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Tagli, repressione, deportazioni: gli studenti stranieri nel mirino di Trump

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Dopo il taglio ai fondi federali per la ricerca, ora l’offensiva antiliberale del presidente si abbatte sul corpo studentesco internazionale, che rischia la deportazione

Se avete trascorso un periodo negli Stati Uniti come studenti o partecipanti a uno scambio culturale è probabile che abbiate sentito parlare dello Student and Exchange Visitor Program (Sevp), il programma dell’Ufficio immigrazione che autorizza le istituzioni accademiche ad accogliere studenti e visitatori internazionali, i quali ottengono uno status legale tramite un visto F (per studenti accademici), M (per formazione professionale) o J (per scambi culturali). Nel 2024, gli studenti internazionali che si sono trasferiti negli Usa per completare la propria istruzione superiore (la laurea breve, triennale, magistrale o il dottorato) sono stati quasi un milione e mezzo: un aumento del 5,3 per cento rispetto al 2023. Questi numeri sono destinati a cambiare radicalmente entro la fine del 2025. L’amministrazione guidata da Donald Trump, infatti, ha avviato dall’inizio dell’anno un’offensiva contro le università americane. In parte, questo attacco riflette l’impegno del presidente a combattere la cosiddetta wokeness e l’«indottrinamento di sinistra» nell’istruzione superiore. L’azione si inserisce in una visione più ampia, secondo cui gli Stati Uniti dovrebbero tornare ai valori conservatori del passato abbandonando le politiche di diversità, equità e inclusione, viste dalla destra conservatrice come una minaccia ai fondamenti culturali del Paese.

Per raggiungere i propri obiettivi, Trump ha fatto leva sul potere economico del governo federale, riducendo drasticamente, se non eliminando del tutto, i finanziamenti alle università che non si conformano alla linea culturale imposta dal presidente. In particolare, sono state penalizzate le istituzioni che promuovono studi di genere e ricerche legate al colonialismo o al razzismo. Le sanzioni economiche hanno colpito anche le università che hanno permesso o sostenuto proteste a favore della Palestina.

Il 29 gennaio 2025, Trump ha firmato l’ordine esecutivo n. 14188, che autorizza l’uso di tutti gli strumenti legali possibili per perseguire i responsabili di atti ritenuti «antisemiti». Il provvedimento è stato emesso in risposta al crescente numero di proteste nei campus contro il massacro perpetrato dal governo israeliano a Gaza che, per Trump, rappresentano manifestazioni pro terrorismo, antisemite e antiamericane.

Questo ordine esecutivo si inserisce in un più ampio tentativo da parte dell’amministrazione di reprimere la libertà di espressione negli ambienti accademici considerati radicali. È, uno degli strumenti chiave dell’offensiva alle università, che si è concretizzata anche in tagli ingenti ai finanziamenti federali. Per esempio, la Columbia University ha perso circa 400 milioni di dollari, Princeton 210 milioni, mentre Cornell e Harvard hanno visto sfumare rispettivamente 1 miliardo e 2,2 miliardi di dollari in contributi federali.

Queste politiche hanno effetti diretti sulla qualità della ricerca nelle università americane. A farne le spese, però, sono soprattutto i ricercatori e gli studenti internazionali, i quali rischiano la perdita dello status legale (garantito dai visti di tipo F e M), l’incarcerazione – come successo a Mahmoud Khalil, studente della Columbia University e attivista pro Palestina – e il rischio di deportazione. Si tratta di effetti che derivano non solo dalla repressione antiliberale nei campus, ma anche dalle più ampie politiche antimigratorie dell’amministrazione Trump.

La manifestazione più sconvolgente di questo processo è arrivata con l’ultimo colpo inferto da Trump ad Harvard. Nel maggio 2025, l’amministrazione ha revocato all’università la registrazione presso lo Sevp, impedendole così di accettare nuovi studenti internazionali e costringendo quelli già iscritti a trasferirsi in un altro istituto o a perdere il proprio status legale. Questo provvedimento, quasi certamente una ritorsione contro il rifiuto dell’università di ristrutturare il proprio sistema educativo e amministrativo secondo le linee guida della presidenza, è stato successivamente bloccato da un giudice federale, dopo che Harvard ha presentato ricorso.

Nel frattempo, ottenere un visto attraverso il sistema Sevp è diventato estremamente difficile: i tempi di attesa sono lunghissimi e molti studenti rinunciano persino a presentare domanda, scegliendo altre destinazioni per i propri studi. Si tratta di una perdita culturale enorme per gli Stati Uniti, le cui università hanno storicamente beneficiato del contributo della popolazione studentesca internazionale. La perdita è, però, anche di natura economica: spesso gli studenti internazionali negli Usa pagano l’intera retta universitaria, che può ammontare a centinaia di migliaia di dollari all’anno per singolo studente. In generale, durante l’anno accademico 2023/2024, gli studenti internazionali hanno portato all’economia Usa ben 44 miliardi di dollari. Le scelte dell’amministrazione Trump si rivelano rovinose per il Paese, dove la libertà di espressione vacilla, la diversità viene considerata come una malattia da eradicare e l’economia è sempre più fragile.

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