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Dai dazi di Trump alla paralisi dell’Onu: l’agonia del multilateralismo 

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Uno dei sintomi del tracollo dell’ordine internazionale liberale è la crisi delle organizzazioni nate per promuovere una cooperazione istituzionalizzata. Ma la crisi del multilateralismo è anche e soprattutto una crisi del diritto internazionale. Ne abbiamo discusso con l’economista Silvia Merler, il giornalista americano Andrew Spannaus e Roberto Virzo, docente di Diritto internazionale

L’ordine internazionale liberale è in crisi. Ironia della storia, sembra proprio il commercio – quell’attività di scambio che già molti pensatori illuministi avevano individuato come via sicura per la pace fra le nazioni – a far suonare l’allarme. Ancor più paradossalmente, a sganciare la bomba sono gli Stati Uniti, la potenza che ha creato, guidato e “incarnato” il sistema del multilateralismo dal Secondo dopoguerra a oggi. Con una tempesta di dazi prima sbandierati e poi sospesi, l’amministrazione Trump non apre le danze, ma le accelera

«La mossa protezionistica annunciata porta la politica commerciale americana indietro di oltre un secolo», ci spiega Silvia Merler, direttrice del dipartimento ESG & Policy Research di Algebris Investments. «Al momento, i dazi sui partner commerciali che non siano la Cina sono al 10 per cento e l’addizionale “reciproca” è sospesa. Ma, anche se restassero così, si tratterebbe comunque di uno shock protezionistico di proporzioni che non abbiamo mai visto»,. Se la sospensione dei dazi lascia all’Unione europea uno spiraglio aperto per eventuali negoziati, «la fase di libero scambio con la Cina è in diminuzione da tempo. Trump aveva messo dazi nel suo primo mandato e Biden li ha tenuti, aumentando addirittura al 100 per cento quelli sulle auto cinesi. Le misure forti si sono già viste: ricordiamo quelle per bloccare la consegna di microchip avanzati a Pechino. Trump ha compiuto  un passo avanti significativo», conferma Andrew Spannaus, giornalista e analista politico americano, conduttore del podcast That’s America di Radio24. «Una prima vittoria per la fazione a favore del decoupling, e cioè dello sganciamento netto dalla Cina, rispetto a chi vuole un protezionismo ragionato senza escludere una collaborazione economica. Se l’interscambio si riduce così rapidamente, le conseguenze saranno durissime», continua. 

Per un mondo su cui gli Stati Uniti esercitano un’egemonia sempre più contesa, i dazi appaiono come un buon indicatore della retorica politica di Donald Trump. Sin dal suo primo mandato, il 47° presidente degli Usa ha sempre prediletto una via rigorosamente unilaterale per i rapporti tra Stati. Anche a costo di compromettere le relazioni con quei partner commerciali che gli stessi Stati Uniti oggi vedono come competitor politici globali (la Cina) o alleati parassitari (i Paesi europei). Dal punto di vista economico, analizza Merler, «l’aspetto più sorprendente è che abbiamo visto un crollo del mercato azionario combinato con un aumento dei rendimenti sui titoli di Stato a lungo termine americani – tipicamente un bene rifugio – e un indebolimento del dollaro verso le altre valute». Sul frangente diplomatico, il tessuto delle relazioni commerciali con gli Usa ne esce con le ossa rotte, tanto da porre all’Europa un interrogativo: come conciliare l’obiettivo di ridurre la dipendenza economica dalla Cina (di cui molto si è parlato nell’ultimo anno e mezzo) con la necessità di ricostituire l’ordine commerciale globale che potrebbe vedere un ruolo ridotto per gli Stati Uniti? 

Nella tormenta dei dazi e nella volontà degli Usa di sottrarsi a regole che essi stessi hanno ispirato e creato, ci sarebbe un grande assente: la World Trade Organization. «L’approccio americano al multilateralismo è senz’altro diverso da quello dei Paesi europei perché, essendo molto spesso il Paese più forte, la possibilità di cedere sovranità non è gradita né ai repubblicani né ai democratici, che pure tendono a vedere più positivamente questi organismi. Trump ha contribuito a questo processo, ma si tratta di un fenomeno molto più ampio», spiega Spannaus. Non a caso, anche un’amministrazione molto propositiva nei confronti delle organizzazioni internazionali come quella di Bill Clinton non risparmiò critiche all’Onu sulla gestione della missione militare in Somalia. Per non parlare del disdegno di George W. Bush per il rule-based order (l’ordine internazionale liberale), spesso dipinto come un intrico di “lacci” da cui liberarsi. D’altronde, con l’insediamento dell’amministrazione Trump e il lento declino dell’egemonia statunitense all’interno di essi, la legittimità dei contesti multilaterali è messa sempre più in discussione. «Nel suo primo mandato, Trump pensava addirittura di recedere da organizzazioni di scopo puramente tecnico, come l’Unione postale universale, uno dei primi esempi di organizzazione internazionale multilaterale», ricorda Roberto Virzo, professore di Diritto internazionale presso l’Università del Sannio e la Luiss di Roma. «Non ci sono solo gli Stati Uniti d’America a delegittimare le Nazioni unite: pensiamo a un altro membro del Consiglio di sicurezza come la Federazione Russa, che non è la prima a usare la forza in violazione del capitolo settimo della Carta Onu, ma compie un passo in avanti in negativo, avendo fini di annessione esplicita di un territorio», prosegue. Perché la crisi del multilateralismo è prima di tutto un’espressione di quella del diritto internazionale nel suo complesso. 

«Molti Stati tendono a muoversi unilateralmente, mostrando un’insofferenza di fondo nei confronti delle regole del diritto internazionale, in particolare delle organizzazioni multilaterali», spiega Virzo. «Le organizzazioni sono enti a carattere funzionale: ciascuna persegue fini specifici, ma hanno l’obiettivo generale di favorire decisioni assunte collegialmente e ovviare ai limiti dello Stato, sia per scopi nobili quali la pace e la giustizia, sia per altri più pragmatici come l’Unione postale». Alla crisi delle istituzioni si affianca, naturalmente, la crisi delle regole, che affligge soprattutto il diritto internazionale umanitario, il quale «deve continuare a far sentire la sua voce», secondo il professore. «Il giudice della Corte internazionale di giustizia o il procuratore della Corte penale internazionale non possono piegarsi alle ragioni della politica. Queste giurisdizioni non stanno vivendo un momento felice della loro storia, ma devono continuare a svolgere il loro lavoro». Uno degli aspetti più problematici del diritto internazionale è la sua dimensione esecutiva, come testimoniato dalle lacune delle sanzioni: «Il Consiglio di sicurezza ha il potere, previsto dall’articolo 41 della Carta, di prendere misure sanzionatorie non implicanti l’uso della forza, ma molto spesso l’Onu non riesce a disporre neanche le sanzioni individuali che colpiscono i responsabili della minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale», ricorda Virzo. «Dopo l’aggressione dell’Iraq al Kuwait nel 1992», infatti, «all’embargo nei confronti dei Paesi si è cominciato a preferire sanzioni mirate, che in teoria dovrebbero essere più facilmente adottate, ma che vengono contestate dagli Stati stessi. Nella situazione attuale, i regimi sanzionatori non sono il prodotto di organismi multilaterali come il Consiglio di sicurezza, ma di attività politiche dei singoli Paesi. È un problema che riguarda anche i provvedimenti dell’Unione europea: alle volte essa recepisce, attuando per conto dei 27 misure emanate dal Consiglio di sicurezza, ma più spesso agisce come un attore unico, in via unilaterale, come nel caso degli oligarchi russi, pur compiendo già un passaggio intermedio perché coinvolge più Stati». Virzo chiude con una nota propositiva: «Uno sforzo per ovviare alla crisi delle organizzazioni internazionali è quello degli Stati che adottano in modo coordinato misure che il Consiglio di sicurezza non è riuscito ad assumere, magari nell’ambito di fori come il G7. Ma lo stesso problema delle sanzioni è alla base di questioni giuridiche molto importanti: devono essere compatibili con lo Stato di diritto, senza contare che molto spesso i loro destinatari ricorrono davanti a un giudice, che talvolta accoglie le loro doglianze. Questo apre la strada a un risvolto più politico, perché non esiste un giudice dell’Onu che può sindacare sulla legittimità delle sanzioni adottate dal Consiglio di Sicurezza». 
L’agonia del multilateralismo è una ripercussione evidente della crisi dell’ordine internazionale e del suo tessuto politico e istituzionale. Come ci ricorda Andrew Spannaus alla fine del nostro colloquio, «Trump ha pochissimo rispetto per i contesti multilaterali e da lui non bisogna aspettarsi molto in questo senso. Ma anche all’interno di quei contesti, l’interesse nazionale esiste comunque e determina la possibilità di raggiungere accordi fra i grandi Paesi. Detto questo, Trump preferisce la trattativa diretta perché è disinteressato a regole precostituite e a qualsiasi sistema di valori: il modello multilaterale non risponde per lui all’esigenza di portare avanti l’interesse americano». Quando il garante stesso di un ordine ne rinnega i principi, dopo averli lungamente rimessi in discussione, le aspettative che quell’ordine può creare diminuiscono drasticamente. Così, l’ordine liberale e cosmopolitico, nato dal capolinea della guerra fredda, cade vittima delle sue stesse aspirazioni universalistiche e “monoteistiche” (l’espressione è del giurista e filosofo Danilo Zolo). Dopo un idillio di trent’anni, la competizione fra grandi potenze è di nuovo in auge. Il multilateralismo, che già ne ha fatto le spese, rischia di trovarsi ridotto a mero spettatore del disordine mondiale.

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