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«Esisto ancora?». Donne che scompaiono con la loro giovinezza

Restare giovani per sempre è impossibile, ma per le donne può diventare un obbligo. Dalle rappresentazioni dei media alla medicina estetica, l’importanza che viene data alla bellezza femminile rivela i rapporti di potere all’interno della società

Il prodotto meno desiderabile nella società occidentale? Una donna, anziana. Lo si legge in uno studio del 2021 a proposito di ageismo di genere – doppio strato di pregiudizio per chi invecchia ed è donna. Ma si vede anche nei numeri che provano che le giovani donne sono più pessimiste degli uomini se pensano all’aspetto che avranno in vecchiaia. È scritto in televisione, nei volti delle giovani donne, o in quelle che sembrano tali, mentre abbelliscono i nostri schermi accanto a uomini di mezza età. È sulla bocca di Taylor Swift – perfino lei, la donna dell’anno – che a trentadue anni ha confidato a Jimmy Fallon di avere il terrore di essere considerata una pop star in età geriatrica: «Dai venticinque anni in poi provano a mandarci in pensione. È bello anche solo essere qui».

«Qui» è sotto gli occhi degli altri. E, sotto questi occhi, continuare a esistere. L’invisibilità sociale è un tema ricorrente nella letteratura sull’invecchiamento. Alle donne, più che agli uomini, capita di sentirsi invisibili e cancellate dalla vita pubblica e sociale. Le immagini che i media fabbricano non fanno che riprodurre ed esagerare un’ideale di bellezza femminile grazioso e irraggiungibile: suggeriscono alle donne – malgrado sia impossibile – di rimanere per sempre ragazze. Se così non dovesse essere, spariranno. 

È una condizione d’esistenza friabile e si può pensare che questo insudici il rapporto che ogni donna ha con la cura del suo aspetto, come se, disperata, dovesse adattarsi alle regole del gioco di qualcun altro. Ma «raggiungere e mantenere un benessere psicofisico, anche questo è salute. E benessere non è solo bellezza», ci spiega un medico specialista in dermatologia che preferisce parlare in anonimato. «L’Organizzazione mondiale della sanità definisce infatti la salute come “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non semplice assenza di malattia”».

Fin dagli inizi della sua professione, lo specialista con cui parliamo si è occupato di medicina estetica applicata alla dermatologia. Nel suo studio privato ha visto entrare molte donne e ha coltivato insieme a loro un rapporto con la cura dell’estetica che rifugge, racconta, dalla ricerca della bellezza a tutti i costi e dal mito dell’eterna giovinezza. «Nella mia utenza vedo un approccio molto sano ed equilibrato. Tengono alla loro salute in generale, sono attente alla prevenzione, fanno una vita sana e in questo concetto di mantenimento di uno stato di benessere inseriscono anche la cura dell’aspetto. Insistono con me sulla naturalezza dei risultati e temono eventuali stravolgimenti. Non hanno paura di invecchiare, piuttosto non si vogliono trascurare. Più che la bellezza, direi che il loro obiettivo è il benessere. Ma forse è perché è la mia utenza. La mia etica mi impone di non approvare certe richieste e le persone che vengono da me lo sanno». Nelle giovani donne ha però rilevato «l’esigenza di rispondere a canoni estetici imposti da un mondo esterno». 

Difatti, la donna «è sempre accompagnata dalla sua stessa immagine», aveva scritto già nel 1972 il critico d’arte, scrittore e pittore britannico John Berger nella raccolta di saggi Questione di sguardi. «Mentre attraversa una stanza o mentre piange per la morte di suo padre, non può fare a meno di immaginare sé stessa mentre cammina o piange. Così si trasforma in un oggetto – e soprattutto in un oggetto di visione: uno spettacolo»

Con i social media quest’immagine di sé che accompagna le donne si fa ancora più aderente, serrata a loro, qualcosa di cui non si riesce a liberarsi, verso cui si è obbligate a usare riguardi come verso un padrone o una malattia. «È cambiato l’approccio delle giovani generazioni all’estetica. Non accettano il minimo difetto. Vengono da noi e ci chiedono di somigliare a quello che vedono su Instagram», ci spiega l’intervistato. «Capita che mi portino immagini già ritoccate. Oppure ci chiedono di somigliare alla loro stessa immagine già ritoccata. Hanno aspettative alte e vogliono che agiamo in tempi molto rapidi – che forse sono i tempi dei social, ma non della medicina. Sono i tempi di questa società in cui si passa rapidamente da uno stato a un altro, da un argomento a un altro».

In questa velocità divorante tentano di rallentare i processi fisiologici di invecchiamento cutaneo nello stesso modo in cui si cerca di rallentare il processo di degenerazione delle arterie o delle ossa. Ma perché questo tentativo di rinviare l’invecchiamento sia sano è necessario che «non venga esclusa la figura del medico, per il quale è fondamentale svolgere un’attenta valutazione clinica e un’accurata anamnesi del paziente, comprendendone l’assetto psicologico», insiste l’esperto. 

Altrimenti, la ricerca sfrenata di mantenere intatta la bellezza può diventare una corsa verso l’autodistruzione. Un po’ come ha immaginato la regista Mika Ninagawa, che nel suo Helter Skelter (2012), a sua volta ispirato dal manga omonimo di Kyōko Okazaki, ha raccontato la storia di una modella il cui aspetto è tutto frutto del lavoro di una clinica, eccetto per gli occhi, le orecchie e la vagina. E mentre Lilico, la protagonista del film, inizia a decomporsi fisicamente e a soffrire di allucinazioni a causa dei ripetuti interventi, in una narrazione cinematografica che porta il pathos all’estremo, gli altri personaggi si chiedono con amarezza se questa folle ricerca della bellezza non sia affatto vanità, ma il tentativo disperato di conquistare potere da parte di chi potere non ha. «Se smetto di essere carina», dice Lilico guardandosi allo specchio, «si scorderanno di me». 

È lo stesso timore di cui parlava Taylor Swift: essere dimenticate e cancellate e sostituite. Quello che spinge le donne nei nostri schermi ad apparire belle, giovani e fresche – sempre, per sempre – così che venga loro concesso di restare rilevanti. O quello che le fa tremare al pensiero di invecchiare prima ancora di invecchiare, perché una donna anziana è l’oggetto meno desiderabile al mondo. 

È lo stesso timore che rivela i rapporti di potere all’interno della società. Quando al nostro medico chiediamo «ha pazienti uomini?», risponde: «Non molti».

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