Da Washington a Pechino, passando per Bruxelles, il termometro delle relazioni internazionali segna febbre alta. Muri di parole e dazi ridefiniscono i rapporti tra (ex?) alleati, esacerbano rivalità storiche, riempiono di crepe i pilastri della governance internazionale che con tanta fatica abbiamo consolidato dal Secondo dopoguerra in poi. Nel cuore delle democrazie occidentali la dialettica parlamentare si è compressa in un click: pollice su, pollice giù, il compromesso scompare dal vocabolario istituzionale sostituito dalla decretazione d’urgenza. Ovunque nel mondo, un aggettivo sbagliato diventa casus belli. Tutti questi indizi, come nel più classico dei gialli, puntano verso un solo colpevole: la polarizzazione.
Ma le clivages non si fermano ai palazzi del potere: entrano nelle cucine di famiglia, dividono comitive, spaccano chat di condominio. I social media sono il nostro Colosseo: l’algoritmo amplifica l’eco, seleziona conferme, trasforma il dissenso in identità, ci allontana. Meta e i suoi fratelli costruiscono bolle e camere dell’eco personalizzate al millimetro, mentre psicologi e sociologi si affannano a spiegarci perché l’empatia arretra quando il noi e il loro si cristallizzano.
Al tempo stesso, però, qualcosa resiste. Da quegli attivisti che provano la mediazione alle piattaforme di fact-checking che tentano di arginare l’entropia algoritmica, fino alle assemblee spontanee che restituiscono complessità al confronto sul clima accorciando le distanze tra le persone: esempi concreti dimostrano che la frattura può diventare soglia di dialogo.
In queste pagine troverete reportage, dati, interviste, idee. Strumenti per riconoscere la scossa e governarne la tensione. Perché la polarizzazione non è frutto del caso: è un fenomeno che possiamo misurare, comprendere e, forse, disinnescare.









