C’è una linea che unisce l’aula Emiciclo del Parlamento europeo a Bruxelles al fiume Litani, in Libano: è la volontà politica di Israele. Nella prima, il Parlamento dell’Unione europea ha approvato il nuovo regolamento sui rimpatri, mentre l’Ue si affretta a prevenire una «nuova crisi migratoria incontrollata» che potrebbe scaturire dall’attacco Usa-Israele all’Iran. Alle rive del secondo, invece, si sta progettando una nuova frontiera che, secondo le strategie espansionistiche dello Stato ebraico, costituirà una zona cuscinetto per delimitare il confine tra il Paese con più rifugiati al mondo – il Libano – e Israele stesso. Ancora una volta, la politica europea si fonda su azioni di riflesso alle politiche di Israele e, dietro, del suo principale alleato: gli Stati Uniti.
Il 2 marzo scorso, a seguito dell’uccisione dell’ayatollah iraniano Ali Khamenei da parte di un attacco congiunto di Israele e Stati Uniti, il gruppo sciita Hezbollah ha lanciato una serie di attacchi contro Israele dal Libano. A quel punto, l’esercito israeliano ha annunciato l’inizio dell’operazione Ruggito del leone, uccidendo in un mese – secondo il ministero della Salute libanese – circa duemila persone. Una miccia che ha fatto riesplodere l’esodo: quasi 360mila persone si sono dirette dal Libano in Siria. Circa un milione di persone sono sfollate in altre zone interne al Libano. Quasi il 90 per cento di chi è fuggito dalla propria casa non si trova in un rifugio attrezzato: la maggior parte delle famiglie ha trovato riparo nelle proprie automobili.
Non è la prima volta che si trovano costrette a fuggire, ma la seconda o la terza. In Libano, circa una persona su cinque è rifugiata. Ma questa volta è diverso. Questa volta, l’intenzione di Israele è di restare. A Sud, il 14 per cento del territorio del Libano subisce continui ordini di evacuazione da parte dello Stato ebraico. Non gradualmente, come anni fa, bensì ordini di evacuazione di massa: come riporta il New York Times, una nuova strategia che sta portando allo svuotamento di un’area della nazione. Mentre gli sciiti sono costretti a risalire il Paese verso nord, in silenzio a drusi e cristiani è permesso di restare. Purché non diano rifugio agli sciiti. Così si sta creando una nuova frattura dentro la società libanese, già martoriata dalle divisioni etniche e religiose: gli sciiti si sentono traditi dai propri vicini e monta l’odio verso l’attacco di Hezbollah, mentre cristiani e drusi solidarizzano – costretti o meno – con Israele per non dover scappare, nella speranza di protezione dalla possibile rappresaglia dello stesso Hezbollah.
Le nuove direttive bisbigliate alle comunità sono l’evidenza di un piano per ampliare Israele al di fuori dei suoi confini. E spingere le persone a nord e verso la Siria. A tremare è stata – ed è ancora – l’Europa e i suoi vertici, che temono di avere di fronte un possibile flusso migratorio complesso da gestire. Così, il 19 marzo dalla stanza arcobaleno del Consiglio europeo sono uscite delle conclusioni secondo cui l’Ue sarebbe «pronta a mobilitare i suoi strumenti diplomatici, giuridici, operativi e finanziari per prevenire flussi migratori incontrollati e per preservare la sicurezza […] sulla base degli strumenti politici che ha sviluppato negli ultimi anni», ovvero il nuovo Patto e la politica dei rimpatri. E accenna una timidissima pretesa poiché «Israele si tiri indietro da ulteriori azioni militari di aria e di terra» in Libano.
Ma mentre i soldi della spesa pubblica europea vengono spesi per favorire i rimpatri, Israele costruisce il terreno dell’instabilità alle porte del Mediterraneo.E lo conferma una decina di giorni dopo, quando il ministro della Difesa israeliano Israel Katz, dello stesso partito del presidente Benjamin Netanyahu (il Likud) ha dichiarato di voler occupare il territorio del Libano fino al fiume Litani. Proprio quello che per circa 160 chilometri arriva quasi a tagliare da un confine all’altro del Paese una fetta del Sud del Libano. In verticale, quaranta chilometri lo distanziano dal confine con Israele, là dove si trova schierata la missione Unifil delle Nazioni unite, che opera dal 1978 per evitare azioni di guerra e la cui componente principale è formata da militari italiani.
Presi di mira in modo diretto dai soldati israeliani, i caschi blu delle Nazioni Unite continuano a denunciare le violazioni da una parte all’altra del confine. Ma, agli occhi del mondo, appaiono sempre più come una barriera di soffioni che tenta di arginare una tempesta.




