«È un libro inaspettato, avevo in mente un progetto diverso. Ma questo è nato dall’osservazione di tutte quelle persone e realtà che, in diverse zone dei Balcani, portano avanti una lotta quotidiana contro la corruzione, il nazionalismo, la violenza, e rappresentano quella spinta alla democratizzazione della società di cui c’è tanto bisogno». Francesco Ronchi insegna Politica internazionale ed europea alla Columbia University di New York e a Sciences Po a Parigi. Funzionario del Parlamento europeo, è stato incaricato delle attività a sostegno della democrazia nei Balcani. La scomparsa dei Balcani. Il richiamo del nazionalismo, le democrazie fragili, il peso del passato (Rubbettino, 2023) è il suo ultimo libro.
Lo studioso Florian Bieber nel 2019 ha prodotto una delle analisi più famose rispetto alla stagnazione della democrazia e ai meccanismi di nuova ascesa dell’autoritarismo nella regione, soprattutto in Serbia e Montenegro. Dopo le speranze dei primi anni Duemila, secondo l’autore c’è stata una cattura dello Stato da parte di poteri criminali e corrotti, con la creazione continua di crisi interne e la retorica di una minaccia esterna. Quale pensa che sia il ruolo dell’etnonazionalismo oggi nelle dinamiche della regione?
«Penso che l’etnonazionalismo non sia una caratteristica congenita della regione. Questo è dimostrato dal fatto che, dopo le guerre degli anni Novanta, dagli inizi degli anni Duemila c’è stato un decennio di speranza e anche di democratizzazione. Uso il termine democratizzazione non a caso, perché il vero antidoto al nazionalismo è la democrazia: il primo è per definizione antiliberale, autoritario, contro la dispersione di contropotere. Ci sono stati anche nuovi gruppi dirigenti che hanno preso parola e incarnato questa nuova stagione, che si è poi arenata, per due ragioni legate tra loro. La prima è che questi nuovi gruppi dirigenti sono inciampati sulla questione della corruzione, che ha un effetto distruttivo sulle aspettative di cambiamento, facendo passare l’idea che, al di là degli slogan, non ci sia molta differenza fra democratici e antidemocratici. Porta quindi a una banalizzazione che rafforza le spinte più gravi presenti nella società e nella politica. Il secondo elemento è il processo di integrazione europea: a un certo punto degli anni Duemila ha perso il suo carattere, la sua forza, che invece aveva avuto inizialmente, pur con tutte le ambiguità del caso. Si spezza anche questo e cambia il messaggio europeo».
Sono passati più di 20 anni dal Consiglio europeo di Salonicco del 2003, una lunga stagnazione che ha prodotto disillusione nei confronti dell’Ue, che sembra non riuscire ad assumere posizioni risolute contro leader autoritari e fortemente nazionalisti. Dall’altro lato, Vladimir Gligorov ha coniato la locuzione «geografia dell’animosità» per descrivere le sfide persistenti associate a questioni territoriali e costituzionali irrisolte nei Balcani, che rendono il processo sempre più complesso.
«Il nodo di fondo è che il processo di allargamento non deve essere fine a sé stesso, ma ha senso nel momento in cui sostiene il processo di trasformazione interno delle società, verso l’abbattimento dei privilegi, della corruzione e dei grumi autoritari, verso la costruzione di una società democratica. Se il processo di allargamento diventa un’altra cosa, non chiara, allora il rischio è di tradire le aspettative e il senso del progetto europeo. E questo ovviamente interpella l’Unione europea in quanto tale, con delle distinzioni però che è giusto fare: ad esempio, sulla Serbia il Parlamento europeo ha avuto una posizione molto chiara, dicendo che ci vuole una commissione internazionale, denunciando l’esito delle elezioni e la necessità di un chiarimento riguardo alle possibili illegalità. Quindi c’è una dialettica anche dentro l’Ue, penso sia fondamentale che nei prossimi mesi la parte più attenta alle spinte democratiche e alla voglia di cambiamento possa emergere, perché esiste».
Nel libro parla della forza delle comunità sul territorio che si organizzano in movimenti ambientalisti, di giornalisti e giornaliste che lottano contro la corruzione, e aggiungerei anche dei gruppi femministi che a Belgrado si sono sempre battuti contro la guerra: tutte esperienze che vanno oltre le linee etniche. Con le elezioni europee in arrivo, qual è il futuro per la democrazia nei Balcani e il loro rapporto con l’Ue?
«Ci vuole una strategia diversa che faccia tornare l’Europa a essere il punto di riferimento per quelle forze a cui lei faceva riferimento. Non si tratta della solita strategia di finanziamento alle Ong, non è un problema di risorse. Il punto è la visibilità politica, il messaggio pubblico, dire chiaramente: “Voi siete il nostro riferimento, potete contare su di noi”. Se i giovani che si battono per il cambiamento nella provincia serba, senza fare cose straordinarie ma semplicemente non accettando le logiche corrotte, il famoso eroismo della quotidianità, non hanno una rappresentazione nel mondo, questi perdono la motivazione, perdono forza e speranza. Il senso del libro è cercare di dare un piccolo contributo a queste persone, non lasciarle sole. Se c’è un logoramento democratico nel cuore dell’Ue, questo si riverbera ovunque. Per questo penso che non dimenticare i Balcani sia un dovere dell’Europa non soltanto per una ragione di stabilità, ma anche per un atto di fedeltà rispetto alla missione e al messaggio europeo per come è stato concepito.
Che cosa fare di fronte a un ritorno del nazionalismo? Come ci poniamo di fronte a chiare dinamiche autoritarie che caratterizzano il mondo serbo, ma non solo? Da queste domande bisogna ripartire e quello che ho cercato di fare nel libro è indicare risposte abbastanza chiare: se non proprio su quello che si deve fare, quantomeno su quello che non si deve fare».




