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Il primo boicottaggio degli ultimi

Nel 1978, il mezzofondista keniota Henry Rono stabilì quattro record mondiali in soli 81 giorni. Vinse ai Giochi del Commonwealth e ai giochi panafricani, ma non partecipò mai alle Olimpiadi a causa del primo boicottaggio africano. La sua storia è un viaggio nel mondo dello sport e della politica

Il 15 febbraio di quest’anno è morto a Nairobi Henry Rono, uno dei più grandi mezzofondisti del continente africano. Il 1978 fu il suo anno di gloria. Partecipò ai giochi del Commonwealth (manifestazione sportiva che riunisce tutti i Paesi del Commonwealth britannico e che si tiene ogni quattro anni), previsti per quell’edizione in Canada, e lì vinse le gare dei 3000 e dei 5000 metri piani oltre ai 3000 siepi (la gara che prevede, oltre alla corsa, anche il salto degli ostacoli lungo il percorso). In tutte e tre le specialità stracciò i precedenti record. La stessa storia si ripeté, poco dopo, ai giochi panafricani, dove vinse nelle specialità dei 3000 e dei 10.000 piani. In tutto, nell’arco di 81 irripetibili giorni, stabilì ben quattro record mondiali.

Henry Rono era una persona piuttosto schiva e la sua apparizione così improvvisa e luminosissima lo costrinse a stare di colpo sotto i riflettori. «Le persone mi chiedevano di andare ovunque. Mi vedevano come un uomo eccezionale, una macchina che poteva fare tutto. Ma ero un essere umano come loro», disse in seguito in un’intervista a una rivista specializzata.

La sua parabola fu splendente e rapida nella discesa: traumi personali e scontri con le autorità del suo Paese lo portarono nel tunnel dell’alcolismo, da cui si riprese solo quando era troppo tardi per recuperare la sua vita da atleta.

Henry Rono non partecipò mai a un’edizione dei Giochi olimpici estivi. Ma non per colpa sua. Nel 1976 era stato scelto per la selezione nazionale di atletica che doveva rappresentare il Kenya ai giochi di Montréal. Rono salì sull’aereo, insieme ai propri compagni, e arrivò a destinazione. Ma, prima che qualche atleta kenyota potesse gareggiare in qualsiasi disciplina, il dietrofront della Federazione: si torna a casa. Era in corso un boicottaggio.

Nel corso del 1976, infatti, la squadra di rugby della Nuova Zelanda era andata in tour in Sudafrica. A quel tempo quest’ultimo era escluso dai Giochi olimpici per decisione del Comitato olimpico internazionale a causa del regime di apartheid che vigeva nel Paese. Nonostante questo, gli All Blacks neozelandesi giocarono delle partite amichevoli contro il Sudafrica. In tutta risposta, su proposta della Tanzania, il 3 luglio 1976 il Consiglio superiore dello sport africano chiese allo stesso Cio di estromettere la Nuova Zelanda dall’edizione dei Giochi del 1976. Ma quest’ultimo si dichiarò incompetente, perché il rugby allora non rientrava tra gli sport ammessi ai giochi.

Erano gli anni, come detto, dell’apartheid in Sudafrica, quel sistema messo in piedi, a partire dal dopoguerra, dal governo bianco per mantenersi al potere, nonostante il mondo che avevano fin lì conosciuto stesse implodendo sotto la spinta della decolonizzazione e dei processi di indipendenza degli altri Stati. Dall’entrata in vigore del Population Registration Act nel 1950 tutti i cittadini erano classificati secondo origini razziali, più o meno reali, e sulla base di questa classificazione potevano (o non potevano) spostarsi all’interno del Paese. Erano inoltre proibiti matrimoni misti e vigevano due sistemi sociali e scolastici diversi e rigidamente scollegati.

Proprio nel giugno del 1976, a poche settimane quindi dall’inizio dei Giochi, avvenne uno degli episodi più drammatici del periodo di apartheid in Sudafrica. A Soweto, una township (agglomerato urbano di periferia) della capitale Johannesburg, partì una rivolta studentesca contro l’introduzione della lingua afrikaans (la lingua dei boeri del Sudafrica) nelle scuole. La repressione poliziesca fu durissima: si parla di più di cinquecento vittime, bambini compresi.

L’accordo per far tornare le nazioni africane ai Giochi, quindi, non si trova. I corrispondenti dell’epoca parlano di consultazioni febbrili tra i vertici delle nazioni africane e gli alti rappresentanti del Cio. Scende in campo anche il segretario delle Nazioni unite Kurt Waldheim che tenta di ricucire lo strappo, ma senza successo. Il giorno della parata inaugurale dei Giochi olimpici di Montréal mancano all’appello 21 nazioni africane, più la Guyana e l’Iraq. Rimangono fuori dal boicottaggio solamente Costa d’Avorio e Senegal. Del Camerun, solo alcuni ciclisti disputano la loro gara perché, essendo il ciclismo tradizionalmente il primo giorno di gare, la Federazione stava ancora decidendo se aderire o meno al boicottaggio. A guidare la protesta, come detto, la Tanzania di Julius Nyerere, uno dei padri del socialismo africano, il presidente della Nigeria Olusegun Obasanjo e il congolese Jean-Claude Ganga, politico di grande influenza su tutto il continente che dedicava grande attenzione allo sport.

Tra gli atleti, oltre al già citato Henry Rono, molti dovettero accettare le decisioni delle proprie federazioni a malincuore. Per un atleta, soprattutto se di uno sport considerato minore, rinunciare alla vetrina di un’edizione dei Giochi, che si presenta solo ogni quattro lunghi anni, può voler dire perdere l’occasione di una vita.

In primis il corridore ugandese John Akii-Bua non poté difendere il titolo, conquistato a Monaco nel 1972 nella corsa a ostacoli, dove deteneva tra l’altro il record del mondo. Una grave perdita fu anche quella del mezzofondista tanzaniano Filbert Bayi. La sua specialità erano i 1500 metri piani e, ironia della sorte, tutti attendevano il suo confronto con il neozelandese John Walker che, senza il rivale, vinse la medaglia d’oro. Ma fu impedito di brillare anche al velocista kenyota Mike Boit, descritto dai commentatori dell’epoca come in uno stato di grazia.

Al di là delle assenze (la lista sarebbe ancora lunga) dei protagonisti dello spettacolo, per tutta la macchina olimpica il boicottaggio fu uno shock. La politica entrava nei Giochi e lo faceva nella maniera più conflittuale e visibile possibile: nelle immagini della cerimonia inaugurale sono diversi i vuoti che si vedono nelle tribune proprio per effetto dell’assenza delle delegazioni africane. Quella di Montréal sarà la prima di un tris di Olimpiadi che saranno boicottate per motivi politici (toccherà anche all’edizione di Mosca del 1980 e a quella di Los Angeles del 1984). Gli aristocratici e i parenti poveri, titolerà il giorno dopo L’Unità sottolineando come «il rifiuto dei Paesi africani segna una nuova tappa nell’identità, e anche nei problemi, dei giochi olimpici. […] Il segno che qualcosa comincia a muoversi. Anche se magari in modo contraddittorio e con scelte non prive di elementi artificiosi». Sempre lo stesso articolo conclude con una riflessione che, mai come ora, potrebbe essere attuale: «I voli delle colombe, il mistico pellegrinaggio della fiamma olimpica affascinano senza dubbio le platee del mondo. Ma è soltanto un involucro. E per far acquistare al contenuto un’autentica dimensione di solidarietà umana, di comprensione e anche di speranza, bisogna avere il coraggio di guardare in faccia la realtà senza illudersi che basta soltanto avere la buona volontà di salvare il salvabile».

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