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Che fare da grandi? Il dilemma della difesa comune europea

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L’Unione europea è una potenza civile o un coacervo di interessi nazionali? Esiste una difesa politica comune europea? La Francia è disposta a incartare le proprie testate atomiche e spedire la valigetta con i codici a Bruxelles? Ne abbiamo parlato con Roberto Belloni, docente di Relazioni internazionali a Bologna

Abbiamo tutti un amico fissato con le relazioni internazionali e questo amico un giorno vi dirà la sua su un tema in particolare: l’esercito europeo e la difesa comune. Che abbia una rosa dei venti stampata su una polo blu Atlantico o un eskimo verdone recuperato dall’armadio del nonno, il vostro amico avrà opinioni forti e non è certo il caso di lasciarsi abbindolare.

Per questo è sempre una buona idea parlare con chi dedica il proprio tempo ad avere poche opinioni, molto metodo e un buon numero di domande. A questa descrizione risponde Roberto Belloni, docente di Relazioni internazionali all’università di Bologna.

Professore, da dove nasce l’esigenza europea di dotarsi di una propria politica estera?

«Un passaggio fondamentale è stato il conflitto nella ex Jugoslavia: una guerra che si è sviluppata ai confini dell’Europa in un momento nel quale le istituzioni europee erano sprovviste degli strumenti per poter intervenire da un punto di vista militare, politico e umanitario. Non c’era alcuna idea di politica estera comune: la leadership per trovare una soluzione fu così cercata nella guida degli Stati Uniti. Con la fine delle guerre balcaniche si è posto con forza il tema della capacità europea di intervenire e gestire il proprio vicinato.

A questo si lega il tema dell’identità ontologica dell’Ue nella veste di attore eccezionale in politica estera; un attore che non è guidato solo da interessi, ma che si sente legato a norme e valori quali la democrazia, il multilateralismo, l’adesione al diritto internazionale come metodo di risoluzione delle controversie. La funzionalità di questo approccio, un approccio che mira a “civilizzare” le relazioni internazionali, ha prodotto una dottrina che si basa sul dovere di espandere i confini della civiltà occidentale attraverso la diffusione di democrazia e diritti con mezzi pacifici. Questo ideale sta alla base della politica di allargamento».

Questo almeno sul piano ideale e discorsivo, poi abbiamo i limiti imposti dagli interessi nazionali…

«Ci sono questioni economiche difficili da superare, come la presenza dei grandi produttori di armi con sede nei principali Paesi europei (compresa l’Italia), i cosiddetti “campioni nazionali” che hanno enormi commesse statali. La difesa europea potrebbe beneficiare di un risparmio molto significativo se i Paesi mettessero insieme le risorse che spendono per la difesa facendole confluire in una difesa comune europea: ciò però costituirebbe una perdita netta per le imprese. Questa è la ragione per la quale, ad oggi, c’è stata una scarsa razionalizzazione delle spese militari».

Qual è la sua opinione sul trattato di Lisbona?

«Lo trovo molto disfunzionale. Basti pensare che negli anni che precedevano il trattato l’Unione europea aveva iniziato a prendere parte a missioni di sicurezza nei Balcani e nell’Africa centrale, normalmente in collaborazione con la Nato e in pochissime occasioni in maniera autonoma. Dal trattato di Lisbona del 2009 il numero delle missioni è diminuito; quindi, anziché facilitare l’impegno europeo nel proprio vicinato allargato, per così dire, ha messo in piedi una macchina burocratica ingestibile allargando il numero di istituzioni coinvolte in varia natura nel processo decisionale. I rapporti istituzionali tra gli Stati membri e questi organi sono complessi.

C’è poi il problema delle decisioni prese dal Consiglio all’unanimità. È difficile immaginare come superare il limite della governance europea che, di fatto, rende il sistema decisionale soggetto a continui ricatti. Non è solo un problema di governance istituzionale ma più in generale di assenza di una visione politica condivisa».

Perché proprio ora si torna a discutere di difesa comune?

«Durante la Guerra fredda gli europei hanno avuto la consapevolezza della presenza dell’ombrello della Nato. Questo ha consentito la possibilità di concentrarsi sulla crescita economica, tant’è che i Paesi Ue hanno dedicato, nel complesso, cifre non ingenti per le spese militari. Ad esempio, quasi nessuno ha raggiunto il contributo teorico che dovrebbe fornire alla Nato, cioè il 2 per cento del Pil. 

Ora la minaccia della Russia è sul suolo continentale: questo ha riaperto il tema della difesa europea. Con la guerra in Ucraina è tornata la consapevolezza che ci sono valori alternativi che sono incompatibili con quelli dell’Europa, i valori post-imperiali dell’ex Unione Sovietica che adesso è Russia: valori della tradizione, dell’uso spregiudicato delle istituzioni per consolidare il proprio potere, degli oligarchi, di un’economia predatoria. L’Ucraina non fa parte dell’Ue ma è sul suolo europeo, e questo pone un interrogativo esistenziale per l’Unione: è meglio continuare con la promozione dei propri valori attraverso strumenti negoziali, l’uso del diritto e il multilateralismo, oppure è il momento di iniziare a pensare in termini di difese militari europee? 

Nel frattempo, anche se è legittimo e significativo da un punto di vista politico che l’Ue abbia fornito assistenza militare all’Ucraina, ad oggi non si comprende l’obiettivo strategico di medio-lungo termine. Siamo in una fase in cui la Russia sta vincendo: questo rende impossibile ogni spazio di negoziazione».

Romano Prodi recentemente ha indicato la Francia come Paese guida. Lei che ne pensa?

«La Francia ha talvolta compiuto salti in avanti che non sono stati negoziati o condivisi con gli altri Paesi europei. Tradizionalmente le questioni principali per la politica europea sono discusse e condivise tra francesi e tedeschi, ma questi ultimi sembrano in una fase di declino.

Per decenni è stata ventilata l’ipotesi di destinare all’Ue un seggio del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Né l’Inghilterra, né la Francia sono state disposte a rinunciare a questo privilegio nel nome dell’Unione. L’idea dell’ex presidente della Commissione europea di mettere al servizio dell’Europa le armi nucleari francesi è auspicabile, ma in termini di fattibilità e di concretezza è molto difficile, perché sono le armi nucleari che contribuiscono in maniera decisiva a far sì che la Francia sia un Paese influente in politica internazionale. Ho la sensazione che queste discussioni non porteranno a nulla almeno fino alle elezioni americane».

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