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Dal mar Nero all’Asia: la competizione per il controllo dei flussi alimentari globali

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Con il blocco dei porti ucraini, il grano è tornato a essere quello che non ha mai smesso di essere: una leva politica internazionale ed economica. Turchia e Russia si contendono il ruolo di garanti della sicurezza alimentare del Sud globale. Ma la vera posizione di forza è in mano alla Cina

Da secoli, la sicurezza alimentare – insieme all’energia, ai minerali strategici e alle tecnologie militari – è un elemento rilevante della sicurezza economica internazionale. Gli effetti della guerra in Ucraina hanno dato nuova linfa a una dinamica mai interrotta: il controllo dei flussi e delle materie prime alimentari, tra cui il grano, costituisce una componente della competizione economica tra Stati. In questo contesto, Turchia e Russia si contendono il ruolo di garanti della sicurezza alimentare per il Sud globale. 

Inquadriamo la questione. Russia e Ucraina, insieme, rappresentavano oltre un terzo delle esportazioni globali di cereali e circa il 30 per cento delle esportazioni globali di grano prima dell’escalation del conflitto. Circa 400 milioni di persone nel mondo dipendono direttamente dalle forniture provenienti da questa regione. Per intenderci, l’Egitto è il principale importatore mondiale di grano: dipende per il 22 per cento dall’Ucraina e per il 60 per cento dalla Russia. Con una popolazione di 100 milioni di abitanti e una bilancia commerciale fragile, l’interruzione dei flussi porta a un aumento dei prezzi del pane, bene già sussidiato dal governo e cruciale per la stabilità sociale. Analogo discorso per il Libano, che importa l’81 per cento del suo fabbisogno di grano dall’Ucraina, e la Tunisia, con il 49 per cento. La Somalia importa il 60 per cento del grano dall’Ucraina e il 40 per cento dalla Russia. Sudan, Algeria, Libia e i Paesi del Corno d’Africa sono ugualmente vulnerabili. In Asia del Sud, Bangladesh, Pakistan e Indonesia dipendono significativamente dagli approvvigionamenti ucraini, mentre Senegal e Repubblica Democratica del Congo ricevono oltre il 50 per cento del loro grano da Mosca.

L’invasione russa dell’Ucraina ha causato il blocco dell’export del Paese, con circa 22 milioni di tonnellate di grano ferme nei porti del mar Nero. Kiev, che esporta normalmente circa 30 milioni di tonnellate di grano l’anno verso Nord Africa e Medio Oriente, ha visto la propria produzione crollare a circa 10 milioni di tonnellate. Non solo: 1,5 milioni di tonnellate di grano sono state trafugate dai russi e trasportate verso la Crimea da loro occupata.

Mentre l’Ucraina è stata costretta a ridurre drasticamente l’export, la Russia ne ha approfittato per aumentare il suo, sfruttando i prezzi alti e consolidando la propria posizione nei mercati africani e mediorientali. Contestualmente, l’Onu, i governi occidentali e i Paesi importatori più dipendenti dall’Ucraina hanno spinto per una riapertura dei corridoi alimentari. Tuttavia, il conflitto nel mar Nero ha complicato i piani a causa della presenza di mine nelle acque.

Chi controlla i flussi mondiali di grano

Ed è in questo frangente che si è fatta strada la Turchia. Ankara, che controlla gli stretti dei Dardanelli e del Bosforo, è tra i pochi Paesi in grado di mediare tra Russia e “Occidente” con una qualche credibilità. Al momento dell’invasione, la Turchia non aveva aderito alle sanzioni occidentali e stava mantenendo relazioni pragmatiche con Mosca. Nel mentre, Ankara ha fornito all’Ucraina droni Bayraktar TB2 e altre armi significative, confermando il suo status di alleato Nato. Parallelamente, funzionari americani hanno accusato aziende turche di fornire componenti critici alla Russia per la produzione di armamenti. Ambiguità strategica in natura: i turchi perseguono i propri interessi piuttosto che rispondere ai diktat di Washington.

Appena si è palesata l’occasione Erdoğan si è offerto come mediatore, intestandosi la Black Sea Grain Initiative, mediato dalla Turchia e sottoscritto dalle Nazioni unite nell’estate 2022. Per 14 mesi, il corridoio marittimo ha permesso l’export di circa 33 milioni di tonnellate di alimenti verso 45 Paesi, con oltre il 50 per cento dei carichi destinati a regioni del Sud globale. 

Quando la Russia ha sospeso la propria partecipazione all’accordo nell’estate 2023, ufficialmente perché le sue esportazioni non erano state facilitate come promesso, ​il Cremlino ha preferito offrire ai Paesi africani importazioni di grano gratuite o a prezzi ridotti. Ma, soprattutto, la Russia ha cominciato a sottoscrivere nuovi accordi con la Cina, volti alla costruzione di un corridoio terrestre del grano che collegasse le proprie regioni cerealicole al mercato cinese.

La Russia si è impegnata a fornire 70 milioni di tonnellate di cereali, legumi e oleaginosi alla Cina nel corso di 12 anni, per un valore di circa 25,7 miliardi di dollari. L’infrastruttura del New Land Grain Corridor include un terminale specializzato di grano alla frontiera russo-cinese e una flotta terrestre di container capaci di trasportare fino a 600mila tonnellate di grano per volta, con una capacità di stoccaggio di 8 milioni di tonnellate annue. Nei primi nove mesi del 2023, la Russia ha esportato 3,5 milioni di tonnellate in Cina, un aumento significativo rispetto ai 2,2 milioni dello stesso periodo nel 2022. Dal 2014 ad oggi, l’export di grano russo verso la Cina è aumentato di 27 volte, trasformando Pechino nel principale cliente russo per i cereali. 

Come per il gas naturale attraverso il Power of Siberia, la Cina ha imposto alla Russia condizioni commerciali che riflettono una relazione bilaterale non paritaria. Pechino, come massimo importatore mondiale di cereali con 160 milioni di tonnellate annue, controlla il 30-40 per cento della domanda globale. Mosca, isolata dalle sanzioni occidentali, è costretta ad accettare i termini cinesi. Inoltre, la Cina ha imposto alla Russia di vendere il grano a prezzi simili a quelli domestici russi, cioè ai prezzi artificialmente bassi risultanti dai sussidi statali russi. In sostanza: la Russia vende a perdita, la Cina compra a sconto; entrambe sanno che questa è l’unica transazione possibile.

Ma l’asimmetria Russia-Cina non finisce qui. Tutte le operazioni finanziarie avvengono ormai in yuan. I proventi dell’export russo rimangono bloccati nel sistema finanziario cinese e la Russia non può facilmente convertire questi guadagni in altre valute, né può utilizzarli per acquisti da Paesi terzi. Come ha avvertito Alexandra Prokopenko, ex consigliera della Banca centrale russa, questa “yuanizzazione” dell’economia russa comporta rischi significativi a lungo termine, ma «il Cremlino non ha altra scelta». 

Il vero arbitro della sicurezza alimentare globale è chi controlla la domanda. E chi controlla la domanda è la Cina. Mosca continua a legarsi sempre più al dragone, senza voce in capitolo sul prezzo, scambiando una valuta che non controlla secondo termini dettati unilateralmente. Nel suo modello del sistema-mondo, Immanuel Wallerstein descriveva come le potenze periferiche rimangono intrappolate in relazioni di dipendenza dalle potenze centrali. La Russia, una volta potenza centrale, è oggi una potenza periferica.

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