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I Giochi e i conflitti: guerra e pace attraverso lo sport

Rileggere Pierre de Coubertin per capire che anche Parigi 2024 dev’essere un evento mondiale per la promozione della pace, dell’inclusione e dei valori sportivi. Storia, politica e racconto mediatico dei Giochi olimpici dal Novecento a oggi

I Giochi olimpici non sono solo un evento sportivo. «Quando Pierre de Coubertin decise di fondarli, dovevano essere un mezzo per promuovere la pace nel mondo». A parlare è Nicola Sbetti, professore di Storia dello sport all’università di Bologna. Un’intenzione idealistica, certo, che riflessa sul contesto internazionale di oggi diventa un faro di speranza per la fine di tanti conflitti regionali e non. Due tra i più recenti e con i maggiori effetti globali: quello russo-ucraino, scoppiato di nuovo nel febbraio 2022 con l’invasione da parte della Federazione presieduta da Vladimir Putin, e quello mediorientale tra Israele e Hamas nella striscia di Gaza. I Giochi di Parigi si avvicinano in un clima teso anche per le tante instabilità politiche nazionali: dopo le elezioni in India si è votato in Unione europea, a inizio luglio andranno alle urne anche francesi e britannici, a novembre toccherà agli Stati Uniti.

Certo, «l’olimpismo è sopravvissuto alla Prima guerra mondiale e, malgrado la neutralità autodifensiva dello sport rispetto alla politica, gli anni Venti e Trenta del Novecento subirono un’estrema politicizzazione. L’Urss, ad esempio, boicottava i Giochi olimpici perché visti come il festival della borghesia», racconta Sbetti. Tornare indietro con la mente al secolo scorso consente di sfogliare le pagine della Storia di Olimpiade in Olimpiade, cioè di quattro anni in quattro anni: lo stesso tempo che nell’antica Grecia misurava la distanza tra i giochi nazionali che si svolgevano presso Olimpia, nell’Elide, in occasione delle feste panelleniche in onore di Zeus.

Ogni Olimpiade, dunque, si conclude con i Giochi olimpici. Quelli moderni furono inventati proprio dal barone de Coubertin nel 1896 e malgrado i suoi auspici, da quelli disputati nella Berlino di Hitler a quelli dei «piccoli boicottaggi di Spagna e Olanda contro l’invasione sovietica dell’Ungheria e di Egitto, Iran e Libano contro Francia, Inghilterra e Israele» a Melbourne nel 1956, fino alle edizioni degli anni Ottanta, si sono sempre intrecciati con gli eventi politici degli Stati partecipanti. «Formalmente, fino al 1992 i Giochi erano un evento riservato ai dilettanti, coloro che non potevano riservare tempo allo sport». Ma,  dice Sbetti, «l’olimpismo si è sempre adattato ai tempi. I vinti delle due guerre mondiali vengono esclusi». Come oggi la Russia per violazione della tregua olimpica. Anche se il Comitato olimpico internazionale (Cio) ha deciso di ammettere alcuni sportivi della Federazione che gareggeranno come atleti individuali neutrali. Dunque, senza bandiera, non schierati sulla guerra all’Ucraina, non appartenenti alle forze armate né organizzati in squadre. Allo stesso modo, Germania e Giappone non parteciparono all’edizione del 1948 perché senza un comitato olimpico. «I Giochi di Roma 1960 furono gli ultimi», ricorda Sbetti, «in cui il Cio credette alla favola razzista del Sudafrica, il cui presidente diceva che i loro atleti erano solo bianchi perché migliori»; Sudafrica che poi fu escluso dall’edizione successiva fino al 1992. «Nel 1976 – ai Giochi di Montréal, Canada – ci fu il boicottaggio di massa dei Paesi africani contro la Nuova Zelanda, rea di aver tenuto nel rugby rapporti con il Sudafrica dell’apartheid. Anche se la federazione neozelandese non dipendeva direttamente dal Comitato olimpico nazionale».

Gli altri due boicottaggi storici sono quelli del 1980 e del 1984 tra Usa e Urss. «Il clima di distensione creato durante la guerra fredda ai Giochi olimpici finisce con l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979». Proprio all’edizione di Mosca ci fu il boicottaggio a metà da parte dell’Italia: il governo, allora guidato da Francesco Cossiga, decise di non mandare gli atleti militari mentre il Coni partecipò, pur senza alfiere né bandiera tricolore. L’oro del judoka Enzo Gamba è un simbolo di quell’edizione. Ci sono poi il fattore terrorismo ai Giochi (da Monaco 1972 ad Atlanta 1996) e il ruolo degli atleti nella difesa dei diritti umani. «In questo senso, l’edizione di Città del Messico 1968 è emblematica: da lì in poi arriva la televisione. Il pugno chiuso di Tommie Smith e John Carlos è epico perché per la prima volta in prime time gli americani vedono una protesta durante l’inno nazionale. Un altro gesto fu, sempre in Messico, quello degli occhi rivolti in basso di Věra Čáslavská per non guardare la bandiera sovietica dal podio». La Primavera di Praga era finita, l’ennesimo orrore del regime moscovita si era consumato. 

Arriviamo al presente. Il ruolo del Cio, secondo Sbetti, è stato fondamentale con il comitato palestinese, arrivando a un accordo di non opposizione per la presenza di Israele a Parigi. Anche nel caso degli atleti ucraini, essere ai Giochi è dimostrazione di esistenza. Le Olimpiadi hanno ancora oggi un forte ruolo di soft power. «Anche la Carta olimpica si è adattata ai tempi. Parigi 2024 saranno i Giochi della parità». A cambiare nel corso del Novecento è stato anche il racconto dei Giochi olimpici, «che ancora oggi conservano la loro capacità di essere unici e di poter rappresentare quante più porzioni di mondo possibile», spiega Valerio Piccioni, cronista sportivo della Gazzetta dello Sport e autore nel 2022 di Baci olimpionici. Storie d’amore e di medaglie d’oro. «Nella storia sono stati diversi i tentativi di creare nuove versioni dei Giochi, da quelli femminili ai Giochi alternativi, fino ai Giochi dei non allineati degli anni Sessanta». Tutti andati a monte. La mediaticità delle Olimpiadi è legata alle medaglie e ai campioni, ma anche al fatto che loro rappresentano le nazioni più diverse, conosciute e non, del mondo. «Non è un caso», secondo Piccioni, «che la cerimonia di apertura sia sempre l’evento più visto». Lì ci sono tutti i Paesi partecipanti, i biglietti per assistervi sono i più cari, l’audience è enorme. Ridurre tutto al risultato, dunque, è inaccettabile. «Ricordo che a Tokyo, nel 2021, su 205 nazioni solo 93 vinsero almeno una medaglia».

Per non parlare della capacità d’inclusione di questo evento sportivo, che è mondiale in tutti i sensi. Nel 2015 nacque la squadra degli atleti olimpici rifugiati: oggi sono una popolazione mondiale di 114 milioni e a Parigi saranno 36 gli atleti di questo team. «Dispiace, ad esempio, che questa inclusione sia venuta meno nella gara di velocità dell’atletica, dove gli atleti dei Paesi grandi salteranno la fase di qualificazione», dice Piccioni. A livello giornalistico, raccontare le Olimpiadi si divide tra fare cronaca dei risultati sportivi e far scoprire le storie di atleti e Paesi poveri o poco sviluppati. «È da Londra 1908 che i Giochi acquisiscono una dimensione universale, poi con la tv cambia tutto, sebbene lentamente. Le trasmissioni risalgono già al 1936, ma con qualità pessima; poi, di fatto, dagli anni Cinquanta e ancor più da Roma 1960 si arriva a una diffusione mondiale delle gare».

Con la digitalizzazione, ma anche con eventi terroristici sempre più frequenti, dall’11 settembre in poi, il fascino del giornalismo sportivo sul campo ai Giochi olimpici si è via via ridotto. «Per non parlare, poi, dell’arrivo della pandemia, con ulteriori restrizioni al villaggio olimpico». Dove prima gli atleti rimanevano più giorni, oggi no. «Oggi puoi conoscere meglio gli sportivi quando tornano a casa e ti raccontano la loro esperienza», mentre quando sono impegnati nei Giochi prevalgono i diritti tv e audio su quelli delle interviste giornalistiche. «È l’“highlightizzazione” degli eventi, cioè il dominio dei video anziché della manifestazione in toto e dal vivo». Eppure, spiega Piccioni, «la magia dei Giochi olimpici rimane». 

Niccolò Campriani, campione olimpico di tiro a segno con tre medaglie d’oro, dice che la medaglia non è un fine ma un mezzo. «La medaglia deve illuminare parti di mondo e di vita altrimenti nascoste, deve andare in giro». Anche sui giornali, secondo Piccioni, non è giusto che le storie delle medaglie d’oro “occupino” più pagine. «Questa informazione oscura il contesto e le mille storie da raccontare in ogni edizione, privilegiando solo i vincitori». Gli esempi della ginnasta Simone Biles e della tennista Naomi Ōsaka (atlete che per un periodo hanno interrotto l’attività sportiva a causa della depressione) dimostrano che anche i campioni sono vulnerabili, come tutti. E che il risultato non è l’unica cosa che conta. Anche se a Tokyo 2021, ricorda Piccioni, «Fumita Ken’ichirō, atleta giapponese, nel postpartita del match di lotta greco-romana disse di vergognarsi del secondo posto» e come lui tanti altri si scusarono per non aver conquistato la medaglia d’oro. 

Le Olimpiadi ancora oggi provano a raccontare la storia di tutti gli angoli del mondo, senza aver mai generato guerre ma subendone spesso gli effetti. Negli anni Cinquanta, ricorda il professor Sbetti, Usa e Urss si sfidarono pacificamente almeno nello sport. Dopo la tempesta del Covid-19 sono arrivate le nuove tensioni in Ucraina e a Gaza. La speranza è che Parigi 2024 estenda ancor più il messaggio pedagogico decoubertiniano ancora valido: i Giochi olimpici come patto tra nazioni per porre fine ai conflitti in corso. 

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