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L’Europa e il giornalismo: i sogni per sempre giovani di Antonio Megalizzi

Il giovane reporter trentino, ucciso nel 2018 a Strasburgo, incarnava il meglio dei valori europei. La fondazione a lui intitolata e il progetto radiofonico a cui collaborava continuano il suo lavoro: promuovere, difendere e raccontare a tutti l’esperienza dell’Europa unita

Una persona brillante, intraprendente, carismatica. Questi gli aggettivi usati da Luana Moresco per definire Antonio Megalizzi. E, insieme a una inevitabile tenerezza, nella voce le si accende una speciale ammirazione per il giovane uomo con cui ha condiviso quattro anni della sua vita. «Per chiunque lo abbia conosciuto Antonio rimane indimenticabile», sottolinea. Quando invece passa a descrivere l’attività della fondazione a lui intitolata, che presiede, il suo eloquio si fa più svelto, puntuale e sicuro. Come se le iniziative di quest’ultima rappresentassero il modo più costruttivo per trasformare un dolore privato in una testimonianza pubblica utile a custodire e tramandare la memoria. «Dopo il lutto», ricorda, «insieme ai suoi familiari e agli amici comuni ci siamo interrogati su cosa potessimo fare per realizzare gli ideali e i sogni che aveva nel cassetto». 

Di progetti per il futuro doveva possederne moltissimi “il Mega”, classe 1989, studente-lavoratore originario della Calabria, laureato in Comunicazione all’università di Verona. Quanto alle ambizioni professionali, procedevano verso un’unica direzione: raccontare la storia, l’attualità e le sfide dell’Europa unita attraverso il giornalismo radiofonico. È stato proprio questo proposito a condurre a Strasburgo la sera dell’11 dicembre 2018 il giovane reporter italiano, che si trovava in città per seguire i lavori del Parlamento europeo riunito in sessione plenaria. Mentre passeggiava lungo le vie che costeggiano i tradizionali mercatini di Natale, un terrorista affiliato all’Isis si fece largo tra la folla a colpi di pistola, lasciando sul terreno cinque vittime, tra cui lui e il suo collega polacco Barto Orent-Niedzielski. Entrambi collaboravano alla redazione di Europhonica, una trasmissione settimanale nata nel 2015 su iniziativa di un network di emittenti radiofoniche universitarie per raccontare dall’interno i principali eventi in agenda nelle istituzioni comunitarie. 

Più che un hobby, per Antonio Megalizzi la radiofonia era un’occupazione piuttosto seria, in cui si era gettato anima e corpo fin da bambino. «Gli piaceva curare la selezione musicale, realizzare le interviste, sedersi di fronte a un mixer in regia per registrare un programma». Crescendo, aveva intuito che quel mezzo di comunicazione di massa più di ogni altro si adattava all’obiettivo di raggiungere tutti. In linea con il suo stile: un linguaggio semplice e diretto, unito alla capacità di muoversi in una varietà di registri. «Del resto, il suo intento era doppio: informare e intrattenere», ricorda Caterina Moser, collega di Megalizzi e ambasciatrice della fondazione. Un’altra sfaccettatura del suo carattere consisteva in uno spirito aperto alle novità, e chi lavora in radio sa quante ne servano pur di non annoiare o indisporre l’ascoltatore. «Tu pensa che, quando ancora nessuno avrebbe scommesso un centesimo sul loro sviluppo, lui ascoltava e aveva già capito le potenzialità dei podcast». 

A deviare per sempre la traiettoria della vita di Megalizzi è stata però un’altra passione intellettuale: quella nei confronti dell’Europa. All’origine, la scintilla scattata tra lui e Luana, studentessa in European and International Studies all’università di Trento. Conosciutisi nel 2014, i due si erano spinti insieme a vivere da un capo all’altro del continente (da Trento a Bruxelles, via Praga), scambiandosi pure gli interessi. Da un’iniziale attenzione verso le vicende politiche di casa nostra, era maturata in lui una graduale, ma crescente, curiosità verso il ruolo, i compiti e i meccanismi dell’Unione europea. Fino alla scelta di rendere quest’ultima il centro intorno al quale far gravitare il suo lavoro. «Più studiava», racconta Moresco, «e meno si capacitava di come in Italia l’opinione pubblica venisse messa così poco e male al corrente dell’operato dell’Unione europea. Peraltro, su così tanti aspetti che toccano la vita quotidiana delle persone». Sebbene questo atteggiamento sia tuttora esistente, negli anni a cui si fa riferimento, quelli tra il 2013 e il 2018, l’indifferenza e il pregiudizio verso tutto ciò che riguardava le istituzioni europee venivano espressi in maniera più esplicita e vocale rispetto a oggi. Diretta con abilità da alcuni leader politici e opinion makers, la grande orchestra del dibattito pubblico suonava ogni giorno uno spartito antieuropeo diverso, ben attenta a insistere su alcune specifiche note: quelle del risentimento. 

Al contrario, Antonio Megalizzi si sentiva un cittadino europeo e il suo non era un europeismo di circostanza. «Sapeva riconoscere i limiti presenti nella costruzione europea, ma lo animava una convinzione». Per superare i veti posti dagli egoismi nazionali all’adozione delle decisioni politiche, «era indispensabile una maggiore e non una minore integrazione tra i 27 Stati membri, anche attraverso il superamento del criterio dell’unanimità previsto nei trattati». Una risposta spicca per pertinenza ed efficacia e rivela un approccio lucido e realista alla sua causa. «Alla domanda “Europa, perché?”, lui aveva replicato: “Perché lo dice la storia. Le alternative sarebbero inconcepibili ed essenzialmente tragiche”», le fa eco Moser. Senza averlo previsto, quelle parole assomigliano a una premonizione sul presente, mentre immagini di pura disperazione arrivano ogni giorno da quei confini dove l’Europa tarda ad arrivare oppure si ferma, senza giungere affatto: il Mediterraneo diventato fossa comune, l’Ucraina stretta d’assedio dal revanscismo armato della Russia. Per tutte queste ragioni, si farebbe un torto alle sue opinioni a considerarlo come uno dei tanti millennial cosmopoliti e indifferenti alle proprie radici. Per Megalizzi, Europa e Italia non si escludevano. Anzi, erano fatte per completarsi a vicenda. «Amava il nostro Paese, voleva contribuire a migliorarlo e immaginava qui il suo futuro», spiega Moresco. 

Nonostante quell’avvenire sia stato spezzato in maniera improvvisa dalla violenza e dal fanatismo,i sogni e gli ideali del giornalista trentino continuano a camminare sulle gambe di altri giovani. Grazie al sostegno di sindacati e associazioni di categoria (Fnsi, Usigrai, Articolo 21) e con il patrocinio dell’università di Verona, del comune e della provincia di Trento, appena un anno dopo la strage di Strasburgo è nata la fondazione Antonio Megalizzi. Attraverso il progetto Ambasciatori, arrivato alla quarta edizione, ogni anno l’ente seleziona e forma, durante una summer school, trenta studenti universitari e neolaureati. A ciascuno di loro spetta poi il compito di recarsi nelle scuole di ogni ordine e grado per diffondere la conoscenza dei princìpi e del funzionamento dell’Unione europea e la consapevolezza dell’impatto delle scelte compiute dall’Europa nella vita dei cittadini. «Finora abbiamo raggiunto circa 8mila scolari e ricevuto un’accoglienza molto favorevole». Tagliati su misura, i percorsi educativi e i materiali di divulgazione si adattano a ogni ciclo di studio. «Con i bambini ci concentriamo soprattutto sulla dimensione dei valori, mentre agli adolescenti spieghiamo come funziona l’Ue o in quale modo individuare una fake news». Con gli uni e con gli altri, la Fondazione punta ad alimentare il senso critico e la partecipazione democratica a tutti i livelli (locale, nazionale e sovranazionale). In vista delle elezioni europee di giugno, «stiamo cercando di incoraggiare al voto gli studenti liceali». Oltre all’educazione, l’ente si occupa di promuovere un’informazione chiara, corretta e autorevole attraverso partnership con altri soggetti. Ben due premi giornalistici sono stati intitolati alla memoria di Megalizzi. Il primo, internazionale, è stato istituito dalla Commissione europea ed è destinato agli aspiranti giornalisti; il secondo, italiano, viene assegnato dall’università di Verona durante il festival del Giornalismo che si svolge a cadenza annuale nella città scaligera. 

Nemmeno l’impegno di Europhonica si è fermato. Ogni anno il 15 maggio, in occasione del compleanno di Megalizzi, la trasmissione gli rende omaggio. Per farlo, organizza una maratona radiofonica dal titolo Non fermiamo questa voce, a cui partecipano le 34 emittenti d’ateneo del circuito RadUni, l’associazione degli operatori e dei media radiofonici universitari. Tuttavia, il programma non vuole limitarsi a una commemorazione passiva. «Quando è possibile», spiega Simone Matteis, project manager del format, «cerchiamo sempre di partire dai contributi di Antonio su alcuni argomenti per svilupparli nel presente». Con la morte di Antonio Megalizzi, le istituzioni europee hanno concesso il meritato riconoscimento alla testata, che nel 2019 ha vinto il premio Carlo Magno della gioventù. Oggi, una redazione diffusa di 22 persone continua a fare informazione sull’Europa. Di tanto in tanto, i suoi componenti lasciano l’Italia per volare in missione a Bruxelles o Strasburgo. Non riesce difficile immaginarli avere un sussulto mentre, facendo ingresso nella sala radio dell’Europarlamento, possono leggere incisi a caratteri d’oro, l’uno accanto all’altro, i nomi di Bartek e Antonio, due bravi colleghi.

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