L’evoluzione storica ha portato l’uomo a trasferirsi dalle campagne alla città. Non solo per ragioni lavorative ma anche per un aumento della propria sicurezza. Negli ultimi anni, però, molte città italiane soffrono di gravi problemi di gestione e sicurezza legati anche all’aumento del fenomeno delle baby gang, gruppi di ragazzi minorenni, spesso capeggiati da un soggetto maggiorenne, dediti alla microcriminalità. Si tratta di fenomeni che spesso nascono da situazioni di disagio sociale, familiare o economico. I crimini sono prevalentemente di tipo violento (risse, aggressioni o lesioni), vandalico o, più raramente, patrimoniale.
Da un lato ci sono le bande giovanili che nulla hanno a che fare con la criminalità organizzata già presente nel territorio. Dall’altro, invece, casi in cui le stesse bande hanno legami con organizzazioni criminali preesistenti o, comunque, prendono ispirazione da esse.
Questa distinzione permette di capire quali misure impiegare per garantire la sicurezza sociale e la repressione del fenomeno. Quando non è presente la criminalità organizzata, difficilmente tali soggetti vengono accusati o condannati per uno dei reati associativi delineati dal nostro Codice penale. Il più delle volte si preferisce garantire la funzione principale della pena: il reinserimento sociale. La pena detentiva è comminata solo in casi rari: si dà la precedenza a strumenti riabilitativi come la messa alla prova o attività di tipo preventivo dirette all’educazione alla legalità o alla partecipazione attiva alla vita sociale. In presenza di soggetti minorenni, inoltre, è lo stesso Codice penale italiano a prevedere pene detentive ridotte. La funzione punitiva, in questi casi, rischia di rafforzare l’identità criminale dei soggetti coinvolti.
Di recente, con il D.l. 123/2023 noto anche come decreto Caivano, il governo ha introdotto una serie di modifiche legislative dirette al contrasto della criminalità giovanile, tra cui le baby gang. In particolare, è previsto un inasprimento delle pene per i reati di tipo mafioso, di porto abusivo di armi e di detenzione e traffico di sostanze stupefacenti oltre all’introduzione, anche in questi casi, del daspo urbano.
Tuttavia, si rischia l’effetto opposto: il carcere e la stigmatizzazione sociale temporanea, per un minore, non fanno altro che rafforzarne l’identità criminale e accrescerne la rabbia, restituendolo allo stesso contesto che l’ha portato a sbagliare. Continuare ad agire sull’educazione e sulle misure di inclusione sociale, sia dei minori sia delle famiglie, è un approccio più funzionale al reinserimento sociale e all’eradicamento della criminalità minorile.




