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Il voto a sinistra delle giovani donne come atto femminista

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Tra i giovani la scelta politica sta polarizzando. In questo articolo approfondiamo cosa significa il voto a sinistra delle giovani donne

«Quella notte non l’ho toccata. La maggior parte dei ragazzi l’avrebbe fatto. Questo mi rende migliore, no?». La voce di Jamie, tredici anni, taglia il silenzio nella stanza dove sta sostenendo il colloquio con la psicologa nella serie Netflix Adolescence, che sta spopolando a livello globale grazie al suo lucido racconto del buio di certi pensieri maschili, dell’assorbimento passivo di modelli tossici trovati online

Nella società contemporanea, le ragazze tendono a stringersi tra loro, cercando alleanze e linguaggi comuni. I ragazzi, più spesso, reagiscono con chiusura, ironia difensiva, rancore. Ed è forse anche per questo che le giovani donne, oggi, scelgono il voto a sinistra. È lo specchio di una frattura culturale che in Europa oggi si traduce anche nelle urne. Infatti, in una recente pubblicazione del Journal of European Public Policy The youth gender gap in support for the far right, a cura dello studioso Ðorđe Milosav dell’Università di Berlino, si è evidenziato che, tra i 18 e i 29 anni, le donne tendono a votare a sinistra e gli uomini a destra. Non è ancora una tendenza stabile, ma qualcosa si muove. In Italia, come riporta un recente studio dell’Università Bocconi, il 41 per cento delle giovani donne si colloca nel centrosinistra, appena l’11 per cento nel centrodestra. I coetanei maschi? Più o meno divisi equamente tra le due aree.

Secondo Silvia Keeling, professoressa a contratto all’Università degli Studi di Milano ed esperta di comportamento elettorale e gender gap, a spingere una generazione di giovani donne a scegliere, più degli uomini, la sinistra è «una tendenza recente e ancora instabile, che riflette una dinamica più profonda. Da un lato, un backlash contro il femminismo; dall’altro, l’influenza crescente della manosphere, che propone modelli maschili reazionari in risposta a un mondo percepito come ostile». La polarizzazione di genere nel voto rispecchia la crisi dell’identità maschile tradizionale. La reazione ai cambiamenti sociali innescati dal femminismo porta alla ricerca di riconoscimento da parte delle donne che vedono nei valori progressisti una possibilità di espressione politica e personale. In un contesto europeo segnato dalla crescita dell’estrema destra tra i giovani uomini, il voto delle donne a sinistra si configura come una forma di resistenza, e in molti casi, come un atto femminista. «Questo scarto non è semplicemente anagrafico, ma generazionale», osserva ancora Keeling.

Antonia, 28 anni, vota a sinistra da sempre, ma non per abitudine. «Mi sta particolarmente a cuore il tema di genere. L’uguaglianza, l’aborto, la medicina di genere, l’educazione affettiva: è da qui che parte il mio voto». Non cerca slogan, cerca coerenza e, come molte, non si sente rappresentata da nessun partito in particolare. Ma continua a votare, perché sa cosa c’è in gioco.

La scelta di campo, però, non avviene solo sul piano programmatico. C’è un’intera cultura politica, più che partitica, che si è formata negli anni attraverso i social, l’attivismo, digitale e non, il femminismo pop e radicale, le comunità online. La sinistra è anche il luogo simbolico dove si può parlare liberamente di corpo, identità, desiderio, discriminazione. Dove non è necessario giustificarsi per voler contare. È in questo spazio condiviso che molte ragazze hanno costruito una coscienza politica. 

«Voterei anche un partito che non si definisce di sinistra, se mi sentissi pienamente rappresentata», dice Giulia, 29 anni. «Ma ora come ora non credo che ne esista uno che rifletta davvero chi sono, come donna e come giovane. Ecco perché continuo comunque a guardare a sinistra». Il suo è un voto disilluso, ma ancora politico. Perché anche quando la politica delude, restare in silenzio è peggio.

Per molte giovani donne, il voto è un’estensione della propria soggettività. È un no detto a un sistema che continua a non vederle, a non ascoltarle. E anche se i partiti progressisti non sempre sono all’altezza, è lì che le giovani donne ancora resistono, con una scheda elettorale tra le mani e un’idea testarda di giustizia.

La sinistra farebbe bene ad accorgersene: non basta parlare di donne, bisogna parlare con loro. Non può limitarsi a evocare il femminismo nei discorsi o a candidare qualche volto giovane e femminile nelle liste. Deve interrogarsi davvero su chi vuole includere e su come. Deve creare spazi dove le rivendicazioni delle donne non vengano tollerate, ma accolte e tradotte in politica concreta. Dove il linguaggio non sia paternalista, ma alleato. Dove il dissenso venga ascoltato, non neutralizzato. Il voto delle giovani donne a sinistra, oggi, non è una moda passeggera: è una chiamata, è un modo per dire che ci sono, che vedono, che non accettano più un mondo disegnato altrove. Se questa crescente polarizzazione di voti tra i giovani non è ancora un fenomeno, è comunque un segnale potente. E ignorarlo sarebbe un errore strategico da parte dei partiti di sinistra, prima ancora che culturale.

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