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	<title>Cecilia Fasciani Prismag</title>
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	<title>Cecilia Fasciani Prismag</title>
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		<title>Reportage dal confine bulgaro, tra respingimenti e corpi senza nome</title>
		<link>https://prismag.it/linea-d-ombra-reportage-dal-confine-bulgaria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cecilia Fasciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Nov 2025 17:43:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Rubriche]]></category>
		<category><![CDATA[bulgaria]]></category>
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		<category><![CDATA[il ponte sulla Drina - Cronache dall'Est]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con il processo di inclusione della Bulgaria nell’area Schengen, la frontiera con la Turchia è diventata una delle più sorvegliate d’Europa. Ma tra i boschi della Strandža continuano a scomparire persone migranti, sepolte in tombe senza nome e dimenticate da istituzioni che non cercano, mentre famiglie siriane, afghane, attivisti e avvocati denunciano un sistema che nega il diritto all’identità</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>La Bulgaria entra pienamente nell’area Schengen a gennaio 2025</strong>: sulla frontiera con la Turchia si muovono sempre più numerosi la Border Police, i Defender, membri di Frontex, mentre nuove, sofisticate tecnologie di controllo e posti di blocco si moltiplicano. <strong>Diventa così uno dei confini più militarizzati d’Europa</strong>. La grande e lunghissima recinzione di metallo si affaccia minacciosa da entrambi i lati del confine. Come racconta Kapka Kassabova nel suo libro <em>Confine. Viaggio al termine dell’Europa</em>, è <a href="https://prismag.it/odissea-minore-per-uneducazione-della-frontiera/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-wpel-link="internal">una frontiera</a> che solo pochi decenni fa veniva attraversata dal lato opposto da migliaia di dissidenti in fuga dal blocco d’influenza dell’Urss. Oggi, invece, inghiotte chi arriva da Oriente.</p>



<p><strong>«Mio fratello Rabi’ ha provato cinque volte»</strong>, racconta Roze da Damasco. <strong>«Al quinto tentativo, dopo quattro giorni di cammino, si è consegnato alla polizia bulgara. Da quel momento non abbiamo più saputo nulla»</strong>. Sono passati più di due anni, e come lei decine di famiglie siriane, afghane, marocchine e di altri Paesi vivono nell’attesa di una notizia che non arriva mai. «Quando una persona scompare, la procedura dovrebbe essere chiara», spiega l’avvocato Dragomir Oshavkov della Foundation for Access to Rights (Far). «Se una segnalazione interessa qualcuno in pericolo, la polizia è tenuta a intervenire subito. <strong>Ma nella pratica non succede quasi mai. I soccorsi non arrivano in tempo e le tragedie si moltiplicano</strong>».</p>



<p>Oshavkov racconta che spesso i respingimenti non avvengono sul confine, ma anche a 20 o 30 chilometri all’interno del territorio bulgaro. «È contro la legge nazionale e contro la Convenzione di Ginevra», spiega. «Quando le persone vengono intercettate nel Paese, dovrebbero avere la possibilità di chiedere asilo». Invece vengono caricate su camion e riportate oltre la recinzione, in Turchia. Senza registrazione, senza nome, come se non fossero mai esistite. Secondo l’avvocato, i respingimenti sistematici non sono solo una violazione del diritto internazionale, ma anche una conseguenza diretta delle politiche europee. <strong>«Quello che l’Unione europea chiede alla Bulgaria è di essere una frontiera esterna “forte”, cioè con meno rifugiati, meno ingressi, meno visibilità del problema»</strong>,<strong> </strong>continua. La pressione arriva da Bruxelles: si finanziano tecnologie di sorveglianza, droni, termocamere, ma non si investe in strutture di accoglienza né in meccanismi di identificazione. Così il confine diventa un limbo legale dove le persone possono sparire senza lasciare traccia.</p>



<p><strong>Nel frattempo, le famiglie si organizzano per cercare i propri cari</strong>. Alcune si affidano a Findsuri, organizzazione fondata dalla siriana Dima Aldera, che raccoglie denunce e campioni di Dna: «Insegniamo alle famiglie come segnalare i casi di sparizione e come richiedere test genetici. Ma serve un registro centrale, altrimenti i dati restano dispersi». A Burgas, l’associazione Mission Wings guidata da Diana Dimova offre sostegno legale e psicologico. «Negli ultimi due anni le richieste di aiuto sono esplose», racconta. «In Bulgaria non esiste un sistema che supporti le famiglie dei dispersi. I corpi vengono trovati da cacciatori o turisti, ma spesso sono poi sepolti senza identificazione. In alcuni distretti vengono conservati per anni, in altri sepolti dopo pochi giorni, anche senza avvisare i parenti». Nei cimiteri dei villaggi ai margini del confine, da Burgas a Sredets, fino a Yambol, <strong>semplici croci di legno recano la scritta “неизвестен<em>”</em>, “sconosciuto”</strong>. Tombe anonime che raccontano l’altra faccia dell’Europa. La mancanza di un protocollo unico lascia spazio anche agli abusi. <strong>«Ci sono famiglie costrette a pagare per entrare negli obitori o per visionare fotografie dei corpi»</strong>, denuncia Dimova. «Non dovrebbe essere così in un Paese dell’Unione europea».</p>



<p>Sul campo, il Collettivo Rotte Balcaniche lavora per documentare le sparizioni e assistere le persone in movimento. <strong>«Essere presenti nei boschi, anche accanto a un corpo, costringe le autorità a seguire procedure corrette di identificazione»</strong>,<strong> </strong>spiega Giuseppe Pederzolli, membro dell’organizzazione. Dal 2024, insieme a Mission Wings, hanno creato la piattaforma <a href="https://www.bordermemory.org/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-wpel-link="external"><strong>Border Memory</strong></a><strong>, che</strong> <strong>mappa tombe e persone scomparse nella zona di confine</strong>. In 170 comuni della Bulgaria sono state censite almeno 62 sepolture anonime riferite a persone migranti. Perlustrando i cimiteri della zona di confine insieme agli attivisti, sono state ritrovate 21 tombe a Burgas, 4 a Sredets, 2 a Ehlovo e 1 a Yambol. «Ottenere dalle autorità i dati sulle sepolture delle persone non identificate permette di dare al fenomeno una dimensione concreta e soprattutto di identificare le responsabilità», continua Pederzolli. «Perché ogni tomba sconosciuta racconta una responsabilità politica precisa». Nel frattempo, Roze e altre famiglie continuano a manifestare davanti all&#8217;ambasciata bulgara, chiedendo verità. «Ci hanno promesso risposte, ma non è arrivato nulla», dice. «Continueremo a fare pressione finché non prenderanno sul serio la nostra questione. <strong>Vogliamo sapere dove sono i nostri cari</strong>».</p>



<p>Tra le colline verdi della Strandža, la grande foresta di frontiera, il confine dell’Unione europea si confonde con quello dell’oblio. E mentre i governi parlano di sicurezza, centinaia di famiglie continuano la ricerca.</p>



<p><em>Questo articolo è stato prodotto grazie al supporto di Journalismfund Europe</em></p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img data-recalc-dims="1" fetchpriority="high" decoding="async" width="696" height="235" src="https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2025/11/JFE_L_POS.png?resize=696%2C235&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-8762" style="width:172px;height:auto" srcset="https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2025/11/JFE_L_POS.png?resize=1024%2C346&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2025/11/JFE_L_POS.png?resize=300%2C101&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2025/11/JFE_L_POS.png?resize=768%2C260&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2025/11/JFE_L_POS.png?resize=150%2C51&amp;ssl=1 150w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2025/11/JFE_L_POS.png?resize=696%2C235&amp;ssl=1 696w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2025/11/JFE_L_POS.png?resize=1068%2C361&amp;ssl=1 1068w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2025/11/JFE_L_POS.png?resize=600%2C203&amp;ssl=1 600w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2025/11/JFE_L_POS.png?w=1280&amp;ssl=1 1280w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></figure>
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		<title>Il lungo cammino dei diritti Lgbtqia+ in Armenia: tra speranze disattese e nuove sfide</title>
		<link>https://prismag.it/lungo-cammino-dei-diritti-lgbt-in-armenia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cecilia Fasciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Oct 2025 21:50:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il Mondo e l'Ester(n)o]]></category>
		<category><![CDATA[Rubriche]]></category>
		<category><![CDATA[Armenia]]></category>
		<category><![CDATA[Cronache dall'Est]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
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		<category><![CDATA[Numero 22]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>
		<category><![CDATA[Sulla sessualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Depenalizzata solamente nel 2003, l’omosessualità in Armenia continua a scontrarsi con una società segnata da omofobia e discriminazioni diffuse. Dopo le speranze suscitate dalla rivoluzione di velluto del 2018, i diritti Lgbtqia+ faticano ancora a trovare riconoscimento politico e strumenti di tutela legale efficaci</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>In <a href="https://prismag.it/armenia-azerbaigian-la-pace-che-non-ce/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-wpel-link="internal">Armenia</a>, la questione dei diritti Lgbtqia+ si intreccia con la storia recente del Paese, passando dalla criminalizzazione sotto il regime sovietico a una lenta e difficile ricerca di visibilità e riconoscimento. Fino al 2003 l’omosessualità era considerata un reato: la sua depenalizzazione fu una condizione per l’ingresso del Paese nel Consiglio d’Europa. Da allora, si è sviluppato un attivismo che ha cercato di dare voce a una comunità invisibile, che vive in spazi marginali, priva di riconoscimento sociale.</p>



<p>Poi, nel 2018, la società armena riempie le piazze ed esplode la rivoluzione di velluto, che alimenta speranze di cambiamento. <strong>«Ci ha dato speranza, ma oggi possiamo dire che si è rivelata irrealistica»</strong>, osserva Mamikon Hovsepyan, direttore della comunicazione di Pink Armenia, Ong nata nel 2007 all’interno della comunità <strong>Lgbtqia+</strong> in difesa dei diritti umani. «Se da un lato il nuovo governo si è mostrato disponibile a discutere di diritti umani, <strong>dall’altro non ha mai dato priorità alle nostre istanze</strong>». La società continua ad assumere una postura omofoba e a tratti violenta nei confronti delle persone queer, tanto che le manifestazioni pubbliche sono ancora impossibili per ragioni di sicurezza: mancano protezione delle autorità, ma soprattutto volontà politica di difendere il diritto a scendere in piazza.</p>



<p>Inoltre, secondo l’ultimo report della Ong (<a href="https://pinkarmenia.org/wp-content/uploads/2025/05/lgbtreport2024en.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-wpel-link="external"><em>The human rights situation of LGBT+ people in Armenia during 2024</em></a>), le denunce alle forze dell’ordine sono diminuite: la sfiducia nel sistema giudiziario è diffusa. <strong>«Molti temono che, denunciando le violenze subite alla polizia, la loro identità sessuale venga rivelata ai familiari o resa pubblica»</strong>, spiega Hovsepyan. «A mancare è anche un quadro normativo adeguato: <strong>l’Armenia non dispone ancora di una legislazione sui crimini d’odio né di una legge antidiscriminazione efficace</strong>, sebbene una bozza sia sul tavolo dal 2017 senza mai essere stata approvata». La fotografia che emerge dal report, inoltre, mostra come le difficoltà non riguardino solo la sicurezza, ma investano anche l’istruzione e il lavoro. <strong>«Nei luoghi di studio, il bullismo spinge molti giovani ad abbandonare scuole e università. Nei luoghi di lavoro, l’assenza di contratti regolari e di tutele legali consente ai datori di licenziare arbitrariamente persone percepite come queer, spesso dopo brevi periodi di prova non retribuiti»</strong>, continua Hovsepyan.</p>



<p>Secondo la <a href="https://rainbowmap.ilga-europe.org/countries/armenia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-wpel-link="external">Rainbow Map</a> di Ilga Europe, <strong>l’Armenia si colloca oggi al 47° posto su 49 Paesi europei per tutela legale delle persone Lgbtqia+, con un punteggio del 9 per cento</strong>: solo Russia, Turchia e Azerbaigian fanno peggio. In questo scenario, gli strumenti europei restano fondamentali: «Le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo, che l’Armenia ha l’obbligo di rispettare in qualità di Stato membro del Consiglio d&#8217;Europa, hanno già stabilito precedenti importanti. <strong>Tuttavia, il nostro obiettivo resta ottenere giustizia direttamente nei tribunali nazionali per lavorare direttamente nel nostro Paese, senza dover attendere troppi anni per decisioni esterne</strong>», sottolinea Hovsepyan. La stessa appartenenza al Consiglio d’Europa impone standard minimi che il governo armeno non può ignorare, anche se spesso i progressi arrivano per effetto di pressioni esterne più che per iniziativa politica interna.</p>



<p>Un altro nodo riguarda il peso della Chiesa apostolica armena, storicamente vicina ai governi conservatori e capace di orientare il discorso pubblico in senso ostile ai diritti civili. Dopo il 2018 i rapporti con l’esecutivo si sono incrinati, ma la retorica religiosa continua a sostenere le posizioni più radicali, spesso rafforzando lo stigma sociale. <strong>«Separare Chiesa e Stato rimane una delle condizioni per avanzare sul terreno dei diritti umani»</strong>, ricorda Hovsepyan.</p>



<p>Il destino dei diritti della comunità Lgbtqia+ dipende anche dalla stabilità regionale e dalla fine delle ancora molto forti tensioni con l’Azerbaigian, nonché dall’esito delle prossime elezioni parlamentari, previste per il 7 giugno 2026. <strong>«Se il processo di democratizzazione della società andrà avanti, potremo pensare a un miglioramento anche dei diritti delle persone queer. L’adozione di leggi antidiscriminatorie è fondamentale. Per noi, è meglio avere una legge imperfetta che nessuna legge»</strong>, ribadisce Hovsepyan.</p>



<p>Nel frattempo, Pink Armenia continua a fornire assistenza legale e psicologica, documentare i casi di discriminazione e sensibilizzare l’opinione pubblica, cercando di mantenere alta l’attenzione della società civile internazionale. La sfida, tuttavia, resta attuare un cambiamento strutturale interno, capace di garantire protezione e pari diritti a tutti i cittadini. Solo così la speranza generata dalla rivoluzione del 2018 potrà tornare a tradursi in conquiste reali e non restare una promessa incompiuta.</p>
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		<title>L’Aquila, la scuola sospesa: dentro i container dove le riforme non arrivano</title>
		<link>https://prismag.it/laquila-la-scuola-sospesa-dentro-i-container/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cecilia Fasciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Sep 2025 12:07:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica e Società]]></category>
		<category><![CDATA[indicazioni nazionali]]></category>
		<category><![CDATA[Numero 21]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[sulla scuola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel cuore del cratere del terremoto del 2009, migliaia di studenti vivono la scuola ancora in strutture provvisorie. Niente biblioteche, niente palestre né spazi laboratoriali. Mentre si varano nuove Indicazioni Nazionali, a L’Aquila l’istruzione resta intrappolata nell’emergenza</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Sono passati più di sedici anni dal sisma del 2009, ma a L’Aquila il tempo della scuola è ancora sospeso. <strong>Per 3.587 studenti il suono della campanella del nuovo anno scolastico continua a riecheggiare nei Musp (moduli a uso scolastico provvisorio), i container installati per l’emergenza che dovevano durare quattro o cinque anni</strong>. E che invece sono diventati una condizione permanente: strutture temporanee, prive di palestre, biblioteche, laboratori, refettori. Spazi che nelle nuove Indicazioni Nazionali vengono esaltati come essenziali per un apprendimento attivo e laboratoriale, ma che qui, semplicemente, non esistono.</p>



<p><strong>Silvia Frezza, maestra e attivista per il diritto allo studio, queste contraddizioni le vive ogni giorno</strong>. Nelle sue parole c’è la lucidità di chi insegna da quarant’anni, ma anche la fatica di chi da troppo tempo prova a farsi ascoltare: «Sono quasi diciassette anni che si lavora in emergenza. <strong>Un’emergenza che è diventata ormai strutturale e che cristallizza le diseguaglianze</strong>», racconta. È <strong>tra le fondatrici della Commissione Oltre il Musp, nata proprio per denunciare questa situazione educativa</strong>, dove lo scarto tra retorica istituzionale e realtà quotidiana si misura in mancanze, infiltrazioni, infissi rotti e ruggine.</p>



<p><strong>Nel frattempo, da Roma, è arrivata <a href="https://www.editorialedomani.it/fatti/scuola-nuove-indicazioni-nazionali-linee-guida-phgr45qc" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-wpel-link="external">la nuova revisione delle Indicazioni Nazionali</a> per il curricolo della scuola primaria e secondaria di primo grado</strong>. Entreranno in vigore nell’anno scolastico 2026/2027, promettendo una scuola rinnovata, più solida nei contenuti disciplinari, meno “creativa”, più orientata alle conoscenze essenziali. <strong>Silvia Frezza ha letto il documento con attenzione e crescente preoccupazione</strong>. «Parlano di alleanze educative, di spazi flessibili, di laboratori, di comunità educanti. Ma dove? <strong>Qui, nel cuore del cratere, ci sono bambini che non hanno mai messo piede in una scuola vera</strong>».</p>



<p>Nel suo sguardo, la ricostruzione mancata di L’Aquila diventa il prisma attraverso cui leggere l’inadeguatezza di una riforma <strong>«</strong><strong>scritta, ancora una volta, dall’alto, senza consultare chi quella scuola la abita ogni giorno</strong><strong>»</strong>, prosegue. <strong>«</strong><strong>Parlano di valutazione profonda e metacognitiva, ma nel concreto ci viene chiesto di tornare a una didattica trasmissiva, essenziale. È come se avessero paura del pensiero critico</strong><strong>»</strong>. Il suo tono si fa ironico quando si sofferma su alcune espressioni del documento: «Non bisogna sopravvalutare la creatività del soggetto, dicono. Si consiglia di limitarsi a testi semplici, come il riassunto o il diario. E il testo argomentativo? E la riflessione personale? Dove le mettiamo?». La distanza tra indicazioni e realtà si fa vertiginosa quando il documento ministeriale esalta l’importanza degli atelier creativi, dei laboratori musicali e coreutici. «<strong>Qui facciamo ginnastica nello spazio davanti alle aule. I bambini mangiano sui banchi. Non abbiamo biblioteche né laboratori. I pochi spazi informatici che abbiamo funzionano solo quando va bene la connessione</strong>. E ora ci dicono che dobbiamo introdurre l’informatica anche alla primaria. Va bene. Ma con quali strumenti? Con quali risorse?», si chiede Frezza.</p>



<p><strong>È proprio il nodo delle risorse a rendere il caso aquilano esemplare, non locale. I fondi ci sono, ma i cantieri vanno a rilento, si bloccano, ripartono, si modificano. Nel frattempo, il costo sociale di questa precarietà lo pagano generazioni di studenti e insegnanti</strong>. «In alcuni Musp si otturano le fogne. In altri ci sono infiltrazioni dai tetti. In altri ancora i bagni sono arrugginiti. E noi ci chiediamo: è questa la scuola dell’autonomia? Della progettualità? Dell’innovazione?», continua. L’insegnante sa bene che la qualità della <a href="https://prismag.it/ansie-giovani-docenti-precari/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-wpel-link="internal">scuola italiana</a> non si costruisce a colpi di riforme, ma nella fatica quotidiana di chi insegna, spesso senza strumenti. E infatti, si interroga anche su ciò che nel documento ministeriale si dà per scontato, come l’inclusione o l’educazione al rispetto. «<strong>Dov’è praticata inclusione, se mancano le mediatrici linguistiche e culturali? Dove sono le risorse per i patti educativi di comunità? </strong>Si chiede una scuola capace di formare cittadini consapevoli, ma intanto si ignora l’editoria per l’infanzia e la preadolescenza, che lavora su questi temi con profondità e qualità. Nelle Indicazioni si parla ancora di “testi classici semplici”, dimenticando scrittrici, autori contemporanei, parole che parlano davvero alle nostre studentesse e ai nostri studenti. <strong>Come possiamo educare al rispetto, se si continua a ignorare il linguaggio di genere anche nei documenti scolastici ufficiali?</strong>».</p>



<p>La maestra non si limita alla denuncia. Il suo sguardo pedagogico torna sempre alla persona, all’educazione come possibilità politica. Per questo, le sue critiche si fanno anche proposta: «Rivendichiamo una scuola che non ha mai smesso di mettersi in discussione. Una scuola che, anche senza le condizioni minime, ha continuato a educare in maniera eccellente. <strong>Ma voglio anche dire con chiarezza che non bastano buone intenzioni, né una nuova revisione del curricolo, se poi dimentichiamo le condizioni materiali in cui tutto questo dovrebbe accadere</strong>». È anche da qui, da queste mancanze quotidiane, che nasce la sua critica alla visione trasmissiva proposta dal ministero: «Ci viene detto che non serve insegnare troppe cose. Poche, ma essenziali. Ma chi decide cosa è essenziale? <strong>E come si fa scuola critica, se non si allena il dubbio?</strong>». Non da ultimo, nelle nuove Indicazioni si parla di promuovere il pensiero storico, ma «ancora una volta, la Storia è quella dell’Occidente. Lo si ripete più volte: “mondo occidentale”, “cultura occidentale”.<strong> In una scuola che fortunatamente oggi è già plurale, questo è un enorme passo indietro</strong><strong>».</strong><strong> E segno ancor più evidente della distanza tra chi governa e chi abita la scuola ogni mattina</strong>.</p>



<p>In fondo, le nuove Indicazioni parlano anche di cittadinanza, di identità, di futuro: eppure, «è difficile educare al futuro se si resta fermi da sedici anni dentro container pensati per l’emergenza. <strong>È </strong><strong>difficile insegnare cittadinanza in una città dove il diritto all’istruzione viene sistematicamente disatteso. Le parole non bastano, se non hanno un luogo dove essere abitate</strong>», conclude Frezza.<strong>Una scuola senza spazi non è solo un problema edilizio: è una ferita democratica. Perché a mancare non è solo l’infrastruttura, ma il riconoscimento pieno del diritto all’istruzione</strong>. A L’Aquila la scuola è ancora sospesa, inchiodata nei container dell’emergenza, dove ogni riforma, per quanto altisonante, non riuscirà mai davvero a varcare neanche la soglia.</p>
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		<title>Odissea Minore. Per un’educazione della frontiera</title>
		<link>https://prismag.it/odissea-minore-per-uneducazione-della-frontiera/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cecilia Fasciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Aug 2025 22:10:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il Mondo e l'Ester(n)o]]></category>
		<category><![CDATA[balkanroute]]></category>
		<category><![CDATA[migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Numero 20]]></category>
		<category><![CDATA[odisseaminore]]></category>
		<category><![CDATA[sul viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[teatrodocumentario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uno spettacolo, un viaggio, tra teatro, cinema documentario e giornalismo narrativo</p>
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<p>Che cosa significa crescere ai margini dell’Europa? Cosa vuol dire formare la propria identità nei non–luoghi della frontiera, tra accampamenti improvvisati, reticolati, respingimenti? <em>Odissea Minore. Per un’educazione della frontiera</em> è uno spettacolo che non si limita a raccontare, ma si assume la responsabilità di testimoniare ciò che l’Unione europea preferisce nascondere: l’infanzia delle persone in movimento lungo le rotte balcaniche e i suoi diritti negati.</p>



<p><strong>Dietro questo progetto</strong> (prodotto dal Teatro Metastasio di Prato) <strong>c’è un lavoro di ricerca lungo e immersivo, </strong>condotto nell’arco del 2024 <strong>dagli artisti Miriam Selima Fieno e Nicola Di Chio</strong>, <strong>assieme al giornalista Christian Elia e alla documentarista Cecilia Fasciani</strong> (autrice di questo articolo). Come gruppo abbiamo attraversato molti dei luoghi più simbolici e sensibili della rotta, dall’Italia alla Turchia, passando per Slovenia, Croazia, Bosnia ed Erzegovina, Serbia, Macedonia del Nord, Grecia e Bulgaria. Un viaggio che ha generato materiale stratificato, fatto di testimonianze dirette, immagini, sguardi, diventato la base per una drammaturgia potente, ibrida, che fonde teatro, giornalismo narrativo e documentario. <strong>«</strong><strong>Per noi, sin dal primo momento, era condivisa una certezza: le persone in cammino si raccontano da sole. Per noi era importante fare questo viaggio per raccontare noi stessi. Non nel senso di essere noi l’oggetto del racconto, anzi, ma un “noi” di cittadinanza, di Unione europea»</strong><em>, </em>dichiarano gli autori nella nota metodologica del progetto<em>. </em><strong>«Perché se quel passaporto è un privilegio, e lo è, ne scaturiscono anche delle responsabilità</strong>.<strong> </strong>Quella di confrontarsi con le politiche che l’Unione alla quale apparteniamo impone alle vite e ai corpi dei camminanti, oltre che al loro futuro. Che è anche il nostro», continuano.</p>



<p>Lo spettacolo, che ha debuttato nella primavera del 2025, a dieci anni dalla <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Morte_di_Alan_Kurdi" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-wpel-link="external">morte del piccolo Aylan Kurdi</a> (protagonista della foto scattata al ritrovamento del suo corpo senza vita su una spiaggia, con la testa riversa nella sabbia) <strong>mette in scena non solo il dolore, ma anche la lucidità, l’ingegno e la capacità di adattamento di una generazione nata e cresciuta nell’instabilità, capace di parlare più lingue e di orientarsi tra i sentieri della fuga prima ancora di saper leggere e scrivere</strong>. Una generazione che, paradossalmente, si fa guida per i propri genitori, ribaltando i ruoli familiari e i codici di sopravvivenza. <strong>«Per noi la memoria era parte integrante di questo lavoro, al tempo di un “eterno presente”, che non lavora mai sui contesti, non mette in confronto, non riflette</strong>. Ma non è solo un lavoro sulla memoria, perché le rotte balcaniche non si sono fermate mai, ed è importante vederne l’evoluzione», spiegano gli autori. </p>



<p><strong>La narrazione si costruisce nel tempo reale del viaggio, in un continuo dialogo tra passato e presente, tra voce e silenzio, tra visibile e occultato</strong>. La tecnologia, spesso usata per controllare e reprimere, viene riappropriata dalla produzione come strumento poetico e critico. La scena stessa diventa allora uno spazio di confine, dove si intrecciano immagini d’archivio, riprese documentarie e azione teatrale in cui gli attori sono testimoni. Ma minore è anche il tono con cui lo spettacolo sceglie di narrare: <strong>non un’epopea eroica, non una denuncia gridata, bensì un racconto fragile e necessario, costruito dando voce a testimonianze capaci di restituire al pubblico la complessità di un vissuto</strong> che troppe volte viene ridotto a stereotipo.&nbsp;</p>



<p><em>Odissea Minore</em> non è solo uno spettacolo sulle migrazioni. <strong>È una riflessione ampia e urgente sull’identità europea, su come si stia formando, oggi, ai margini del continente, nelle crepe delle sue contraddizioni</strong>. I bambini e le bambine che crescono in movimento, che imparano a sopravvivere ai posti di blocco e alle burocrazie disumane, stanno forgiando una nuova grammatica dell’esistenza. Che tipo di cittadini diventeranno? Che futuro sapranno immaginare? Quale lingua parlerà l’Europa di domani?</p>



<p>In questo senso, l’opera diventa anche una chiamata alla responsabilità. Non solo degli artisti, ma degli spettatori, delle istituzioni, dell’intera società. <strong>Fermarsi ad ascoltare queste storie significa accettare di mettere in discussione l’idea stessa di confine, di legalità, di appartenenza</strong>.<strong> </strong>Significa rimettere al centro la dignità dell’infanzia come fondamento di qualsiasi progetto politico umano.In un’epoca in cui la solidarietà viene criminalizzata e la paura strumentalizzata, <em>Odissea Minore</em> non offre consolazioni. Da una domanda ne sono nate altre mille, ma che sono diverse dalla prima perché si sono confrontate con il cammino e l’incontro. Le stesse domande che gli autori sperano di suscitare in chi vedrà lo spettacolo, che, nel frattempo, continua il proprio tour nei teatri.</p>
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		<title>Nel Caucaso, la pace che non c’è</title>
		<link>https://prismag.it/armenia-azerbaigian-la-pace-che-non-ce/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cecilia Fasciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 May 2025 13:29:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il Mondo e l'Ester(n)o]]></category>
		<category><![CDATA[Armenia]]></category>
		<category><![CDATA[Azerbaigian]]></category>
		<category><![CDATA[Caucaso]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto]]></category>
		<category><![CDATA[Cronache dall'Est]]></category>
		<category><![CDATA[frontiere]]></category>
		<category><![CDATA[numero 17]]></category>
		<category><![CDATA[sulla polarizzazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo oltre trent’anni di conflitto e la pulizia etnica della popolazione armena della regione del Nagorno Karabakh nel settembre 2023, Armenia e Azerbaigian hanno annunciato nel marzo 2025 di aver raggiunto un’intesa su una bozza di accordo di pace. Le nuove precondizioni imposte da Baku e le continue provocazioni lungo il confine, però, mettono a rischio la tenuta del processo</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il 13 marzo 2025, Armenia e Azerbaigian hanno dichiarato separatamente di aver concluso con successo i negoziati per una bozza di accordo di pace. Il trattato, composto da 17 articoli, include il riconoscimento reciproco dell’integrità territoriale, l’inviolabilità dei confini e l’impegno a non utilizzare la forza o minacciarne l’uso. «<strong>Il testo in sé non è però stato ufficialmente pubblicato, quindi nessuno sa di cosa si tratti nello specifico</strong>», afferma Monika Sargsyan, direttrice della fondazione umanitaria Kasa. «E mentre ci sono diverse ipotesi formulate attraverso le fonti di stampa per capire di cosa tratti e non tratti l’accordo, <strong>è molto difficile dire se da un punto di vista legale questo procedimento sia del tutto legittimo</strong>», continua.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading" id="h-le-nuove-richieste-di-baku"><strong>Le nuove richieste di Baku</strong></h3>



<p>Poche ore dopo l’annuncio dell’intesa, il ministero degli Esteri azero ha reso note nuove precondizioni per la firma dell’accordo, tra cui <strong>la modifica della costituzione armena per eliminare presunte rivendicazioni territoriali, la dissoluzione del Gruppo di Minsk dell’Osce</strong>, definito «obsoleto e disfunzionale»,<strong> la dissoluzione della missione di monitoraggio europea sul territorio armeno </strong>(Euma) oltre che<strong> la chiusura di qualsiasi procedura legale contro l’Azerbaigian nei tribunali internazionali</strong>. «Come avvocato, trovo questo punto molto delicato perché, secondo il diritto internazionale, una volta chiuse queste procedure contro un Paese non si può portarle di nuovo in tribunale», continua Sargsyan. «Queste condizioni possono essere considerate un’influenza sugli affari interni dell’Armenia».</p>



<p>Il presidente azero Ilham Aliyev, che ha spesso minacciato l’Armenia attraverso rivendicazioni territoriali o lo svilimento del suo popolo, ha espresso sfiducia nei confronti del Paese confinante. <strong>«Il governo di Aliyev deve necessariamente continuare a presentare l’Armenia come nemico, è uno dei capisaldi del suo potere»</strong>, analizza Van Armenian, presidente della fondazione Atken Armenian, anch’essa attiva nel supporto ai rifugiati provenienti dal Nagorno Karabakh. «Se si raggiungesse davvero un accordo, le relazioni di potere interne si complicherebbero molto per lui».</p>



<p>Il governo armeno ha respinto le precondizioni azere, ritenendole inaccettabili e non parte dell’agenda negoziale. Il ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan ha sottolineato che <strong>l’accordo non contiene regolamenti unilaterali e che l’Armenia non ha mai accettato la legittimità delle richieste azere</strong>.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading" id="h-i-prigionieri-dimenticati-nbsp"><strong>I prigionieri dimenticati&nbsp;</strong></h3>



<p>Dopo l’ultima guerra del settembre 2023, che ha visto circa 120mila persone di etnia armena fuggire dall’enclave dell’ex Repubblica di Artsakh, dai<strong> 23 ai 30 prigionieri di guerra e civili armeni risultano ancora in custodia azera</strong>. «Questo viola diverse norme del diritto internazionale umanitario. <strong>E non c’è alcun riferimento nell’accordo in merito alla liberazione dei prigionieri armeni</strong>», spiega Sargsyan.</p>



<p>Inoltre, nonostante gli apparenti progressi diplomatici, le tensioni sul confine persistono. Mentre Yerevan ha ripetutamente proposto meccanismi congiunti di monitoraggio, Baku non ha mai risposto formalmente. L’Azerbaigian ha più volte accusato l’Armenia di violazioni del cessate il fuoco, senza portare prove, mentre l’Armenia ha più volte denunciato attacchi azeri contro aree civili, come nel caso del villaggio di Khnatsakh. <strong>«Le persone che risiedono nelle zone di frontiera continuano a vivere questa condizione di paura e precarietà»</strong>, racconta Armenian. «Ma, nonostante questo, <strong>continuano a voler vivere nella loro terra, con determinazione e resilienza</strong>», prosegue. </p>



<h3 class="wp-block-heading" id="h-mosca-in-ritirata-l-occidente-complice"><strong>Mosca in ritirata, l’Occidente complice</strong></h3>



<p>La Russia si è per ora limitata a richiamare le parti al rispetto degli accordi trilaterali del 2020-2022. Tuttavia, <strong>dopo le violazioni di tale accordo da parte dell’Azerbaigian e l’inazione di Mosca durante gli attacchi azeri, le relazioni tra Armenia e Russia rimangono tese</strong>, con Yerevan che ha congelato la propria partecipazione all’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (alleanza militare creata nel 1992 da sei ex nazioni Urss).​ Dall’altro lato, «<strong>la legittimazione dell’Occidente nei confronti di Baku è ormai lampante, soprattutto dopo che Baku ha ospitato la Cop 29 nel novembre del 2024</strong>. L’Unione europea, poi, <a href="https://prismag.it/l-azerbaigian-e-la-trappola-del-gas/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-wpel-link="internal">continua a importare gas azero</a> in quantità sempre maggiori», denuncia Armenian.</p>



<p>Le nuove precondizioni imposte da Baku e <a href="https://www.balcanicaucaso.org/Dossier/Nagorno-Karabakh-il-lungo-conflitto" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-wpel-link="external">le continue tensioni al confine</a> evidenziano la fragilità del processo di pace, mentre la comunità internazionale non solo si dimostra incapace di mettere pressione su Aliyev affinché dimostri un atteggiamento costruttivo, ma continua a legittimarlo. «<strong>Quello che vogliamo è una pace con garanzie, una pace giusta, che sia a lungo termine</strong>. Senza garanzie, l’Azerbaigian si sentirà nuovamente in grado di violare gli accordi raggiunti», conclude Sargsyan. «E purtroppo, a oggi non abbiamo alcun riscontro del fatto che questo processo di pace possa davvero essere messo in atto».</p>
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		<title>L’Azerbaigian e la trappola del gas</title>
		<link>https://prismag.it/l-azerbaigian-e-la-trappola-del-gas/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cecilia Fasciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Apr 2025 10:05:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il Mondo e l'Ester(n)o]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[esteri]]></category>
		<category><![CDATA[gas]]></category>
		<category><![CDATA[il ponte sulla Drina - Cronache dall'Est]]></category>
		<category><![CDATA[numero 16]]></category>
		<category><![CDATA[petrolio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Negli ultimi anni l’ex repubblica sovietica è diventata un partner chiave per l’Italia nelle forniture di gas, ma questa collaborazione comporta rischi economici e politici, mentre nel Paese continua la forte repressione della società civile. In un contesto in cui la domanda di gas in Europa continua a diminuire</p>
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<h2 class="woocommerce-loop-product__title">Numero 16 &#8211; Sull’ambiente</h2>
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<h2 class="woocommerce-loop-product__title">Numero 16 &#8211; Sull’ambiente (digitale)</h2>
<p>	<span class="price"><span class="woocommerce-Price-amount amount"><bdi>7,00&nbsp;<span class="woocommerce-Price-currencySymbol">&euro;</span></bdi></span></span><br />
</a><a href="https://prismag.it/shop/numero-16-sullambiente-digitale/?add-to-cart=7437" aria-describedby="woocommerce_loop_add_to_cart_link_describedby_7437" data-quantity="1" class="button product_type_simple add_to_cart_button ajax_add_to_cart" data-product_id="7437" data-product_sku="" aria-label="Aggiungi al carrello: &quot;Numero 16 - Sull’ambiente (digitale)&quot;" rel="nofollow" data-success_message="&quot;Numero 16 - Sull’ambiente (digitale)&quot; è stato aggiunto al tuo carrello" role="button" data-wpel-link="internal">Aggiungi al carrello</a>	<span id="woocommerce_loop_add_to_cart_link_describedby_7437" class="screen-reader-text"><br />
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		<title>L’insurrezione studentesca in Serbia: la lotta di una generazione per la giustizia</title>
		<link>https://prismag.it/insurrezione-studentesca-serbia-lotta-per-la-giustizia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cecilia Fasciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Mar 2025 10:49:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Rubriche]]></category>
		<category><![CDATA[est europa]]></category>
		<category><![CDATA[il ponte sulla Drina - Cronache dall'Est]]></category>
		<category><![CDATA[intersezionalità]]></category>
		<category><![CDATA[numero 15]]></category>
		<category><![CDATA[proteste]]></category>
		<category><![CDATA[Serbia]]></category>
		<category><![CDATA[studenti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In una fredda mattina di novembre 2024, la Serbia è cambiata per sempre. Un tetto di cemento è crollato e ha ucciso 15 persone. Quello che inizialmente sembrava un tragico incidente si è presto trasformato nel più grande movimento studentesco che l’Europa avesse visto da decenni</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wc_ppp_paywall wc_ppp_paywall_7044"><h1>Articolo a pagamento</h1>
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<h2 class="woocommerce-loop-product__title">Collezione Anno 2</h2>
<p>	<span class="price"><span class="woocommerce-Price-amount amount"><bdi>130,00&nbsp;<span class="woocommerce-Price-currencySymbol">&euro;</span></bdi></span></span><br />
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<h2 class="woocommerce-loop-product__title">Collezione Anno 2 (digitale)</h2>
<p>	<span class="price"><span class="woocommerce-Price-amount amount"><bdi>50,00&nbsp;<span class="woocommerce-Price-currencySymbol">&euro;</span></bdi></span></span><br />
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<h2 class="woocommerce-loop-product__title">⁠Collezione anno 2, gennaio-giugno 2025</h2>
<p>	<span class="price"><span class="woocommerce-Price-amount amount"><bdi>70,00&nbsp;<span class="woocommerce-Price-currencySymbol">&euro;</span></bdi></span></span><br />
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<h2 class="woocommerce-loop-product__title">⁠Collezione anno 2, gennaio-giugno 2025 (digitale)</h2>
<p>	<span class="price"><span class="woocommerce-Price-amount amount"><bdi>35,00&nbsp;<span class="woocommerce-Price-currencySymbol">&euro;</span></bdi></span></span><br />
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<h2 class="woocommerce-loop-product__title">Numero 15 &#8211; Sull’intersezionalità</h2>
<p>	<span class="price"><span class="woocommerce-Price-amount amount"><bdi>14,00&nbsp;<span class="woocommerce-Price-currencySymbol">&euro;</span></bdi></span></span><br />
</a><a href="https://prismag.it/shop/numero-15-sull-intersezionalita/?add-to-cart=7118" aria-describedby="woocommerce_loop_add_to_cart_link_describedby_7118" data-quantity="1" class="button product_type_simple add_to_cart_button ajax_add_to_cart" data-product_id="7118" data-product_sku="" aria-label="Aggiungi al carrello: &quot;Numero 15 - Sull’intersezionalità&quot;" rel="nofollow" data-success_message="&quot;Numero 15 - Sull’intersezionalità&quot; è stato aggiunto al tuo carrello" role="button" data-wpel-link="internal">Aggiungi al carrello</a>	<span id="woocommerce_loop_add_to_cart_link_describedby_7118" class="screen-reader-text"><br />
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<h2 class="woocommerce-loop-product__title">Numero 15 &#8211; Sull’intersezionalità (digitale)</h2>
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		<title>La Polonia al bivio: la resistenza dei lavoratori migranti</title>
		<link>https://prismag.it/la-polonia-al-bivio-la-resistenza-dei-lavoratori-migranti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cecilia Fasciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jan 2025 12:21:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il Mondo e l'Ester(n)o]]></category>
		<category><![CDATA[est europa]]></category>
		<category><![CDATA[il ponte sulla Drina - Cronache dall'Est]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[numero 13]]></category>
		<category><![CDATA[polonia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra i Paesi dell’Europa centro-orientale, la Polonia è diventata la destinazione principale per le persone in movimento. Tra precarizzazione del lavoro, diritti sociali e organizzazioni che puntano sull’inclusività</p>
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<h2 class="woocommerce-loop-product__title">Numero 13 &#8211; Sul lavoro</h2>
<p>	<span class="price"><span class="woocommerce-Price-amount amount"><bdi>14,00&nbsp;<span class="woocommerce-Price-currencySymbol">&euro;</span></bdi></span></span><br />
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<h2 class="woocommerce-loop-product__title">Numero 13 &#8211; Sul lavoro (digitale)</h2>
<p>	<span class="price"><span class="woocommerce-Price-amount amount"><bdi>7,00&nbsp;<span class="woocommerce-Price-currencySymbol">&euro;</span></bdi></span></span><br />
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</div><p>The post <a href="https://prismag.it/la-polonia-al-bivio-la-resistenza-dei-lavoratori-migranti/" data-wpel-link="internal">La Polonia al bivio: la resistenza dei lavoratori migranti</a> appeared first on <a href="https://prismag.it" data-wpel-link="internal">Prismag</a>.</p>
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		<item>
		<title>Repressione, resistenza e identità nella Russia contemporanea</title>
		<link>https://prismag.it/russia-lgbtqia-repressione-resistenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cecilia Fasciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Jun 2024 10:05:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il Mondo e l'Ester(n)o]]></category>
		<category><![CDATA[lgbt]]></category>
		<category><![CDATA[numero 7]]></category>
		<category><![CDATA[omofobia]]></category>
		<category><![CDATA[orgoglio]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo l’invasione dell’Ucraina, Putin ha intensificato la repressione della comunità Lgbtqia+ in Russia. A marzo 2024 il direttore artistico e la proprietaria del club Pose sono stati arrestati per appartenenza a un’«organizzazione estremista», segnando il primo caso dopo la sentenza della Corte suprema russa, mentre le crescenti brutalità e repressione nei confronti delle persone queer sono il simbolo della trasformazione totalitaria del regime. Ne abbiamo parlato con alcuni attivisti ed esperti</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nel discorso pronunciato <strong>subito dopo l’invasione dell’Ucraina, il presidente russo Vladimir Putin esortava i russi a respingere le perversioni omosessuali dell’Occidente</strong>. In una sorta di guerra dichiarata dal Cremlino anche sul fronte interno, alla fine di marzo 2024 <strong>il direttore artistico e la proprietaria del club Pose</strong>, locale Lgbtqia+ nella città di Orenburg nel sud-ovest della Russia, <strong>vengono arrestati con l’accusa di essere membri di un’«organizzazione estremista»</strong>. In un video pubblicato dal giornale indipendente<em> Moscow Times</em> si vedono gli agenti di polizia irrompere nel locale, mentre i ragazzi presenti sono seduti a terra con le mani sulla nuca e uno di loro viene trascinato brutalmente. Se saranno riconosciuti colpevoli, rischiano diversi anni di carcere. Si tratta del primo caso di giustizia penale di questo tipo da quando<strong> il 30 novembre 2023 la Corte suprema russa ha dichiarato «estremista» il cosiddetto «movimento internazionale Lgbtqia+», vietandone le attività in tutto il Paese</strong>. Prima dell’entrata in vigore della legge, tra il 2022 e il 2023, la repressione contro la comunità Lgbtqia+ in Russia ha portato all’arresto di numerose persone, secondo un <a href="https://rainbowmap.ilga-europe.org/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-wpel-link="external">rapporto</a> dell’associazione Ilga (International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association), che ha esaminato la situazione in 65 Paesi. In 11 di questi casi, le vittime sarebbero state torturate.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="h-diritti-umani-e-societa-civile-in-russia-un-analisi-critica">Diritti umani e società civile in Russia: un’analisi critica</h2>



<p>Dmitrii Anisimov è il portavoce della <strong>Ong russa <a href="https://repression.info/en/locations/outside-of-russia" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-wpel-link="external">OVD-Info</a>, attiva nel settore dei diritti umani, con particolare attenzione alla libertà di espressione e associazione, e con una forte presenza sul campo</strong>. «Forniamo assistenza legale alle persone perseguitate per le loro opinioni politiche. Il nostro focus principale è sempre stato quello della repressione nei confronti di attivisti e prigionieri politici. <strong>Ma, naturalmente, anche la repressione della comunità Lgbtqia+ in Russia è, in un certo senso, un fatto politico</strong>. Sfortunatamente ancora non abbiamo molti dati precisi al riguardo, ma stiamo riuscendo ad aiutare alcuni di loro». Se con lo scoppio della guerra in Ucraina la repressione nel Paese ha raggiunto il suo apice, «<strong>devo dire che la soppressione della società civile è iniziata molto prima</strong>.<strong> </strong>Bisogna ricordare che ci sono state proteste di massa in molte città della Russia nel 2011-2012, nel 2016, nel 2019 e nel 2020, quando l’oppositore Alexei Navalny è tornato nel Paese ed è stato arrestato, e ci sono state più di quindicimila persone fermate. Si trattava di numeri enormi per quel periodo. Dopo l’inizio del conflitto le cose sono peggiorate perché, ora lo sappiamo, più di ventimila persone sono state arrestate a causa di pubblicazioni contro la guerra sui social media o per aver partecipato a manifestazioni di protesta».</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="696" height="522" src="https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/06/Fasciani_JonatanSvenssonGlad_48456555342_1395acb24b_o.jpg?resize=696%2C522&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-4754" srcset="https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/06/Fasciani_JonatanSvenssonGlad_48456555342_1395acb24b_o-scaled.jpg?resize=1024%2C768&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/06/Fasciani_JonatanSvenssonGlad_48456555342_1395acb24b_o-scaled.jpg?resize=300%2C225&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/06/Fasciani_JonatanSvenssonGlad_48456555342_1395acb24b_o-scaled.jpg?resize=768%2C576&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/06/Fasciani_JonatanSvenssonGlad_48456555342_1395acb24b_o-scaled.jpg?resize=1536%2C1152&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/06/Fasciani_JonatanSvenssonGlad_48456555342_1395acb24b_o-scaled.jpg?resize=2048%2C1536&amp;ssl=1 2048w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/06/Fasciani_JonatanSvenssonGlad_48456555342_1395acb24b_o-scaled.jpg?resize=150%2C113&amp;ssl=1 150w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/06/Fasciani_JonatanSvenssonGlad_48456555342_1395acb24b_o-scaled.jpg?resize=696%2C522&amp;ssl=1 696w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/06/Fasciani_JonatanSvenssonGlad_48456555342_1395acb24b_o-scaled.jpg?resize=1068%2C801&amp;ssl=1 1068w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/06/Fasciani_JonatanSvenssonGlad_48456555342_1395acb24b_o-scaled.jpg?resize=1920%2C1440&amp;ssl=1 1920w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/06/Fasciani_JonatanSvenssonGlad_48456555342_1395acb24b_o-scaled.jpg?resize=265%2C198&amp;ssl=1 265w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/06/Fasciani_JonatanSvenssonGlad_48456555342_1395acb24b_o-scaled.jpg?resize=600%2C450&amp;ssl=1 600w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/06/Fasciani_JonatanSvenssonGlad_48456555342_1395acb24b_o-scaled.jpg?w=1392&amp;ssl=1 1392w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /><figcaption class="wp-element-caption">Foto: Jonatan Svensson Glad</figcaption></figure>
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<p>«<strong>Il </strong><strong>2012 può essere considerato uno spartiacque fondamentale</strong>, non solo per il quadro legislativo ma nel rapporto più generale tra Cremlino e società civile: <strong>è l’anno che segna il terzo mandato di Putin, e in cui scoppia una fortissima ondata di proteste contro i brogli elettorali</strong>», commenta Maria Chiara Franceschelli, dottoranda in Scienza politica e sociologia presso la Scuola Normale Superiore di Pisa che si occupa di movimenti sociali e società civile nello spazio post-sovietico, autrice insieme a Federico Varese del libro <em>La Russia che si ribella. Repressione e opposizione nel Paese di Putin</em> (Altreconomia, 2024).</p>



<p>«Putin riteneva che le primavere arabe potessero costituire un pericoloso precedente che avrebbe potuto mettere in discussione il sistema russo», prosegue l’analisi Giovanni Savino, docente universitario di Storia Contemporanea presso l’università di Napoli Federico II, tornato in Italia dopo aver vissuto diciassette anni in <a href="https://prismag.it/corte-penale-internazionale/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-wpel-link="internal">Russia</a>. In più, a inizio anni Dieci, la crescita economica comincia ad arrestarsi e il prezzo delle materie prime a scendere. Quindi nel 2012 avviene nel Cremlino la svolta conservatrice in cui, oltre al rilancio dell’idea di una grande Russia, che diventa più compiuta negli anni successivi, si rilancia la centralità dei valori tradizionali, e quindi si comincia a discutere della legge che poi diventerà quella sugli agenti stranieri. <strong>Ma soprattutto, si comincia con la persecuzione verso l’omosessualità, arrivando nel luglio 2013 a promulgare la legge federale contro la propaganda gay con cui vengono vietati i gay pride</strong>».</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="696" height="464" src="https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/06/Fasciani_RomaYandolin_9007646435_02d226aba3_o.jpg?resize=696%2C464&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-4753" srcset="https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/06/Fasciani_RomaYandolin_9007646435_02d226aba3_o-scaled.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/06/Fasciani_RomaYandolin_9007646435_02d226aba3_o-scaled.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/06/Fasciani_RomaYandolin_9007646435_02d226aba3_o-scaled.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/06/Fasciani_RomaYandolin_9007646435_02d226aba3_o-scaled.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/06/Fasciani_RomaYandolin_9007646435_02d226aba3_o-scaled.jpg?resize=2048%2C1365&amp;ssl=1 2048w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/06/Fasciani_RomaYandolin_9007646435_02d226aba3_o-scaled.jpg?resize=150%2C100&amp;ssl=1 150w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/06/Fasciani_RomaYandolin_9007646435_02d226aba3_o-scaled.jpg?resize=696%2C464&amp;ssl=1 696w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/06/Fasciani_RomaYandolin_9007646435_02d226aba3_o-scaled.jpg?resize=1068%2C712&amp;ssl=1 1068w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/06/Fasciani_RomaYandolin_9007646435_02d226aba3_o-scaled.jpg?resize=1920%2C1280&amp;ssl=1 1920w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/06/Fasciani_RomaYandolin_9007646435_02d226aba3_o-scaled.jpg?resize=600%2C400&amp;ssl=1 600w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/06/Fasciani_RomaYandolin_9007646435_02d226aba3_o-scaled.jpg?w=1392&amp;ssl=1 1392w" sizes="auto, (max-width: 696px) 100vw, 696px" /><figcaption class="wp-element-caption">Foto: Roma Yandolin</figcaption></figure>
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<h2 class="wp-block-heading" id="h-la-comunita-lgbtqia-in-russia-tra-espressione-e-repressione">La comunità Lgbtqia+ in Russia, tra espressione e repressione </h2>



<p>Nel 1993 in Russia viene depenalizzata l’omosessualità: le vicende della comunità Lgbtqia+ possono essere considerate la cartina di tornasole per capire l’involuzione sui diritti e l’evoluzione totalitaria del regime. <strong>Negli ultimi dieci anni sono state promulgate norme sempre più severe e si è intensificata la censura</strong> su cinema, libri e cultura in generale, con le persone Lgbtqia+ accusate di incitare discordia sociale e religiosa. Dopo il divieto di adozione per le coppie gay, <strong>nel 2020 è arrivata la riforma costituzionale che definisce il matrimonio come l’unione tra un uomo e una donna</strong>. Alla fine del 2022, è stata approvata una legge che proibisce anche tra gli adulti la «promozione» di quelle che il Cremlino definisce «relazioni sessuali non tradizionali», estendendo la tristemente nota norma del 2013 che vietava la suddetta promozione tra i minori. Pochi mesi dopo, Putin ha richiesto la creazione di un istituto per studiare il comportamento sociale della comunità gay, considerata nuovamente come malattia mentale. Inoltre, nell’estate 2023 Mosca vieta gli interventi chirurgici di riassegnazione del sesso. <strong>Fino al bando di fine 2023, sancito da un documento volutamente ambiguo</strong>: molti temono che il governo possa perseguire con arresti e procedimenti penali chiunque difenda i diritti delle minoranze sessuali, rendendo di fatto illegale ogni iniziativa a favore della comunità Lgbtqia+. Così il regime entra direttamente nelle camere da letto dei russi, dicendo loro in cosa credere e per cosa morire.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-prismag wp-block-embed-prismag"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="1h64Ss7lFF"><a href="https://prismag.it/stato-diritti-lgbt/" data-wpel-link="internal">Lo Stato non può scegliere chi amo</a></blockquote><iframe loading="lazy" class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;Lo Stato non può scegliere chi amo&#8221; &#8212; Prismag" src="https://prismag.it/stato-diritti-lgbt/embed/#?secret=gjFB8E51OG#?secret=1h64Ss7lFF" data-secret="1h64Ss7lFF" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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<p>«In questo senso, <strong>il Cremlino ha colto il valore profondamente politico del movimento Lgbtqia+</strong>.<strong> </strong>La sentenza della Corte suprema <strong>colpisce non un un’azione o una posizione politica, ma un’identità personale, e ha ricadute molto concrete e specifiche</strong> nella vita delle persone. Banalmente, se una persona fa coming out sta dicendo che fa parte di un’organizzazione estremista. <strong>Solo il definire la propria identità in maniera autonoma può essere considerato come un affronto allo Stato: questo è coerente, secondo me, con il divenire sempre più totalitario della Russia</strong>,<strong> </strong>quindi la volontà di togliere qualsiasi spazio soprattutto a tutto ciò che per il regime è legato all’Occidente», aggiunge Franceschelli. «In più, vi è una brutalità crescente delle forze dell’ordine. Il primo assaggio è stato nel 2012, quando la manifestazione del 6 maggio, che è stata poi l’ultima grande dimostrazione contro i brogli elettorali, viene repressa con una violenza vera e propria da parte della polizia: non si era mai vista una cosa del genere», aggiunge Savino. Prosegue Anisimov: «<strong>Oggi la repressione è enorme, massiccia, brutale, per impedire qualsiasi tipo di attività politica</strong>. I processi sono concepiti in modo tale da rendere difficile per i detenuti difendersi e per i loro avvocati avere contatti con i loro assistiti. Per esempio, conosciamo diverse persone, che oggi stiamo difendendo, in condizioni di salute molto precarie ma che in carcere non vengono curate.<strong> Il regime usa anche la tortura e altre modalità illegali per trattare i detenuti e i manifestanti. I loro parenti possono essere licenziati dal lavoro, soprattutto se assunti in settori pubblici</strong>. Dopo che la polizia ha portato avanti gli arrestati nel bar Pose c’è stata una perquisizione delle loro abitazioni e del locale stesso: ora sono nel centro di detenzione preventiva, rischiando una pena detentiva solo per aver lavorato in un luogo pubblico che ospita artisti ed eventi queer». <strong>«Oggi ci sono pratiche sempre più tipiche di quello che di solito viene portato avanti in una zona d’occupazione»</strong>, gli fa eco Savino. «Inoltre, la militarizzazione crescente della società implica che alcuni temi come l’omofobia diventino strutturali, così come lo sono in tutti gli eserciti. La disciplina e quindi il senso di gerarchia aumentano le violenze nei confronti della comunità Lgbtqia+. La guerra sta soltanto peggiorando le cose: <strong>l’obiettivo sembra quello di far diventare la Russia una sorta di caserma</strong>».</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="696" height="464" src="https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/06/Fasciani_MariaKomarova_16520593482_cc7692e13d_o.jpg?resize=696%2C464&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-4751" srcset="https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/06/Fasciani_MariaKomarova_16520593482_cc7692e13d_o.jpg?resize=1024%2C682&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/06/Fasciani_MariaKomarova_16520593482_cc7692e13d_o.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/06/Fasciani_MariaKomarova_16520593482_cc7692e13d_o.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/06/Fasciani_MariaKomarova_16520593482_cc7692e13d_o.jpg?resize=150%2C100&amp;ssl=1 150w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/06/Fasciani_MariaKomarova_16520593482_cc7692e13d_o.jpg?resize=696%2C464&amp;ssl=1 696w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/06/Fasciani_MariaKomarova_16520593482_cc7692e13d_o.jpg?resize=1068%2C712&amp;ssl=1 1068w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/06/Fasciani_MariaKomarova_16520593482_cc7692e13d_o.jpg?resize=600%2C400&amp;ssl=1 600w, https://i0.wp.com/prismag.it/wp-content/uploads/2024/06/Fasciani_MariaKomarova_16520593482_cc7692e13d_o.jpg?w=1280&amp;ssl=1 1280w" sizes="auto, (max-width: 696px) 100vw, 696px" /><figcaption class="wp-element-caption">Foto: Maria Komarova</figcaption></figure>
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<h2 class="wp-block-heading" id="h-la-resistenza-quotidiana-in-un-regime-sempre-piu-totalitario">La resistenza quotidiana in un regime sempre più totalitario</h2>



<p>La sentenza della Corte è dovuta proprio all’idea di provare a <strong>creare un modello di società alternativo a quelli che vengono visti come i valori dell’Occidente liberale</strong>, considerato come blocco univoco e monolitico, mentre la guerra in Ucraina viene dipinta dal Cremlino come un conflitto di civiltà: questo vede nella ripresa delle accuse alla comunità Lgbtqia+ una parte costituente del discorso, «perché <strong>si individua la diversità come il fattore scatenante di quelle che vengono considerate le storture della società civile</strong>, utilizzate per demonizzare coloro che non sono conformi. <strong>Le politiche di repressione sperimentate sulle persone Lgbtqia+ vengono oggi adottate in modo molto più rapido che in passato su tutta la società russa</strong>», conclude Savino. Le storie come quelle riportate da OVD-Info sfidano le molte narrazioni che vedrebbero il popolo russo come distante dalle questioni politiche: «Le persone in Russia sono molto interessate a ciò che accade intorno a loro. I numeri che ho citato in precedenza possono sembrare non molto grandi ma, <strong>se si tiene in considerazione che qualsiasi attività politica comporta rischi enormi e il prezzo della partecipazione è molto alto, credo che siano invece piuttosto elevati</strong>. Questo significa che per la società civile russa c’è ancora la speranza di un futuro diverso, anche se ora è molto difficile da vedere».</p>
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		<title>La scomparsa dei Balcani: un viaggio nel cuore dimenticato d’Europa</title>
		<link>https://prismag.it/la-scomparsa-dei-balcani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cecilia Fasciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 May 2024 15:51:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il Mondo e l'Ester(n)o]]></category>
		<category><![CDATA[Balcani]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[la scomparsa dei Balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Numero 6]]></category>
		<category><![CDATA[Serbia]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
		<category><![CDATA[Unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il libro di Francesco Ronchi esplora la scomparsa politica dei Balcani, trascurati da un’Europa che si è orientata verso est fino a inglobare gli ex Stati satelliti sovietici, lasciando così un grande vuoto nel proprio cuore geografico e storico. Ne abbiamo parlato con l’autore</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>«È un libro inaspettato, avevo in mente un progetto diverso. Ma questo è nato dall’osservazione di tutte quelle persone e realtà che, in diverse zone dei Balcani, portano avanti una lotta quotidiana contro la corruzione, il nazionalismo, la violenza, e rappresentano quella spinta alla democratizzazione della società di cui c’è tanto bisogno». <strong>Francesco Ronchi</strong> insegna Politica internazionale ed europea alla Columbia University di New York e a Sciences Po a Parigi. <strong>Funzionario del Parlamento europeo</strong>, <strong>è stato incaricato delle attività a sostegno della democrazia nei Balcani</strong>. <em><a href="https://www.thewatcherpost.it/news/pittella-legge-ronchi-la-scomparsa-dei-balcani-dalleuropa/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-wpel-link="external">La scomparsa dei Balcani. Il richiamo del nazionalismo, le democrazie fragili, il peso del passato</a></em> (Rubbettino, 2023) è il suo ultimo libro.</p>



<h4 class="wp-block-heading" id="h-lo-studioso-florian-bieber-nel-2019-ha-prodotto-una-delle-analisi-piu-famose-rispetto-alla-stagnazione-della-democrazia-e-ai-meccanismi-di-nuova-ascesa-dell-autoritarismo-nella-regione-soprattutto-in-serbia-e-montenegro-dopo-le-speranze-dei-primi-anni-duemila-secondo-l-autore-c-e-stata-una-cattura-dello-stato-da-parte-di-poteri-criminali-e-corrotti-con-la-creazione-continua-di-crisi-interne-e-la-retorica-di-una-minaccia-esterna-quale-pensa-che-sia-il-ruolo-dell-etnonazionalismo-oggi-nelle-dinamiche-della-regione">Lo studioso Florian Bieber nel 2019 ha prodotto una delle analisi più famose rispetto alla stagnazione della democrazia e ai meccanismi di nuova ascesa dell’autoritarismo nella regione, soprattutto in Serbia e Montenegro. Dopo le speranze dei primi anni Duemila, secondo l’autore c’è stata una cattura dello Stato da parte di poteri criminali e corrotti, con la creazione continua di crisi interne e la retorica di una minaccia esterna. Quale pensa che sia il ruolo dell’etnonazionalismo oggi nelle dinamiche della regione?</h4>



<p>«Penso che l’etnonazionalismo non sia una caratteristica congenita della regione. Questo è dimostrato dal fatto che, dopo le guerre degli anni Novanta, dagli inizi degli anni Duemila c’è stato un decennio di speranza e anche di democratizzazione. Uso il termine democratizzazione non a caso, perché il vero antidoto al nazionalismo è la democrazia: il primo è per definizione antiliberale, autoritario, contro la dispersione di contropotere. Ci sono stati anche nuovi gruppi dirigenti che hanno preso parola e incarnato questa nuova stagione, che si è poi arenata, per due ragioni legate tra loro. La prima è che questi nuovi gruppi dirigenti sono inciampati sulla questione della corruzione, che ha un effetto distruttivo sulle aspettative di cambiamento, facendo passare l’idea che, al di là degli slogan, non ci sia molta differenza fra democratici e antidemocratici. Porta quindi a una banalizzazione che rafforza le spinte più gravi presenti nella società e nella politica. Il secondo elemento è il processo di integrazione europea: a un certo punto degli anni Duemila ha perso il suo carattere, la sua forza, che invece aveva avuto inizialmente, pur con tutte le ambiguità del caso. Si spezza anche questo e cambia il messaggio europeo».</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-prismag wp-block-embed-prismag"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="rLRFSFyKvF"><a href="https://prismag.it/proteste-elettorali-in-serbia-voci/" data-wpel-link="internal">Voci di una generazione: la Serbia tra speranze, delusioni e un futuro incerto</a></blockquote><iframe loading="lazy" class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;Voci di una generazione: la Serbia tra speranze, delusioni e un futuro incerto&#8221; &#8212; Prismag" src="https://prismag.it/proteste-elettorali-in-serbia-voci/embed/#?secret=h5He3ZIcbq#?secret=rLRFSFyKvF" data-secret="rLRFSFyKvF" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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<h4 class="wp-block-heading" id="h-sono-passati-piu-di-20-anni-dal-consiglio-europeo-di-salonicco-del-2003-una-lunga-stagnazione-che-ha-prodotto-disillusione-nei-confronti-dell-ue-che-sembra-non-riuscire-ad-assumere-posizioni-risolute-contro-leader-autoritari-e-fortemente-nazionalisti-dall-altro-lato-vladimir-gligorov-ha-coniato-la-locuzione-geografia-dell-animosita-per-descrivere-le-sfide-persistenti-associate-a-questioni-territoriali-e-costituzionali-irrisolte-nei-balcani-che-rendono-il-processo-sempre-piu-complesso">Sono passati più di 20 anni dal Consiglio europeo di Salonicco del 2003, una lunga stagnazione che ha prodotto disillusione nei confronti dell’Ue, che sembra non riuscire ad assumere posizioni risolute contro leader autoritari e fortemente nazionalisti. Dall’altro lato, Vladimir Gligorov ha coniato la locuzione «geografia dell’animosità» per descrivere le sfide persistenti associate a questioni territoriali e costituzionali irrisolte nei Balcani, che rendono il processo sempre più complesso. </h4>



<p>«Il nodo di fondo è che il processo di allargamento non deve essere fine a sé stesso, ma ha senso nel momento in cui sostiene il processo di trasformazione interno delle società, verso l’abbattimento dei privilegi, della corruzione e dei grumi autoritari, verso la costruzione di una società democratica. Se il processo di allargamento diventa un’altra cosa, non chiara, allora il rischio è di tradire le aspettative e il senso del progetto europeo. E questo ovviamente interpella l’Unione europea in quanto tale, con delle distinzioni però che è giusto fare: ad esempio, sulla Serbia il Parlamento europeo ha avuto una posizione molto chiara, dicendo che ci vuole una commissione internazionale, denunciando l’esito delle elezioni e la necessità di un chiarimento riguardo alle possibili illegalità. Quindi c’è una dialettica anche dentro l’Ue, penso sia fondamentale che nei prossimi mesi la parte più attenta alle spinte democratiche e alla voglia di cambiamento possa emergere, perché esiste».&nbsp;</p>



<h4 class="wp-block-heading" id="h-nel-libro-parla-della-forza-delle-comunita-sul-territorio-che-si-organizzano-in-movimenti-ambientalisti-di-giornalisti-e-giornaliste-che-lottano-contro-la-corruzione-e-aggiungerei-anche-dei-gruppi-femministi-che-a-belgrado-si-sono-sempre-battuti-contro-la-guerra-tutte-esperienze-che-vanno-oltre-le-linee-etniche-con-le-elezioni-europee-in-arrivo-qual-e-il-futuro-per-la-democrazia-nei-balcani-e-il-loro-rapporto-con-l-ue">Nel libro parla della forza delle comunità sul territorio che si organizzano in movimenti ambientalisti, di giornalisti e giornaliste che lottano contro la corruzione, e aggiungerei anche dei gruppi femministi che a Belgrado si sono sempre battuti contro la guerra: tutte esperienze che vanno oltre le linee etniche. Con le elezioni europee in arrivo, qual è il futuro per la democrazia nei Balcani e il loro rapporto con l’Ue?</h4>



<p>«Ci vuole una strategia diversa che faccia tornare l’Europa a essere il punto di riferimento per quelle forze a cui lei faceva riferimento. Non si tratta della solita strategia di finanziamento alle Ong, non è un problema di risorse. Il punto è la visibilità politica, il messaggio pubblico, dire chiaramente: “Voi siete il nostro riferimento, potete contare su di noi”. Se <a href="https://prismag.it/giovani-pace-tigray-generazione-invisibile/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-wpel-link="internal">i giovani che si battono</a> per il cambiamento nella provincia serba, senza fare cose straordinarie ma semplicemente non accettando le logiche corrotte, il famoso eroismo della quotidianità, non hanno una rappresentazione nel mondo, questi perdono la motivazione, perdono forza e speranza. Il senso del libro è cercare di dare un piccolo contributo a queste persone, non lasciarle sole. Se c’è un logoramento democratico nel cuore dell’Ue, questo si riverbera ovunque. Per questo penso che non dimenticare i Balcani sia un dovere dell’Europa non soltanto per una ragione di stabilità, ma anche per un atto di fedeltà rispetto alla missione e al messaggio europeo per come è stato concepito.</p>



<p>Che cosa fare di fronte a un ritorno del nazionalismo? Come ci poniamo di fronte a chiare dinamiche autoritarie che caratterizzano il mondo serbo, ma non solo? Da queste domande bisogna ripartire e quello che ho cercato di fare nel libro è indicare risposte abbastanza chiare: se non proprio su quello che si deve fare, quantomeno su quello che non si deve fare».&nbsp;</p>
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