Ammettiamolo. Non ci abbiamo mai pensato. O forse sì, ma è un’idea che abbiamo subito accantonato. Abbagliati da «Jack, sto volando!», «Jack, you jump I jump», «Jack, ti amo da morire» (di naufragio). Il disegno erotico, le fughe tra i macchinari fumanti, il segreto adamantino. Ci siamo indignati per i ricchi che gozzovigliavano sulla testa dei poveri, invidiando il loro sfarzo artistoide benché cieco e colposo, prima di rimanere sgomenti davanti alla tecnica che falla e fa strage nell’abisso.
Ma non abbiamo mai considerato davvero che quel magniloquente, memorabile, commovente, impasto di melò e catastrofe che è Titanic, oggi come ventisei anni fa – cult ed essenza del cinema, quindi del Novecento – è opera oceanica, di acqua, sull’acqua. Per ambizioni, successo, divi, budget, durata, portata, ambientazione, approdo. Oltre gli Oscar, i ricci fulvi e il ciuffo platino degli amanti, s’impone sempre l’Atlantico. Assoluto e imperioso. Protagonista perché pretesto, cuore, alfa, omega, metafora, sineddoche, paradiso, culla e cimitero del film. Non a caso, la prima immagine dopo i titoli di testa è la folla sul molo di Liverpool che saluta il capodoglio d’acciaio.
È subito l’Acqua che asseconda e poi scherza la tecnica. Si solidifica, si ghiaccia, si innalza e ghiaccia ancora, per sempre, la folla. È l’Acqua che «sale dalle scale, sale senza sale, sale. Acqua che […] che affonda terra e ponte». Dall’alluvione genovese di De André a quella del 1912 secondo Cameron: cambiando l’ordine degli addendi, la catastrofe non cambia.
Perché in Titanic l’Oceano di Cameron è in alto e in basso. Visibile e sommerso; è potenza e atto. Getta alla vita e rovescia alla morte. Cuce continenti, separa plebei e patrizi nei dislivelli fatti a scale, ma li accomuna nella sorte tragica; è per il mare che il disegnatore di terza classe e l’aristocratica infelice si incontrano, è per il mare che s’impigliano a un passo dall’abisso, sul parapetto infinito del nulla, «a distanza di braccio, a distanza di offesa». Abisso, superficie o cielo: è il naufragio che fa il naufrago; è l’Atlantico, non il denaro, che fa Jack e Rose.
Se Titanic è un film sull’impermanenza del ricordo, sulla permeabilità della memoria, sulla persistenza del sentimento oltre il lutto, è grazie al mare. Lì dove s’incaglia la presunzione di dominio dell’Occidente sulla Natura. Lì dove gli amanti scorrazzano, graffiano il cielo mani al vento, scrutano un nuovo orizzonte possibile, scompaginano le rigidezze di classe, smascherano tabù di una società ingessata e opportunista. Se la Terra è il regno del possibile, l’Atlantico ne è l’inafferrabile estensione visiva, la premessa di attuazione o distruzione. Il piroscafo che si spezza è sintesi e tomba di un’umanità smembrata, indifferente l’un l’altra, ma ammassata senza distinzioni nell’imminenza del tragico.
Perché la tecnica che naufraga nella strapotenza sorniona del mare è il grande simbolo, il monito per la nostra intelligenza ora artificiale, centoventicinque anni fa industriale, in perenne gara con la Natura. La nave che neanche Dio poteva affondare affonda per la boria dell’uomo isolato nell’infinito dell’Oceano. E il naufragar non m’è dolce in questo mare. Oggi come nel 1912.




