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I limiti alla procreazione umana: la tragedia di Yerma

Lorca (1934) mette in scena le conseguenze più scellerate che le ipocrisie e le repressioni della società impongono al ruolo della donna per giustificare il controllo delle nascite.

L’umanità ha un problema: la prosecuzione della specie. Un problema, questo, che ha alla radice un tema di autocoscienza: gli umani, infatti, non sono abituati a pensare di essere una specie. Si considerano individui, al più comunità, e tale categorizzazione appare distante e complessa. Eppure, per sopravvivere qualsiasi specie ha una sola strada: avere abbastanza individui che vivano abbastanza a lungo per potersi riprodurre a loro volta. Ma non è l’atto della procreazione in sé il problema degli umani, non è l’infertilità all’origine della denatalità, bensì il significato che si è deciso di attribuire a tutta la questione.

Il riferimento non è alle scelte individuali di avere o meno un* figli*, ma analizzare la società, la sua organizzazione e i suoi significati. A tal fine, viene in soccorso un’opera del poeta e drammaturgo spagnolo Federico García Lorca (1898-1936). A poco più di trent’anni, Lorca scrisse Yerma (1934), un’opera teatrale parte di una trilogia che comprende La casa di Bernarda Alba (1936) e Bodas de sangre (1933).

Yerma, la protagonista, desidera avere un figlio, perché solo dando alla luce un altro essere umano può realizzarsi come donna, secondo la sua visione delle cose. Suo marito Juan, però, non ne vuole, non ne vorrà mai e dice a Yerma che deve rassegnarsi. Yerma chiede aiuto a una donna più anziana che ha avuto quattordici figli (di cui nove sopravvissuti) e, nell’ultimo atto del dramma, le due si recano  in un luogo dove «vengono donne desiderose di conoscere altri uomini». Qui, la vecchia le consiglia di lasciare suo marito per uno dei suoi figli. Yerma, però, non concepisce l’idea di avere un altro uomo, perché l’infedeltà le causerebbe uno stigma sociale. Juan, sopraggiunto sulla scena, le ribadisce la sua posizione, affermando la sua visione delle cose: la vita è migliore senza figli.

Foto: Margarita Xirgu ed Enrique Diosdado, 29 dicembre 1934, Teatro Spagnolo di Madrid

Yerma, infine, lo uccide in un abbraccio: «Ho ucciso mio figlio, io stessa, con le mie mani, ho ucciso mio figlio!», grida, consapevole che, assassinando il marito, si è privata di ogni possibilità di procreare.

Posto che l’imperativo di ogni specie è la procreazione, perché gli umani hanno inventato la fedeltà coniugale che, di fatto, ne è ostacolo? Un’altra limitazione bizzarra in questo senso è la colpevolizzazione delle donne per i figli avuti fuori dal matrimonio. Bizzarra perché, per la sopravvivenza della specie, sarebbe cruciale la riproduzione, non certo che questa avvenga all’interno di un contratto.

L’eco-ansia, il cambiamento climatico e la paura di fare figli

Non solo: gli esseri umani si sono autoimposti delle regole (costrutti sociali) per controllare la riproduzione. Se è pur vero che siamo più di otto miliardi e la natalità non pare un problema impellente, pensiamo alle conseguenze delle imposizioni sopra citate. Pensiamo, ad esempio, alle bambine uccise in Cina come conseguenza collaterale della politica del figlio unico.

Pensate se, invece che come un tabù, la sessualità fosse trattata come qualcosa di normale; pensate a una società in cui non è importante il genere o con chi si fanno e si crescono i figli, ma accoglierli e crescerli al meglio delle loro potenzialità. Pensiamo a come potrebbero essere le politiche sociali, in questa prospettiva. Pensiamo a Yerma, a quanto poco distino dare la vita e toglierla, e a quanto siamo dannati – condannati – da noi stessi.


APPROFONDIMENTI

Federico García Lorca (Fuente Vaqueros, 5 giugno 1898 – Víznar, Granada, 19 agosto 1936) è stato un poeta e un drammaturgo spagnolo, figura di spicco e voce originale della Generazione del ’27. Nel 1931 fondò il teatro universitario La Barraca e lo diresse con Eduardo Ugarte. Fu amico di Salvador Dalì e di Luis Buñuel. Viaggiò negli Stati Uniti nel 1930 e in Argentina nel 1933-34. Dichiaratamente repubblicano, morì ad appena trentotto anni, fucilato da uno squadrone franchista: il suo corpo venne gettato in un burrone e non fu mai ritrovato. Dopo la sua morte, lui che in vita fece di tutto per smarcarsi dall’etichetta di cantore andaluso, venne mitizzato come poeta folcloristico e gitano. Al di là del mito, sono stati celati per decenni aspetti della sua vita che non rispecchiavano la morale. Uno tra tutti, la sua omosessualità.

Nel teatro di Lorca la figura femminile è centrale. L’autore granadino vuole portare all’attenzione del pubblico il ruolo delle donne nella società spagnola: esplora e critica le ipocrisie e le repressioni a cui venivano sottoposte. In Yerma, come nelle altre due opere della trilogia, troviamo la denuncia sociale di Lorca delle costrizioni usate per controllare le donne, giustificate dai concetti di onore e purezza. In un’intervista concessa qualche giorno prima del debutto (29 dicembre 1934), Lorca disse: «Yerma è, soprattutto, l’immagine della fertilità castigata dalla sterilità. Ho voluto realizzare, infatti, attraverso la linea morta dell’infertile, il poema vivente della fertilità».

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