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Il caso delle borse di studio Iupals: gli studenti palestinesi a Gaza e l’indifferenza del governo italiano

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Nonostante siano stati ammessi nelle università italiane e selezionati per una borsa di studio, decine di studenti palestinesi restano intrappolati a Gaza per l’assenza di vie consolari alternative

La prima volta che sono entrato in contatto con una studentessa gazawiyya ammessa al programma Iupals era il pieno pomeriggio di un assolato 28 giugno 2025. Ricordo la data perché, in quel momento, mi trovavo sotto il sole bolognese, asfissiante come solo in Pianura padana sa essere, sgambettando sotto cassa al Pride della città dove dieci anni fa ho deciso di vivere e studiare. In un istante è andato in frantumi il personalissimo e inconscio vetro divisorio che separa la mia privilegiata esistenza da una fetta di umanità che, a non troppi chilometri di distanza, sta sperimentando sulla propria pelle gli effetti di un deliberato piano genocidario.

La vita di questa studentessa, ventiquattro anni, laureata brillantemente all’Università al-Azhar, è caratterizzata dal sito geografico ove è radicata la sua esistenza: Gaza. La sua storia non ha alcun carattere di novità rispetto a quelle di tutti gli altri gazawi. Da due anni Israele li sta sterminando, affamando, uccidendo, stuprando, bombardando, come esito quasi naturale di poco meno di un secolo di apartheid. I cruenti atti di ribellione all’occupazione israeliana, promossi da Hamas e sfociati nell’uccisione di oltre un migliaio di civili israeliani, hanno avviato una campagna di morte della quale non avrebbe senso fornire dati in questa sede. Infatti, oltre a essere complesso individuare il numero esatto di vittime, questo dato aumenta inesorabilmente di ora in ora e le vicende militari sono in costante sviluppo.

L’Università al-Azhar, oggi, non esiste più. In realtà, è rasa al suolo dal gennaio 2024, quando l’emittente Al Jazeera denunciava che, delle 288 scuole presenti a Gaza, 280 erano già state distrutte o danneggiate, come poi confermato in un recente report dalla Commissione internazionale d’inchiesta delle Nazioni unite sul territorio palestinese occupato. Questa precisa politica militare israeliana ha indotto svariati esponenti accademici di tutto il globo a parlare di educide, intendendo la mirata volontà di rendere impossibile al popolo palestinese l’accesso all’istruzione. Ciò, secondo gli studiosi, non solo ha effetti sul presente di chi, come lei, stava brillantemente portando avanti la propria carriera universitaria, ma è soprattutto finalizzato ad annientare le ambizioni future di intere generazioni.

In questo contesto, a maggio 2025, in un atto di apprezzabile e forse anche inaspettata solidarietà verso il popolo palestinese, la Conferenza dei rettori delle università italiane (Crui) e il ministero dell’Università e della Ricerca bandivano novantasette borse di studio da dodicimila euro l’una destinate agli studenti palestinesi. Il progetto Italian Universities for Palestinian Students, che coinvolge trentacinque atenei, responsabili di accogliere gli studenti e di gestire le singole pratiche burocratiche, era sin da subito incensato dalle parole della ministra Anna Maria Bernini. L’ex docente di Diritto pubblico comparato, infatti, dichiarava: «Offrire ai giovani palestinesi la possibilità di studiare in Italia significa costruire ponti, seminare futuro. È da qui che si comincia davvero a costruire la pace». 

Sin da subito, però, il bando presentava evidenti criticità, come l’obbligo, imposto a tutti gli studenti selezionati, di frequentare per cinque mesi un corso di lingua italiana presso le scuole di Betlemme e Ramallah. Previsione, a dir poco, irrealistica. Tuttavia, di fronte alla gravità della situazione, e in alcuni casi grazie alla pressione interna degli uffici degli atenei, sono state individuate soluzioni alternative: colloqui individuali via Zoom, autocertificazioni linguistiche oppure percorsi personalizzati da attivare dopo l’arrivo in Italia. In questo modo, i beneficiari sono riusciti a superare lo sbarramento iniziale e a rientrare comunque nel programma.

Superato questo ostacolo, però, ne rimaneva un altro, ben più solido e del tutto indipendente dalla buona lena delle università: la disciplina dei visti. Infatti, nel mese di giugno, con tempistiche variabili a seconda delle procedure interne dei singoli atenei, ai beneficiari veniva richiesto di presentarsi a Gerusalemme per ottenere il visto presso il consolato italiano, passaggio considerato imprescindibile per la raccolta dei dati biometrici. Anche in questo caso, la comunicazione ministeriale appare quantomeno fantasiosa, dal momento che chi risiede nella Striscia di Gaza non può uscire dalla propria città senza il consenso di Israele, non dall’ottobre 2023 ma da decenni.

Il problema dei visti, del resto, non è affatto una novità. Già prima del bando Iupals si erano moltiplicati i casi di studenti a cui i consolati italiani in Israele, competenti anche per i territori palestinesi, avevano illegittimamente negato il visto, nonostante l’ammissione alle università italiane. Yalla Study, organizzazione che assiste legalmente e burocraticamente giovani palestinesi nel percorso di accesso agli studi in Italia, nel maggio 2025 ha portato all’attenzione pubblica il caso di tre studentesse di Gaza, regolarmente ammesse all’università di Siena ma impossibilitate a raggiungere Gerusalemme per effettuare i rilievi biometrici. In collaborazione con Legal Aid, l’organizzazione ha presentato un ricorso d’urgenza al Tar del Lazio, che ha accolto le loro istanze, riconoscendo l’impossibilità materiale e giuridica per chi vive a Gaza di accedere alle normali procedure consolari, aprendo così alla possibilità di un iter interamente telematico e autorizzando il differimento o la delega locale dei rilievi biometrici, pur di garantire il diritto allo studio.

La sentenza, sebbene non risolutiva per tutti i casi pendenti, rappresenta una breccia importante nella rigidità amministrativa che, fino alla sua pronuncia, ha completamente ignorato la realtà. Nel frattempo anche il sindacato studentesco Unione degli universitari si è mobilitato, chiedendo ai ministeri competenti l’adozione urgente di meccanismi alternativi per consentire agli studenti di Gaza di ottenere i visti senza dover passare da Gerusalemme. In tal senso, è significativa la mozione approvata dal senato accademico dell’Università della Tuscia di Viterbo, su proposta dell’Udu locale, che ha chiesto formalmente al governo un intervento diretto per rimuovere l’ostacolo consolare.

Nel momento in cui questo articolo viene scritto, dalle istituzioni italiane non è arrivata alcuna risposta ufficiale. Nessun passo concreto è stato compiuto per portare in salvo gli studenti gazawi ammessi nelle università italiane. Intanto, ho conosciuto altri di loro. B., vent’anni, ha ottenuto la borsa Iupals per un’università del Nord Est. Non ne è sorpreso: è sempre stato tra i migliori della sua classe. A., invece, è tornata a casa dopo mesi da sfollata. Si dice fortunata – mi racconta – perché l’ha ritrovata ancora in piedi, anche se il tetto è stato sventrato da una bomba inesplosa, con su scritte in ebraico, che adesso giace muta nel salotto. L., già ammessa a un ateneo del Sud, vive nel campo profughi di Nuseirat, dove l’esercito israeliano continua a uccidere decine di persone ogni giorno. H. mi ha scritto dopo giorni di silenzio. Suo padre e suo fratello di quattordici anni sono stati uccisi da un drone mentre tornavano a casa con un sacco di farina. Lei li guardava dal balcone. Poi c’è A., che formalmente non rientra in questa storia. Ha diciassette anni e un’intelligenza che non rispetta il calendario anagrafico. Nei video che mi invia mi mostra dove vive, cosa legge, come sogna.

Ho molto riflettuto sull’opportunità di includere in questo pezzo altre informazioni sulle loro vite che hanno voluto condividere con me, testimonianze agghiaccianti delle loro sopravvivenze. Sono convinto che basterebbe conoscere anche solo qualche spezzone dei loro racconti per comprendere in che direzione sta andando la storia e quali siano le responsabilità dell’Occidente. Eppure, se c’è una frase che tutti mi hanno ripetuto con svariate parafrasi, questa è sintetizzabile nel concetto: non cerchiamo pietà, vogliamo solo veder riconosciuto il nostro diritto allo studio.

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