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Pfas, il «nuovo amianto» che avvelena con l’acqua

Il Veneto è l’epicentro di uno dei più severi casi di inquinamento al mondo causato da questa sostanza. Ne abbiamo parlato con esperti e associazioni

Esiste una famiglia di molecole considerate quasi eterne, capaci di resistere alle alte temperature e di mantenersi tali e quali per secoli, in alcuni casi per millenni. Si propagano attraverso l’acqua e si accumulano negli organismi degli esseri viventi, cibo compreso. Fino a pochi anni fa venivano prodotte anche in Veneto, dove sono finite nelle falde acquifere: sono in ciò che beviamo, in ciò che mangiamo e nel nostro sangue. E sono tossiche.

Il problema è che sono un successo commerciale così grande per cui è improbabile che si arrivi a rinunciarci in tempi brevi. Rendono antiaderenti le padelle, impermeabili e traspiranti i vestiti e fanno sì che i bicchieri di carta non si inzuppino della bevanda che contengono. Tuttavia, oltre agli impieghi più comuni, sono cruciali in ambito militare, nella produzione di semiconduttori e nell’industria energetica, in particolare nucleare. Si tratta quindi di una produzione strategica che le grandi industrie chimiche e la politica tengono in grande considerazione. 

Si chiamano sostanze alchiliche perfluorurate e polifluorurate, più note con l’acronimo Pfas, e hanno un lato oscuro di cui si parla troppo poco.

I rischi per la salute

«Ci sono due categorie di rischio: tumorale e non tumorale», spiega Vincenzo Cordiano, ematologo e presidente della sezione veneta dell’Isde (International Society Of Doctors For Environment). «Il Pfoa, per esempio, è ritenuto certamente cancerogeno dall’Oms e dallo Iarc [Organizzazione mondiale della sanità e Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, N.d.R.]». Il Pfoa è tra i Pfas più noti ed è la molecola principale dispersa in Veneto.

Il problema va ben oltre. «Tutti i Pfas sono interferenti endocrini, cioè interferiscono con gli ormoni e, soprattutto, con le ghiandole che regolano il metabolismo del colesterolo e degli zuccheri. Aumentano il rischio di diabete e complicanze come infarto del miocardio e ictus cerebrale». I Pfas alterano anche il lavoro della tiroide, del pancreas e delle ghiandole surrenali. Dal 1980 al 2013, infatti, la zona ha mostrato un’aumentata incidenza di malattie cardiovascolari, del tumore del rene e della mammella e delle malattie di Alzheimer e Parkinson, come confermato da uno studio del 2018 dell’Isde insieme con l’Enea.

Il fatto è che non ci si può disintossicare dai Pfas: sono sostanze a bioaccumulo, ed «essendo indistruttibili e difficilmente eliminabili, una volta che entrano nel corpo si depositano nel fegato, nel cervello, nei reni, nei polmoni e nelle ossa». L’unica cosa che si può fare è impedire l’assunzione di ulteriori Pfas.

C’è poi l’impatto sulla produzione agricola. «Il cibo coltivato e allevato con acqua contaminata è a sua volta inquinato. Pensiamo al vino, che sappiamo benissimo essere contaminato anche in certe zone dove se ne producono di pregiati». Eccellenze enogastronomiche esportate ovunque, che arrivano sulle tavole di tutti.

Lo scandalo Miteni

Il caso veneto ha un responsabile su cui ci sono ben pochi dubbi: l’impianto della Miteni di Trissino, in provincia di Vicenza. Nato come struttura di ricerca e sviluppo della Marzotto di Valdagno (RiMar), è attivo dagli anni Sessanta e quasi da subito ha cominciato a lavorare con i derivati del fluoro applicati ai tessuti. Negli anni Settanta ci fu il primo scandalo: nei comuni dell’Ovest vicentino usciva dai rubinetti acqua dal colore intenso e la fonte dell’inquinamento fu identificata proprio nella RiMar. Ci fu un’inchiesta, con un solo condannato salvato da un’amnistia.

La società fu in seguito rilevata dalla joint venture tra Mitsubishi ed Eni, la Miteni, che usò l’impianto per i Pfas. Fu poi acquisita al cento per cento da Mitsubishi, negli anni Novanta, e venduta all’Icig nel 2009, quando ormai la frittata era fatta.

Nel 2006, infatti, un’indagine dell’Università di Stoccolma esaminò dei campioni provenienti dai principali fiumi europei e venne rilevata una quantità anomala di Pfas nel Po. Nel 2013 l’Arpav determinò che il novantasette per cento dell’inquinamento nella zona era causato da un singolo stabilimento, proprio la Miteni di Trissino. Da lì partirono ulteriori approfondimenti e nello stesso anno la Regione eseguì delle analisi a campione su duecento persone. 

«L’Istituto superiore di sanità aveva raccomandato di partire con uno studio epidemiologico», spiega Michela Piccoli, portavoce di Mamme no Pfas, un’associazione che riunisce i genitori delle famiglie colpite da questa vicenda e che chiede la messa al bando di tali sostanze. 

Lo studio epidemiologico avrebbe riguardato trecentomila persone e sarebbe stato valido anche a fini legali, in quanto avrebbe determinato il nesso di causalità tra inquinamento da Pfas e salute. Fu però bloccato dalla Regione Veneto in favore di un molto più blando piano di sorveglianza sanitaria. Questo fatto è emerso in aula di tribunale dalla deposizione – documenti alla mano – del dottor Pietro Comba, ex responsabile del Dipartimento di epidemiologia ambientale dell’Iss. A seguito del piano di sorveglianza, vennero eseguite le analisi sulla popolazione, in misura comunque molto minore di quanto avrebbe previsto invece lo studio epidemiologico.

«A marzo 2017 arrivarono gli esami del sangue di mio figlio. A fronte di un valore di riferimento massimo di otto nanogrammi al millilitro di Pfas nel sangue, ne aveva ottantasei, più di dieci volte tanto. Su un altro ragazzo, di sedici anni, era stata rilevata una concentrazione di oltre settecento nanogrammi al millilitro», testimonia Michela, che si mise subito a cercare informazioni a riguardo.

Sul sito del comune trovò la relazione della Commissione tecnica Pfas, a firma dell’allora Direttore generale dell’area sanità e sociale della Regione Veneto, Domenico Mantoan. A oggi quel documento, un tempo consultabile con facilità, è quasi introvabile in rete. Noi siamo riusciti a ottenerlo.

Come possiamo constatare, sono riportati dati allarmanti in merito alle malattie sopra menzionate. «Quel documento diceva già tutto. Da lì a dieci minuti sono arrivate le telefonate delle altre mamme, ci siamo incontrate ed è cominciato il nostro impegno. Che ora si coordina con i gruppi che in tutto il mondo, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti, chiedono la messa al bando dei Pfas».

La contaminazione è destinata a espandersi in tutto il Veneto centrale. A oggi colpisce un’area in cui vivono trecentocinquantamila persone, dove la situazione viene tamponata con filtri a carboni attivi. Sono però destinate a diventare ottocentomila, man mano che gli inquinanti fluiranno verso il mare a una velocità di circa un chilometro e duecento metri all’anno. 

Il processo

Philippe Grandjean, professore di medicina ambientale ad Harvard e massimo esperto di Pfas a livello mondiale, interpellato al maxi-processo Miteni ha definito gli Pfas «il nuovo amianto».

«L’Efsa [Autorità europea per la sicurezza alimentare, ndr.] attualmente ha posto il limite di sicurezza sull’assunzione di Pfoa a non più di 4,4 nanogrammi per chilogrammo di peso corporeo alla settimana», spiega l’avvocato esperto di reati ambientali Edoardo Bortolotto. Si tratta comunque di un limite troppo elevato, che secondo lo stesso Grandjean andrebbe abbassato almeno di cento volte. Nell’acqua campionata nei dintorni della Miteni sono stati rilevati ben oltre i sette milioni di nanogrammi di Pfas per litro.

Per quanto riguarda l’acqua potabile, «il limite imposto dalla Regione dal 2017 è minore o uguale a novanta nanogrammi al litro per i Pfas, di cui il Pfos non superi i trenta nanogrammi al litro. Anche questo è un limite elevato: in Danimarca sono a due nanogrammi al litro e in Germania sono arrivati ai picogrammi, come anche negli Stati Uniti, dove il limite per il Pfoa è di 4,4 picogrammi al litro». Parliamo di un limite oltre mille volte inferiore rispetto a quello veneto.

Non è l’unica opacità in merito all’azione delle istituzioni. «C’è uno studio parziale commissionato dalla Regione Veneto in merito alla presenza di sostanze chimiche nel cibo, in particolare uova, carne di maiale e pesci d’acqua dolce prodotti artigianalmente nella zona rossa, che tratteggia una situazione drammatica per la produzione agroalimentare. Invece di implementare un monitoraggio continuo, la Regione lo ha nascosto e siamo riusciti a ottenerlo solo grazie a un ricorso al Tar. Bisognerebbe informare subito la popolazione quando si hanno in mano questi studi, non renderli pubblici solo a seguito di reiterati ricorsi amministrativi». C’è quindi una responsabilità politica, soprattutto considerando che la Regione è il principale ente competente per la salute pubblica.

Il giornale francese Le Monde, nella sua inchiesta Forever Pollution, definisce l’inquinamento da Pfas uno state-facilitated corporate crime, un reato aziendale facilitato dallo Stato: le industrie chimiche sapevano della tossicità dei Pfas fin dai primi anni Sessanta ma hanno taciuto e nascosto gli studi mentre, secondo Le Monde, gli Stati ponevano controlli carenti a monte e misure inadeguate a valle, con la tendenza a nascondere o minimizzare i disastri ambientali agli occhi dei cittadini. «Al momento la Procura non ha riscontrato elementi tali da dover aprire un’indagine a carico della politica anche se è certo, da quanto emerso al processo, che alcune situazioni non sono chiare. Se le istituzioni fossero state più presenti, forse ci saremmo evitati gran parte di questa contaminazione. Già il fatto che sia stata permessa la costruzione di un’azienda come questa in una zona di ricarica di falda risale a una scelta politica sbagliata».

Abbiamo  provato a contattare l’assessore alla Sanità della Regione Veneto, Manuela Lanzarin, per tutto il mese di dicembre, con l’obiettivo di raccogliere anche la sua versione dei fatti. Dopo tre settimane di tentativi, il suo staff ci ha riferito l’incompatibilità della nostra richiesta con la sua fitta agenda.


Per approfondire

Cosa sono i Pfas

I Pfas sono una famiglia di molecole molto ampia, utilizzate in campo industriale per la capacità di repellere l’acqua e i grassi e di resistere al calore intenso. Hanno una struttura chimica che contiene una catena di carbonio e fluoro, uno dei legami più forti nella chimica organica, che li rende pressoché impossibili da degradare in natura e ha fatto loro guadagnare il nome di forever chemicals, sostanze chimiche eterne.

«Alcuni Pfas permangono nell’ambiente più a lungo di qualsiasi altra sostanza sintetica. Finché i Pfas continueranno a essere rilasciati nell’ambiente, gli esseri umani e le altre specie saranno esposti a concentrazioni sempre maggiori; anche se tutte le emissioni di Pfas cessassero domani, continuerebbero a permanere nell’ambiente e negli esseri umani per le generazioni a venire», spiega Christian Maculan, chimico specializzato in regulatory affairs. «Il comportamento dei Pfas nell’ambiente fa sì che essi tendano a inquinare le falde acquifere e l’acqua potabile e la bonifica è difficile e costosa». Una stima ha quantificato che sarebbe necessaria una spesa di almeno quattrocento miliardi di dollari per ripulire gli Stati Uniti, dove il problema è noto al governo fin dagli anni Novanta.

I Pfas, la fertilità e gli effetti sui neonati

In quanto interferenti endocrini, i Pfas non risparmiano testicoli e ovaie, inficiando la fertilità sia femminile che maschile. Non solo: «Queste molecole passano dalla madre al bambino durante la gravidanza e durante l’allattamento al seno», specifica il dottor Cordiano. «Causano diabete in gravidanza e aumento della pressione sanguigna nelle mamme, con un maggior rischio di aborto e di malformazioni, nonché di basso peso alla nascita, cioè bambini che nascono con un peso inferiore al chilo». Significa anche un maggior rischio per i bambini di sviluppare malattie dell’età adulta, come aterosclerosi e ictus. «Ci sono danni anche al sistema neurologico, con un ritardo dello sviluppo cognitivo, quindi una riduzione del quoziente intellettivo e disturbi dello spettro autistico».

L’Isde, di cui il dottor Cordiano fa parte, riunisce i medici che si impegnano nel fare ricerca sulla relazione tra salute e protezione dell’ambiente, e sta realizzando un importante studio sulla fertilità maschile nella zona rossa in Veneto. È possibile sostenerli a questo link.

Il Forever Pollution Project

I Pfas sono ovunque, ma il rischio più grande lo corre chi abita nei pressi dei siti di produzione, di smaltimento dei rifiuti correlati alle fasi produttive o degli aeroporti – in particolare militari – nei quali si disperdono nell’ambiente in grandi quantità di schiume antincendio contenenti Pfas. Non è un caso che uno dei principali hotspot di Pfas a livello europeo sia nella zona di Schiphol, l’aeroporto di Amsterdam. Il problema è però censire questi hotspot, in quanto non esisteva un sistema europeo che se ne occupasse. Da questa constatazione è nato il Forever Pollution Project, guidato dal giornale francese Le Monde con altri diciassette partner. Il progetto si è occupato di realizzare una mappa interattiva consultabile da chiunque, nella quale è possibile visualizzare la concentrazione di Pfas nelle acque, ovunque sia stata realizzata una misurazione. Oltre a questo, si possono visualizzare i siti in cui è presumibile che vi sia una contaminazione da Pfas sebbene non ancora misurata in via ufficiale, nonché i siti industriali nei quali si utilizzano i Pfas, ed quindi è probabile che ci possano essere ulteriori contaminazioni.

Basta un colpo d’occhio alle misurazioni già effettuate per rendersi conto che tre grandi aree spiccano su tutte: il Belgio, i Paesi Bassi e il Veneto.

Mappa disponibile qui: Forever pollution: Explore the map of Europe’s PFAS contamination (lemonde.fr)

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