lo stato di residenza, introdotta invece nella prima bozza, che avrebbe protetto efficacemente le donne prive di documenti dal contatto con le autorità per l’immigrazione quando denunciano un abuso. La mancanza di uno status di residenza indipendente, di uno status sicuro, aggrava chi già si trova in una condizione di vulnerabilità, in quanto potrebbe non essere in grado di accedere a un alloggio dignitoso, a un lavoro equo o a un’assistenza sanitaria specialistica. E le donne prive di documenti hanno meno opportunità di denunciare gli abusi che possono avvenire in spazi sia privati che pubblici, tra frontiere e Centri permanenti per il rimpatrio (Cpr), diventando spesso stigmatizzate.

Alla luce di tutto ciò, questa direttiva buca l’obiettivo. Specie se si considera che ciò che attende le donne migranti (nell’accezione di persona migrante per ragioni economiche), dunque in una condizione di svantaggio economico già nelle società di partenza, spesso «è o il mercato del sesso o il lavoro domestico», spiega  Laura Schettini, docente di Storia presso l’Università di Padova. Entrambi i contesti, lavorativi o di sfruttamento, dialogano profondamente l’uno con l’altro perché, come racconta la storiografia, dietro una prostituta c’è una ex domestica. Entrambi gli ambienti sono pieni di violenza». Nel suo Turpi traffici. Prostituzioni e migrazioni globali 1890-1940 (Biblink, 2019), Schettini analizza la rilevanza del corpo femminile in movimento tra misure di polizia e politiche nazionali.

La grande omissione

Inoltre, la direttiva è in contrasto con la Convenzione di Istanbul che prevede la parità di trattamento per tutte le donne, indipendentemente dal loro status di residenza. È in conflitto anche con le norme europee esistenti sui diritti delle vittime e sulla protezione dei dati che prevedono garanzie non discriminatorie, sebbene miri a criminalizzare vari reati come la mutilazione genitale femminile, il matrimonio forzato, la condivisione non consensuale di immagini intime e il cyberstalking in tutti gli Stati membri europei. Peccato però che manchi il reato di stupro

L’Ue si propone di essere al passo con i tempi (forse per la menzione nel provvedimento ai reati online), ma la cultura dello strupro, di origini antichissime, continua a mantenere la propria tradizione. Anche senza considerare il mero campo d’azione delle persone migranti, i corpi femminili sono storiograficamente luoghi del potere maschile e la rappresentazioni degli stessi sono tutt’oggi al centro della sfera mediatica. 

In principio, è sempre stato il nostro corpo 

Nel contesto migratorio, «la centralità del corpo in cui sono governate e narrate le donne», come spiega Schettini, «è una centralità che riscontriamo già in età moderna. Tra Ottocento e Novecento, le migrazioni diventano globali e in questo senso assomigliano molto agli scenari attuali. I sistemi migratori e le loro traiettorie sono connessi, tra spazio domestico e scala internazionale. C’è dapprima uno spostamento tra zone rurali e centri più grandi e successivamente si sviluppa la traiettoria transnazionale; una volta raggiunta la scala transnazionale, si ritorna ad avere movimenti migratori su scala locale. La componente femminile è rilevantissima. Si è raccontato come la migrazione sia l’epopea dell’uomo ma le donne, già in altre epoche, ci sono state anche come quota maggioritaria. Sebbene per i migranti di sesso maschile ci sia una soggettività collettiva, esiste un’invisibilità negli studi e nella rappresentazione che riguarda i soggetti femminili. Il corpo, però, è sempre stato oggetto di attenzione. La storiografia non ha riconosciuto le migrazioni femminili, ma nelle società passate il tema delle donne migranti suscitava allarme; un allarme legato al corpo femminile in movimento e alla sua sessualità». 

Non a caso, prosegue, «lo spostamento di una donna porta con sé lo spostamento di un patrimonio che è la sessualità femminile, tanto nelle società di arrivo quanto in quelle di partenza. In tutte le società patriarcali, la sessualità è qualcosa in cui si annida il patrimonio familiare e della nazione. Il capitale d’onore annidato nel loro corpo assume significati diversi. Ad esempio, quando le donne italiane partivano per recarsi in Egitto, a Tripoli o a Malta per lavorare in vari ambiti, le autorità italiane si preoccupavano che queste donne si allontanassero da casa e che in questo senso potessero disonorare il buon nome della nazione all’estero: erano considerate perdute». 

E oggi invece, così considerate, lo sono le società europee a cui tutte noi apparteniamo.

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