«La guerra russo-ucraina ha segnato uno spartiacque anche per la scuola». Giovanni Savino insegna Storia del nazionalismo russo all’Università di Napoli Federico II ed è noto per aver raccontato la sensazione di pericolo durante la sua permanenza con la sua famiglia nella Federazione guidata da Vladirmir Putin. Cura un canale Telegram, Russia e altre sciocchezze, con oltre 5.500 iscritti. «Dal 2022 nelle scuole russe è stata introdotta l’ora di conversazione su argomenti importanti», ci racconta. Vale a dire, uno spazio di propaganda sull’attualità. «Inizialmente si è tentato di coinvolgere ospiti esterni come i veterani reduci dalla guerra in Ucraina, ma il problema delle loro fedine penali ha portato a far specializzare i docenti con corsi di aggiornamento». Non solo. «Anche a chi frequenta ingegneria è imposto il corso di storia russa. Inoltre, è stato inserito l’insegnamento di Fondamenta dello Stato russo, dove si racconta quanto la Federazione stia combattendo la battaglia del bene contro il male». Tutte operazioni, queste, avvenute a guerra iniziata: ecco perché Savino si dice dubbioso sulla loro riuscita e sugli effetti. «Certo, il controllo sulle undici classi della scuola in Russia è molto forte, anche perché negli anni scorsi tanti ragazzi e ragazze partecipavano alle manifestazioni promosse da Alexei Navalny». Quanto ai libri di testo, invece, dal 2012 esiste un unico manuale di storia: il coautore è Vladimir Medinsky, consigliere di Putin, capo-delegazione delle trattative con l’Ucraina e già ministro della Cultura. «È un libro che corrisponde alla narrazione della Russia eterna, travolta dalle rivoluzioni ma combattente perenne». L’unica via per opporsi a tutto ciò è non frequentare le ore di propaganda, «ma ciò avviene a macchia di leopardo: dipende da quanto i direttori delle scuole accettano questa mossa dei genitori dei ragazzi», ammette Savino. Opporsi a queste restrizioni, che negli anni Novanta o nei primi anni di Putin non c’erano, è impossibile. «Basti ricordare il caso della rivista universitaria Doxa, per cui gli autori furono prima costretti a scontare internamente delle pene e poi fatti emigrare». E le repressioni sono in aumento da due anni: «La sinistra universitaria a Pietroburgo, per esempio, viene accusata da mesi di prendere soldi dal Regno Unito. E, come ulteriori misure stringenti, si ipotizza la proibizione di WhatsApp, così come di considerare reato ogni materiale ritenuto estremista rispetto al regime».
In Corea del Nord, in quanto Paese con radici comuniste, il sistema scolastico è interamente pubblico. «La struttura è classica, ma è chiaro che sin dall’infanzia l’istruzione ha una forte connotazione ideologica», spiega Marco Milani, professore di Storia e istituzioni dell’Asia all’Università Alma Mater di Bologna. Questo significa che vengono impartiti corsi sul fondatore della dinastia, Kim Il-sung. Sia all’interno che all’esterno delle scuole vige un’impostazione militare della vita, per cui «i ragazzi partecipano a una serie di attività anche culturali e ricreative inserite in una struttura politico-militare irregimentata». Nell’ultimo decennio, poi, Kim Jong-un ha innalzato da undici a dodici anni la durata obbligatoria della scuola e promosso i corsi di materie matematico-scientifiche (cosiddette Stem) con l’obiettivo di contribuire allo sviluppo economico del Paese. «Una strada non facile da perseguire, sia per la forte connotazione ideologica del regime sia per il suo isolamento», chiarisce Milani. Ma forse l’aspetto che più la dice lunga sulla scuola in Corea del Nord è la gerarchia sociale: «Si chiama Songbun e attribuisce a ognuno un livello dal quale non ci si sposta».
Un altro regime comunista (sebbene con meccanismi diversi) che esercita un forte controllo sull’istruzione è la Cina, dove i programmi scolastici vengono decisi dal Comitato accademico del Consiglio di Stato. Nella Repubblica popolare la gerarchia delle classi si basa molto sul rendimento degli studenti: l’idea a monte è selezionare i migliori. Basti pensare al celebre Gaokao, il super esame di Stato per accedere alle migliori università, a cui partecipano ogni anno tredici milioni di ragazzi e ragazze. La prova dura due giorni, nove ore complessive, e consiste nel dimostrare le conoscenze acquisite sino a quel momento, vale a dire nei dodici anni precedenti, in cinese, matematica, inglese, fisica, chimica, politica e storia. Quanto all’impronta dello Stato in ambito scolastico, lo scorso anno è stato varato un provvedimento per aumentare la propaganda di Stato nei libri di testo, dando spazio a temi quali la sicurezza nazionale, il pensiero di Xi Jinping, le guerre e le tensioni con il Vietnam e l’India. Un tassello, questo, che si inserisce in un percorso di riforma in atto da anni e che vede ampliare il racconto sui manuali di tanti capitoli della storia e della letteratura cinese. Per non parlare del soft power cinese portato avanti all’estero: anche l’Italia ne sa qualcosa, tramite i sempre più noti Istituti Confucio.
Anche in Corea del Sud, che non è un regime autoritario ma presidenziale, si svolge l’esame di Stato per accedere all’università. «Il sistema scolastico di Seoul è molto competitivo: sin dagli anni Sessanta si è affermata l’idea che istruzione e lavoro hanno funzioni di ascensore sociale, anche se da vent’anni quest’equazione si è rotta», spiega Marco Milani.
Un altro Paese formalmente non dittatoriale ma autoritario come la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan ha visto stringere la cinghia delle libertà anche in ambito scolastico, soprattutto dal 2016, cioè dall’estate del presunto golpe contro il presidente, in carica ormai da ventidue anni. Proprio nove anni fa, il ministero dell’Istruzione inviò una lettera a scuole e biblioteche ordinando di raccogliere ed eliminare ogni pubblicazione connessa al diretto accusato del colpo di Stato: l’oppositore Fethullah Gülen. Da allora, è stata riattivata e normalizzata la pratica – già diffusa all’epoca della dittatura militare degli anni Ottanta – per cui è il governo a nominare i rettori delle università, chiamati commissari straordinari (kayyum). Lo scorso anno, invece, è balzato alle cronache lo scandalo dei centri d’istruzione professionale, dove molti studenti sono arrivati al suicidio per le condizioni di lavoro a dir poco precarie. Più in generale, anche nel Paese anatolico la propaganda governativa, per di più fortemente legata all’indottrinamento islamico sunnita, è a dir poco pervasiva.
Nel cosiddetto mondo libero, cioè in Occidente, i problemi legati all’istruzione sono di ben altra natura. Bassa spesa pubblica, difficoltà di accesso al mondo del lavoro, forti discrepanze sociali a seconda dei livelli di studio raggiunti. Secondo l’ultimo rapporto Ocse disponibile, uscito a fine 2024, l’Italia spende solo il 4 per cento del proprio Pil per l’educazione scolastica contro una media Ocse del 4,9 per cento. Inoltre, per le donne italiane risulta ancora complicato raggiungere i livelli retributivi degli uomini a parità di impiego e curriculum. Addirittura, le laureate guadagnano il 58 per cento in meno dei colleghi maschi: un divario mai così ampio in nessun altro Paese Ocse.
Eppure, l’istruzione è uno dei diritti fondamentali riconosciuti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, non un privilegio. Secondo l’Unesco, il numero di bambini che non vanno a scuola rimane significativo, con 128 milioni di ragazzi e 122 milioni di ragazze esclusi. Anche le carenze nelle competenze educative sono immense: il 57 per cento dei bambini nel mondo non ha acquisito quelle di base. Insomma, le nostre madri avevano ragione quando ci dicevano di studiare anziché giocare alla PlayStation o al Game Boy. Ma è anche vero che non dipende tutto da noi.



