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Come Israele ha reso la fame un’arma nella Striscia di Gaza

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Arrivata in Italia dalla Striscia di Gaza in fin di vita, Marah Abu Zuhri è morta dopo 36 ore per denutrizione estrema. Oms, Fao e Ipc descrivono una carestia conclamata: oltre 600.000 persone in condizioni catastrofiche e il 93 per cento dei terreni agricoli distrutti. A Prismag, l’operatore umanitario Gennaro Giudetti racconta aiuti bloccati da Israele, regole arbitrarie e militarizzazione della distribuzione 

«Il cibo è stato usato come arma di genocidio e, tutt’oggi, i palestinesi nella Striscia di Gaza soffrono la fame. Lo denunciano le organizzazioni internazionali, le ong indipendenti e, soprattutto, le palestinesi e i testimoni oculari lì presenti». A parlare è Gennaro Giudetti, operatore umanitario italiano con oltre quindici anni di esperienza in contesti di guerra ed emergenze, in missione con l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) a Gaza negli ultimi due anni. È stato uno dei pochissimi occidentali presenti nella Striscia anche durante i momenti più feroci dello sterminio promosso da Israele. 

«Le scene a cui ho assistito in questi due anni non danno spazio ad opinioni: chi non raggiungeva i punti di distribuzione moriva di fame; chi ci arrivava rischiava di essere colpito dalla stessa Idf» racconta Giudetti, riferendosi alla controversa gestione degli aiuti della Gaza Humanitarian Foundation (Ghf). Sostenuta da Stati Uniti e Israele, l’organizzazione privata Ghf ha sostituito nel tempo agenzie ufficiali come quella delle Nazioni unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente (Unrwa), ma la sua gestione è stata oggetto di dure critiche. Secondo un’inchiesta del Monde, la fondazione, registrata tra Stati Uniti e Svizzera, è priva di rappresentanza legale a Ginevra e sotto procedura di dissoluzione per irregolarità; il Guardian ha, invece, parlato di «militarizzazione della struttura» e di possibili violazioni del diritto internazionale umanitario. 

Giudetti definisce la Ghf «una pagliacciata, creata da Israele e Stati Uniti con personale ex militare e dell’intelligence» e denuncia che, per esplicita strategia omicidiaria, quest’estate «hanno concentrato la distribuzione in due grandi aree invece dei 200 punti precedenti, causando centinaia di morti e trasformando il cibo in un’arma.». Le sue parole trovano conferma nei dati di Human Rights Watch e Al Jazeera: tra marzo e settembre 2025 oltre 850 persone sono state uccise o ferite mentre tentavano di raggiungere i convogli di distribuzione. Solo nel cosiddetto Flour Massacre del 29 febbraio, nei pressi di Gaza City, 112 civili persero la vita mentre erano in fila per un sacco di farina. Tuttavia, oggi, dopo il dichiarato, ma inattuato, cessate il fuoco dello scorso ottobre, diversi centri della Ghf a Rafah e Netzarim sono stati progressivamente abbandonati: l’organizzazione stessa ha parlato di “cambiamenti tattici” e “chiusure temporanee” durante il trasferimento degli ostaggi, senza però modificare i piani a lungo termine. 

In realtà, il preciso intento di affamare Gaza da parte di Israele era chiaro sin dal febbraio 2024, quando Michael Fakhri, relatore speciale delle Nazioni unite sul diritto al cibo, aveva allertato la comunità internazionale sul rischio concreto di una carestia deliberata. Da allora, l’uso della fame nella striscia di Gaza come arma di guerra è emerso con crescente evidenza, strategia che, secondo Fakhri, «non è un effetto collaterale, ma una decisione politica». Ciò costituirebbe di per sé un crimine di guerra, come stabilito dall’articolo 8 dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale (Cpi), che vieta «l’uso intenzionale della fame come metodo di conflitto», ma rappresenta anche un elemento  cardine dell’accusa di genocidio mossa contro Israele in seno alla Cpi. 

Una vittima della deliberata strategia di fame imposta nella Striscia di Gaza da Israele è stata Marah Abu Zuhri, la cui storia si è tragicamente intrecciata con l’Italia quest’estate: la ventenne palestinese ha raggiunto Pisa dalla Striscia di Gaza con un volo umanitario il 14 agosto 2025. Soffriva di un grave deperimento organico, con perdita di massa muscolare e proteine plasmatiche estremamente basse: stava, insomma, morendo di fame. All’epoca, la prof.ssa Sara Galimberti, responsabile dell’unità di Ematologia dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana, spiegò che la giovane donna si trovava «da molto tempo in completo allettamento», sottolineando come le condizioni fossero compatibili con uno stato di malnutrizione cronica e denutrizione prolungata. Marah è deceduta dopo circa 36 ore dal suo arrivo in Italia per crisi respiratoria acuta e arresto cardiaco. Il suo caso ha suscitato risonanza politica: il presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani, ha espresso «profondo dolore», mentre l’assessora Alessandra Nardini ha difeso la professionalità dei medici pisani contro le accuse mosse da Israele. 

Subito dopo la morte di Marah, Israele, tramite il Cogat (Coordinator of Government Activities in the Territories) ha smentito ogni possibile ipotesi che attribuisse lo stato di salute di Marah alla carestia già in corso a Gaza, sostenendo che la donna soffrisse di una forma di leucemia acuta. L’unità del ministero della Difesa israeliano, responsabile del coordinamento della politica civile nei territori palestinesi occupati, ha definito il comportamento dei medici italiani «negligente», specificando che l’evacuazione era stata eseguita nei tempi e nei modi previsti dai protocolli di sicurezza. Le autorità sanitarie italiane, invece, hanno ribadito che il deperimento estremo della ventenne era compatibile con uno stato di denutrizione prolungata e che gli esami non hanno rilevato alcuna altra patologia preesistente.

Secondo i protocolli medici dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), la denutrizione acuta grave ha inizio quando l’organismo smette di ricevere abbastanza calorie per mantenere le funzioni vitali. Dal punto di vista fisiologico, inizialmente vengono consumati zuccheri e riserve di grasso ma, quando queste finiscono, i muscoli vengono scomposti per produrre energia, gli organi interni si riducono di volume e il battito cardiaco rallenta. The Lancet descrive questa fase come «una combustione interna che trasforma il corpo in ciò che resta di un corpo» mentre, per Medici senza frontiere, chi muore di fame scivola in una sorta di coma, spesso lucido, dopo giorni di debolezza estrema e freddo.

Come attestato dall’Oms e dall’Integrated Food Security Phase Classification (Ipc), da mesi, questa lenta discesa è una realtà quotidiana per migliaia di gazawi. Nel corso dell’estate 2025 la situazione ha raggiunto soglie che permettono di parlare di carestia conclamata: oltre seicentomila persone si trovano in condizioni «catastrofiche» (la cosiddetta fase 5 della fame) e l’Oms parla di «un aumento vertiginoso dei casi di malnutrizione acuta», avvertendo che migliaia di bambini sotto i cinque anni sono in pericolo di vita. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), inoltre, segnala che il 93 per cento dei terreni agricoli a Gaza è inaccessibile e le infrastrutture per la produzione alimentare sono state distrutte. Questa situazione di fatto è accentuata dalla complessa gestione degli aiuti. «Per farli entrare devi fare richiesta a Israele tramite il Cogat. Le regole che impongono sono pretestuose e spesso materiali essenziali come antibiotici, anestesia o latte in polvere non entrano. È tutto fatto apposta per rendere impossibile la sopravvivenza dei palestinesi» denuncia Giudetti. Le difficoltà logistiche sono enormi: «i camion arrivano nella zona di transito di Kerem Shalom, ma serve sempre l’autorizzazione israeliana per recuperarli. Spesso le richieste vengono rifiutate o cambiate all’ultimo momento. Significa annullare il viaggio e ritardare l’aiuto». Secondo i dati più recenti delle Nazioni Unite, la Striscia avrebbe bisogno di circa 600 camion al giorno di aiuti per coprire i bisogni umanitari e alimentari, ma la quantità effettivamente autorizzata è molto inferiore: tra il 10 e il 16 ottobre 2025 sono entrati in media solo 94 camion ogni ventiquattro ore.

In questi due anni anche le restrizioni sul contenuto dei pacchi umanitari sono diventate un ulteriore strumento di controllo da parte di Israele. L’Ong genovese Music for Peace ha denunciato il blocco di circa 300 tonnellate di aiuti e l’imposizione di criteri arbitrari da parte israeliana: in alcuni carichi, zucchero, pasta e beni ad alto contenuto calorico sarebbero stati esclusi dai lotti approvati. Dai racconti di chi lavora sul campo emerge la stessa logica di soffocamento. «Nella lista di materiali vietati si trova di tutto: dal latte in polvere per neonati alle protesi per i bambini amputati, dai ventilatori polmonari alle incubatrici, fino ai cibi altamente energetici», spiega Giudetti concludendo: «Per loro, è tutto militare. Sono giustificazioni, scuse per non fare entrare gli aiuti. Cosa c’entra un ventilatore polmonare con l’uso militare?».

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