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Mangiare soli, ma non in pace: l’Italia diffida del solo dining

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L’arte di andare a mangiare da soli in un ristorante è una pratica in aumento, ma è più socialmente accettabile in altri Paesi. Ne abbiamo parlato con clienti e antropologi

«Sei da sola? Con chi avevi in programma di cenare?». «Direi piuttosto che sono con me stessa. Non è la stessa cosa». In questo scambio di battute nel libro Il caso Alaska Sanders di Joël Dicker, una giovane donna è seduta da sola in un ristorante, suscitando sguardi curiosi e giudizi da parte degli estranei intorno a lei. Eppure il solo dining, l’arte di andare fuori a mangiare da soli, è in aumento in tutto il mondo. Un tempo il mangiatore solitario era colui che era in una trasferta di lavoro e si ritrovava per necessità a sedere da solo a un tavolo. Ma oggi le cose sono cambiate. Non si tratta solo del bisogno fisiologico di mangiare: il solo dining diventa un’esperienza enogastronomica da vivere pienamente, un gesto di amore verso il proprio benessere, un tempo da dedicare a sé stessi. 

Secondo i dati raccolti dalla piattaforma digitale The Fork, nel 2024 in Italia le persone che hanno prenotato un tavolo per uno sono il 4,1 per cento del totale, in crescita del 15,3 per cento rispetto al 2023. È un incremento importante, anche se in Italia siamo ancora ostili ad accettare questa nuova abitudine, a differenza di altri Paesi in cui il solo dining è considerato normale. Nei Paesi Bassi, nel 2013 la direttrice creativa Marina Van Goor ha fondato ad Amsterdam Eenmaal (che nella lingua olandese è un mix tra “single” e “one meal”), un ristorante solo per single con tavoli da un posto unico: l’idea è mangiare in serenità, disconnettendosi dal caos quotidiano. 

Solo dining: Paese che vai, usanza che trovi

«Adoro andare al ristorante da sola», racconta Chiara, che lavora nel mondo digital. «Mi siedo, osservo le persone sedute agli altri tavoli e mi godo la serata: assaporo ogni boccone, non guardo mai il cellulare e mi concedo il lusso di fare nuove conoscenze». Questo non potrebbe succedere a Barcellona: infatti, nella città catalana, in zone molto frequentate da turisti come El Poble-sec o Eixample, alcuni locali rifiutano di far accomodare persone sole, anche se hanno tavoli liberi a disposizione. Preferiscono servire coppie o gruppi più numerosi, in modo tale da guadagnare di più. 

In Italia, la condivisione dei pasti è vista soprattutto come un momento di convivialità: per questo lo stigma di mangiare da soli è molto radicato nella nostra società. «È il contesto culturale in cui viviamo che crea il senso di disagio, perché la commensalità è un collante dell’interazione sociale», spiega l’antropologa culturale Gaia Cottino, docente e ricercatrice presso l’Università eCampus. «La commensalità non è solo condividere un pasto insieme ad altre persone, ma riguarda anche la socializzazione e la creazione di legami. È la norma nel nostro Paese; quindi, tutto ciò che è fuori dalla norma diventa simbolo di solitudine, di assenza di una rete sociale». 

In Giappone, invece, esiste una cultura del piacere di mangiare da soli, con ramen bar dove è comune sedersi a un tavolo senza accompagnatori. Esistono locali con divisori in plastica e con cartelli che incoraggiano i clienti a mangiare in solitaria. 

Il gender gap

Ma vedere una donna sola al ristorante, rispetto a un uomo, è ancora poco socialmente accettabile «perché in Italia il metro per misurare le cose è fondamentalmente maschile», continua la dottoressa Cottino. «Una variabile importante è la temporalità: una donna che pranza da sola in un ristorante non desta particolari curiosità, a differenza di una donna che cena fuori. Come se la sera non fosse uno spazio-tempo consono alle solitudini femminili, perché il ristorante a cena è l’evasione dallo spazio domestico, che nella nostra società è associato al genere femminile». «Lo scorso anno sono andata a Madrid da sola e, quando è arrivata l’ora di cena, ho deciso di concedermi una cena vera in un ristorante», racconta Laura. « È stata la prima volta nella mia vita che andavo al ristorante da sola e all’inizio ho avuto un po’ di paura che mi venisse un attacco di ansia. Poi mi sono rilassata e mi sono divertita». 

Secondo gli esperti, sono la generazione Z e i millennial a guidare questa tendenza, sollecitati dai social media, dove sempre più spesso vengono recensiti ristoranti e locali. «Il solo dining non è una mancanza di commensalità: ne è una nuova manifestazione, è un ibrido tra la solitudine e la compagnia. Si è fisicamente soli, ma si è anche connessi con la comunità dei foodies, che è immateriale ma è molto radicata sui social», racconta la dottoressa Cottino.

Mangiare da soli è sinonimo di infelicità?

Un’idea diversa di questo fenomeno viene formulata analizzando lo studio dell’Oxford Economics and National Center for Social Research, in cui si sostiene che la ragione dell’infelicità delle persone risale al fatto che consumano i pasti da sole. Stando soli senza confrontarsi con altre persone intorno a un tavolo significa non mettere in discussione le proprie idee sul mondo: dalla mancanza di interazione sociale si arriva presto a un isolamento sociale radicale. 

Mangiare da soli oggi non è più un’anomalia, né un sinonimo di solitudine, ma un modo diverso di vivere il tempo e il cibo. È un’abitudine che racconta una generazione più indipendente, che non ha paura del silenzio né del proprio spazio. Non ha paura di sentirsi scoperta perché sta facendo una scelta fuori dalla consuetudine. In fondo, anche questo nuovo stile di vita può avere un buon sapore.

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