0,00 €

Nessun prodotto nel carrello.

0,00 €

Nessun prodotto nel carrello.

Palazzina Laf di Riondino, il lager nell’Ilva

spot_imgspot_imgspot_imgspot_img

Quella volta che i lavoratori dell’acciaieria tarantina furono segregati e umiliati per mesi senza poter lavorare. Michele Riondino, guardando a Petri, affronta il primo caso di mobbing di massa in Italia

«L’invenzione della palazzina era servita per liberarsi di un certo numero di impiegati a mo’ di vera e propria decimazione». Con questa motivazione nel 2006 la Cassazione condannava a un anno e 6 mesi per violenza privata e frode personale Emilio Riva, “il signore dell’acciaio” dal 1995 proprietario Ilva. Dopo l’acquisto, i tagli, la guerra ai sindacati, il mobbing: primo caso di massa in Italia (almeno tra quelli riconosciuti e perseguiti). Dal 1997, infatti, lavoratori qualificati (informatici, tecnici, ingegneri) furono rinchiusi e piantonati per mesi in una palazzina cadente a non fare assolutamente niente. Perché? Per il rifiuto di reimpiegarsi come operai semplici, per non aver stracciato la tessera del sindacato, o aver rifiutato straordinari non pagati. Quasi due anni dopo, a fine decimazione, di confinati se ne conteranno 79.

Una kafkiana, grottesca, intossicante vicenda che il tarantino Michele Riondino porta al cinema dal 30 novembre con tutta la rabbia con tutto l’amore di attore, storico attivista e agitatore della vergogna Ilva. Il dramma operaio si impasta alla commedia grottesca e cementifica una Palazzina Laf come carcere illegale, legalizzato dall’omertà e dalla paura degli altri. Tra la folla di lavoratori e lavoratrici spinti alla pazzia dall’inoperosità forzata, spunta Caterino Lamanna (incarnato da Riondino) che, sognando una casa nuova con la sua Anna, si inchina alle lusinghe in forma di macchine regalate di Basile (Elio Germano), dirigente Ilva che lo rende sua spia nella palazzina.

Un Giuda per compromesso, dunque, inconsapevole e fantozziano, fedifrago e megalomane. Pesce piccolo nella rete dei pescecani, finisce per foraggiare il sopruso che danneggia sé stesso. Povero Cristo (come quelli di Lina Wertmuller), barometro della denuncia rancorosa e umanitaria, alimenta un film “politico e militante” (regista dixit), imbevuto anche di quella rabbia proletaria che fu del cinema di Volonté.

Palazzina Laf è una storia dal realismo asciutto, perché civile e cronachistico, eppure capace di aprirsi a lampi stranianti, a sostrati grotteschi, a incubi onirici e puntate critiche sull’Ilva del 2023. I lavoratori scippati del loro ruolo da un’autorità predatoria, efficientista, sensibile solo al bilancio, sono i cassintegrati, i licenziati, i raggirati di oggi. Gli uni e gli altri, nel silenzio della politica, vittime di un sistema che umilia e discrimina, divide et impera.

Se da più di vent’anni a Taranto la Classe operaia non va in paradiso (sì, Petri guida Riondino nelle pennellate grottesche, nello sguardo corale, nell’empatia proletaria), Palazzina Laf, nella smania di denuncia, nell’indignazione operaista, riporta a galla uno dei tanti relitti sommersi della “gestione” Ilva perché, come dice il regista, «tutto quello che è successo lì e nelle aziende d’Italia non è di dominio pubblico».

Un cinema arrabbiato, che vuole rischiarare il buio nei capannoni, che nasce nel segno dell’inchiesta e della denuncia. E oltre l’immediata lettura ideologica, politica, pone anche un tema che può sembrare banale, invece è attuale: l’uomo moderno, senza slanci, ideali, che annaspa nel niente svuotando di senso il Tempo lentamente si annienta. Muore (in vita) incolpandosi. E assolvendo chi lo ha ammazzato.

Articoli correlati

In nome della legge: se il cinema italiano mette le istituzioni alla sbarra

Il cinema italiano ha spesso dipinto la giustizia come uno scudo del Potere che insabbia la Verità. Da Rosi, che scoperchia gli insabbiamenti di Stato, a Moretti, che inquadra il collasso del diritto durante il berlusconismo, i nostri registi condannano spesso i giudici, nella speranza che lo spettatore trovi la verità

La guerra come necessità: storia del Rapporto da Iron Mountain

Come Il rapporto da Iron Mountain, libro satirico su guerra e pace, dice molto di più sulla lotta tra vero e falso. «Vogliamo essere coccolati nei nostri pregiudizi», spiega a Prismag il saggista Errico Buonanno

1 | Sul conflitto

L'editoriale di presentazione del primo numero di Prismag e una selezione di articoli sfogliabili. La versione completa è disponibile per gli abbonati

Corpi, desideri e identità: come il cinema libera lo sguardo femminile

Se il labirinto è la manifestazione di un inconscio collettivo, tentare la via della salvezza consiste nel liberare la propria individualità. In qualsiasi modo. Due film francesi in costume, un focus intersezionale nel 1770 e nel 1899. Ne abbiamo parlato con la professoressa Rosi Braidotti, filosofa e pioniera degli studi di genere

Né influencer, né superstar: attivisti a tutti i costi

Quello dell’attivista è il ruolo più richiesto sui social. Poco importa che sia o no una performance – c’è un disperato bisogno di credere in qualcuno che ci dica ad alta voce ciò che riteniamo giusto