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Storia di Marguerite Higgins, la cronista che rese il giornalismo di guerra accessibile alle donne

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Corrispondente di guerra che coprì la Seconda guerra mondiale, la guerra in Corea e quella in Vietnam, nel 1951 Higgins fu la prima donna a vincere il premio Pulitzer per il giornalismo internazionale

«Il fronte non è un posto per giornaliste». Così si sente dire Marguerite Higgins, giornalista americana del New York Herald Tribune, quando si trova in Corea durante la guerra del 1950. È l’unica donna presente. Deve farsi spazio in un settore, quello del giornalismo di guerra, dominato dagli uomini. Non solo si trova in situazioni difficili e faticose, ma deve anche lottare contro i pregiudizi maschilisti dei militari statunitensi e degli altri suoi colleghi. Proveranno a mandarla a casa, a escluderla, ma alla fine sarà lei ad averla vinta. Senza mai lasciarsi demoralizzare, dimostrerà di avere pieno diritto di trovarsi al fronte. 

Marguerite Higgins (detta Maggie) nasce nel 1920 a Hong Kong da Lawrence Daniel Higgins e Marguerite de Goddard. Lui americano, lei francese, i due si incontrano a Parigi durante la Prima guerra mondiale. Dopo cinque anni, la famiglia torna in California e si stabilisce a Oakland. Maggie diventa presto una ragazza curiosa e intelligente, ma anche ribelle. Durante l’estate del 1937 decide di iscriversi all’Università della California. Nello stesso periodo Amelia Earhart – la prima pilota donna ad aver attraversato in volo l’Atlantico in solitaria nel 1932 – si sta preparando alla circumnavigazione aerea del globo, seguendo la rotta equatoriale. Quando Marguerite sente al notiziario della scomparsa del bimotore pilotato da Earhart, precipitato nel Pacifico, decide di voler diventare una giornalista che assiste agli eventi in prima linea. All’università entra al Daily Californian, il giornale scolastico. I suoi colleghi la descrivono come una giovane donna brillante, molto ambiziosa e competitiva. 

Higgins si laurea con lode e poi si trasferisce a New York. Arriva con una valigia e sette dollari in tasca. Quando scende dal treno chiede a un edicolante di Times Square dove si trovi la redazione più vicina. È così che approda al New York Herald Tribune, fondato nel 1924. Entrata negli uffici, si dirige verso il redattore capo, dichiarando di stare cercando un lavoro come giornalista; lui le risponde di tornare il mese successivo. Passano dieci mesi prima che Marguerite entri nel libro paga dell’Herald Tribune. Nel frattempo, si iscrive a un master in giornalismo della Columbia University. 

«Io, corrispondente di guerra Marguerite Higgins, sono una collega del corrispondente di guerra Ernest Hemingway. Che ne dite?», scrive Maggie sul suo diario una sera di febbraio. È il 1945 ed è appena arrivata a Parigi come inviata dell’Herald Tribune. Soggiorna all’Hotel Scribe, nel cui atrio si aggirano scrittori come Hemingway e Vincent Sheean. Il suo entusiasmo, tuttavia, si affievolisce presto. Le prime storie che le vengono assegnate non sono degne di nota: il suo primo pezzo riguarda «la domenica più calda degli ultimi tre anni». Tutto questo non le basta. 

Nella primavera del 1945 si arruola nell’esercito e parte. Racconta dell’ultima settimana di guerra, quando entra con le truppe alleate nei campi di sterminio nazisti di Dachau e Buchenwald, poco dopo la loro liberazione. «Il campo di Dachau, in cui almeno un migliaio di prigionieri sono stati uccisi la scorsa notte prima che le S.S. in carica fuggissero, è un’edizione più cupa e più grande dell’altrettanto famigerato campo di Buchenwald, vicino a Weimar», scrive in un articolo. In seguito, viene inviata a Berlino dove osserva gli inizi della Guerra fredda. In quegli anni segue anche altre vicende centrali, come il processo di Norimberga.

Nel 1950 scoppia la guerra tra Corea del Nord e Corea del Sud, alleata degli Stati Uniti. Marguerite, non appena gli americani entrano in guerra, è determinata a raggiungere il fronte. Nel suo libro War in Korea scrive: «Il mancato raggiungimento del fronte avrebbe minato tutte le mie argomentazioni sul fatto che avevo diritto alle stesse assegnazioni di qualsiasi uomo giornalista». Arriva in Corea e avanza insieme all’esercito sotto il fuoco nemico, dormendo dove e quando può. 

Il 15 settembre dello stesso anno Marguerite decide di prendere parte, insieme ai Marines, alla battaglia di Incheon. «Ero nella quinta ondata che ha colpito la Spiaggia rossa, che in realtà era un mucchio di pietre ruvide e verticali su cui le prime truppe d’assalto hanno dovuto arrampicarsi con l’aiuto di scale da sbarco improvvisate e dotate di ganci d’acciaio. […] Qualunque fosse stata la fortuna delle prime quattro ondate, eravamo inesorabilmente bloccati dal fuoco di fucili e armi automatiche che scendeva su di noi da un’altra altura sulla destra», scrive nell’articolo che uscirà sull’Herald qualche giorno dopo, intitolato  Everybody gets down! Here we go! 

Nel 1951 Marguerite Higgins torna negli Stati Uniti dove vince – per la sua copertura della Guerra di Corea – il premio Pulitzer per il giornalismo internazionale. È la prima donna a vincere in questo settore, fino a quel momento dominato da voci maschili. La giuria premia il «bel reportage in prima linea di Higgins, che dimostra intraprendenza e coraggio». Marguerite continua la sua carriera di giornalista. Tra il 1953 e il 1965 si reca dieci volte in Vietnam. Nel 1955 viaggia in tutta l’Unione Sovietica e poi in Africa, per coprire la guerra civile in Congo. Durante il suo ultimo soggiorno in Vietnam, nel 1965, contrae una malattia tropicale e muore il 3 gennaio 1966. Ha avuto la vita e la carriera che sognava. Ha vinto premi e riconoscimenti di ogni tipo e, con il suo esempio, ha contribuito a spianare la strada a tutte le giornaliste che sono venute dopo di lei.

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