In Armenia, la questione dei diritti Lgbtqia+ si intreccia con la storia recente del Paese, passando dalla criminalizzazione sotto il regime sovietico a una lenta e difficile ricerca di visibilità e riconoscimento. Fino al 2003 l’omosessualità era considerata un reato: la sua depenalizzazione fu una condizione per l’ingresso del Paese nel Consiglio d’Europa. Da allora, si è sviluppato un attivismo che ha cercato di dare voce a una comunità invisibile, che vive in spazi marginali, priva di riconoscimento sociale.
Poi, nel 2018, la società armena riempie le piazze ed esplode la rivoluzione di velluto, che alimenta speranze di cambiamento. «Ci ha dato speranza, ma oggi possiamo dire che si è rivelata irrealistica», osserva Mamikon Hovsepyan, direttore della comunicazione di Pink Armenia, Ong nata nel 2007 all’interno della comunità Lgbtqia+ in difesa dei diritti umani. «Se da un lato il nuovo governo si è mostrato disponibile a discutere di diritti umani, dall’altro non ha mai dato priorità alle nostre istanze». La società continua ad assumere una postura omofoba e a tratti violenta nei confronti delle persone queer, tanto che le manifestazioni pubbliche sono ancora impossibili per ragioni di sicurezza: mancano protezione delle autorità, ma soprattutto volontà politica di difendere il diritto a scendere in piazza.
Inoltre, secondo l’ultimo report della Ong (The human rights situation of LGBT+ people in Armenia during 2024), le denunce alle forze dell’ordine sono diminuite: la sfiducia nel sistema giudiziario è diffusa. «Molti temono che, denunciando le violenze subite alla polizia, la loro identità sessuale venga rivelata ai familiari o resa pubblica», spiega Hovsepyan. «A mancare è anche un quadro normativo adeguato: l’Armenia non dispone ancora di una legislazione sui crimini d’odio né di una legge antidiscriminazione efficace, sebbene una bozza sia sul tavolo dal 2017 senza mai essere stata approvata». La fotografia che emerge dal report, inoltre, mostra come le difficoltà non riguardino solo la sicurezza, ma investano anche l’istruzione e il lavoro. «Nei luoghi di studio, il bullismo spinge molti giovani ad abbandonare scuole e università. Nei luoghi di lavoro, l’assenza di contratti regolari e di tutele legali consente ai datori di licenziare arbitrariamente persone percepite come queer, spesso dopo brevi periodi di prova non retribuiti», continua Hovsepyan.
Secondo la Rainbow Map di Ilga Europe, l’Armenia si colloca oggi al 47° posto su 49 Paesi europei per tutela legale delle persone Lgbtqia+, con un punteggio del 9 per cento: solo Russia, Turchia e Azerbaigian fanno peggio. In questo scenario, gli strumenti europei restano fondamentali: «Le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo, che l’Armenia ha l’obbligo di rispettare in qualità di Stato membro del Consiglio d’Europa, hanno già stabilito precedenti importanti. Tuttavia, il nostro obiettivo resta ottenere giustizia direttamente nei tribunali nazionali per lavorare direttamente nel nostro Paese, senza dover attendere troppi anni per decisioni esterne», sottolinea Hovsepyan. La stessa appartenenza al Consiglio d’Europa impone standard minimi che il governo armeno non può ignorare, anche se spesso i progressi arrivano per effetto di pressioni esterne più che per iniziativa politica interna.
Un altro nodo riguarda il peso della Chiesa apostolica armena, storicamente vicina ai governi conservatori e capace di orientare il discorso pubblico in senso ostile ai diritti civili. Dopo il 2018 i rapporti con l’esecutivo si sono incrinati, ma la retorica religiosa continua a sostenere le posizioni più radicali, spesso rafforzando lo stigma sociale. «Separare Chiesa e Stato rimane una delle condizioni per avanzare sul terreno dei diritti umani», ricorda Hovsepyan.
Il destino dei diritti della comunità Lgbtqia+ dipende anche dalla stabilità regionale e dalla fine delle ancora molto forti tensioni con l’Azerbaigian, nonché dall’esito delle prossime elezioni parlamentari, previste per il 7 giugno 2026. «Se il processo di democratizzazione della società andrà avanti, potremo pensare a un miglioramento anche dei diritti delle persone queer. L’adozione di leggi antidiscriminatorie è fondamentale. Per noi, è meglio avere una legge imperfetta che nessuna legge», ribadisce Hovsepyan.
Nel frattempo, Pink Armenia continua a fornire assistenza legale e psicologica, documentare i casi di discriminazione e sensibilizzare l’opinione pubblica, cercando di mantenere alta l’attenzione della società civile internazionale. La sfida, tuttavia, resta attuare un cambiamento strutturale interno, capace di garantire protezione e pari diritti a tutti i cittadini. Solo così la speranza generata dalla rivoluzione del 2018 potrà tornare a tradursi in conquiste reali e non restare una promessa incompiuta.



