Sono passati più di sedici anni dal sisma del 2009, ma a L’Aquila il tempo della scuola è ancora sospeso. Per 3.587 studenti il suono della campanella del nuovo anno scolastico continua a riecheggiare nei Musp (moduli a uso scolastico provvisorio), i container installati per l’emergenza che dovevano durare quattro o cinque anni. E che invece sono diventati una condizione permanente: strutture temporanee, prive di palestre, biblioteche, laboratori, refettori. Spazi che nelle nuove Indicazioni Nazionali vengono esaltati come essenziali per un apprendimento attivo e laboratoriale, ma che qui, semplicemente, non esistono.
Silvia Frezza, maestra e attivista per il diritto allo studio, queste contraddizioni le vive ogni giorno. Nelle sue parole c’è la lucidità di chi insegna da quarant’anni, ma anche la fatica di chi da troppo tempo prova a farsi ascoltare: «Sono quasi diciassette anni che si lavora in emergenza. Un’emergenza che è diventata ormai strutturale e che cristallizza le diseguaglianze», racconta. È tra le fondatrici della Commissione Oltre il Musp, nata proprio per denunciare questa situazione educativa, dove lo scarto tra retorica istituzionale e realtà quotidiana si misura in mancanze, infiltrazioni, infissi rotti e ruggine.
Nel frattempo, da Roma, è arrivata la nuova revisione delle Indicazioni Nazionali per il curricolo della scuola primaria e secondaria di primo grado. Entreranno in vigore nell’anno scolastico 2026/2027, promettendo una scuola rinnovata, più solida nei contenuti disciplinari, meno “creativa”, più orientata alle conoscenze essenziali. Silvia Frezza ha letto il documento con attenzione e crescente preoccupazione. «Parlano di alleanze educative, di spazi flessibili, di laboratori, di comunità educanti. Ma dove? Qui, nel cuore del cratere, ci sono bambini che non hanno mai messo piede in una scuola vera».
Nel suo sguardo, la ricostruzione mancata di L’Aquila diventa il prisma attraverso cui leggere l’inadeguatezza di una riforma «scritta, ancora una volta, dall’alto, senza consultare chi quella scuola la abita ogni giorno», prosegue. «Parlano di valutazione profonda e metacognitiva, ma nel concreto ci viene chiesto di tornare a una didattica trasmissiva, essenziale. È come se avessero paura del pensiero critico». Il suo tono si fa ironico quando si sofferma su alcune espressioni del documento: «Non bisogna sopravvalutare la creatività del soggetto, dicono. Si consiglia di limitarsi a testi semplici, come il riassunto o il diario. E il testo argomentativo? E la riflessione personale? Dove le mettiamo?». La distanza tra indicazioni e realtà si fa vertiginosa quando il documento ministeriale esalta l’importanza degli atelier creativi, dei laboratori musicali e coreutici. «Qui facciamo ginnastica nello spazio davanti alle aule. I bambini mangiano sui banchi. Non abbiamo biblioteche né laboratori. I pochi spazi informatici che abbiamo funzionano solo quando va bene la connessione. E ora ci dicono che dobbiamo introdurre l’informatica anche alla primaria. Va bene. Ma con quali strumenti? Con quali risorse?», si chiede Frezza.
È proprio il nodo delle risorse a rendere il caso aquilano esemplare, non locale. I fondi ci sono, ma i cantieri vanno a rilento, si bloccano, ripartono, si modificano. Nel frattempo, il costo sociale di questa precarietà lo pagano generazioni di studenti e insegnanti. «In alcuni Musp si otturano le fogne. In altri ci sono infiltrazioni dai tetti. In altri ancora i bagni sono arrugginiti. E noi ci chiediamo: è questa la scuola dell’autonomia? Della progettualità? Dell’innovazione?», continua. L’insegnante sa bene che la qualità della scuola italiana non si costruisce a colpi di riforme, ma nella fatica quotidiana di chi insegna, spesso senza strumenti. E infatti, si interroga anche su ciò che nel documento ministeriale si dà per scontato, come l’inclusione o l’educazione al rispetto. «Dov’è praticata inclusione, se mancano le mediatrici linguistiche e culturali? Dove sono le risorse per i patti educativi di comunità? Si chiede una scuola capace di formare cittadini consapevoli, ma intanto si ignora l’editoria per l’infanzia e la preadolescenza, che lavora su questi temi con profondità e qualità. Nelle Indicazioni si parla ancora di “testi classici semplici”, dimenticando scrittrici, autori contemporanei, parole che parlano davvero alle nostre studentesse e ai nostri studenti. Come possiamo educare al rispetto, se si continua a ignorare il linguaggio di genere anche nei documenti scolastici ufficiali?».
La maestra non si limita alla denuncia. Il suo sguardo pedagogico torna sempre alla persona, all’educazione come possibilità politica. Per questo, le sue critiche si fanno anche proposta: «Rivendichiamo una scuola che non ha mai smesso di mettersi in discussione. Una scuola che, anche senza le condizioni minime, ha continuato a educare in maniera eccellente. Ma voglio anche dire con chiarezza che non bastano buone intenzioni, né una nuova revisione del curricolo, se poi dimentichiamo le condizioni materiali in cui tutto questo dovrebbe accadere». È anche da qui, da queste mancanze quotidiane, che nasce la sua critica alla visione trasmissiva proposta dal ministero: «Ci viene detto che non serve insegnare troppe cose. Poche, ma essenziali. Ma chi decide cosa è essenziale? E come si fa scuola critica, se non si allena il dubbio?». Non da ultimo, nelle nuove Indicazioni si parla di promuovere il pensiero storico, ma «ancora una volta, la Storia è quella dell’Occidente. Lo si ripete più volte: “mondo occidentale”, “cultura occidentale”. In una scuola che fortunatamente oggi è già plurale, questo è un enorme passo indietro». E segno ancor più evidente della distanza tra chi governa e chi abita la scuola ogni mattina.
In fondo, le nuove Indicazioni parlano anche di cittadinanza, di identità, di futuro: eppure, «è difficile educare al futuro se si resta fermi da sedici anni dentro container pensati per l’emergenza. È difficile insegnare cittadinanza in una città dove il diritto all’istruzione viene sistematicamente disatteso. Le parole non bastano, se non hanno un luogo dove essere abitate», conclude Frezza.Una scuola senza spazi non è solo un problema edilizio: è una ferita democratica. Perché a mancare non è solo l’infrastruttura, ma il riconoscimento pieno del diritto all’istruzione. A L’Aquila la scuola è ancora sospesa, inchiodata nei container dell’emergenza, dove ogni riforma, per quanto altisonante, non riuscirà mai davvero a varcare neanche la soglia.



