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Le Olimpiadi nell’arte: le raffigurazioni del corpo

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Attraverso i secoli, il corpo dell'atleta è stato un simbolo di perfezione, vulnerabilità e identità, riflettendo i cambiamenti culturali e sociali

I corpi scattanti hanno da sempre affascinato gli artisti che li hanno usati e immortalati. Dalle imponenti sculture dell’antica Grecia, passando per le visioni propagandistiche di Leni Riefenstahl, fino ad arrivare alle tele inquietanti di Lucian Freud e Jenny Saville, il corpo dell’atleta è sempre stato un medium per esplorare la bellezza, la forza e la vulnerabilità umana. Alcuni dei capolavori della scultura greca classica, come il celebre Discobolo di Mirone, la Nike di Samotracia o l’Auriga di Delfi testimoniano l’ossessione degli artisti antichi per la rappresentazione della bellezza e del vigore del corpo atletico nella sua massima espressione. Questi capolavori scultorei, plasmati sulla base delle pose e delle anatomie dei più valorosi atleti olimpici, celebravano l’ideale di kalokagathia, l’unione armonica di bellezza fisica e morale. Insomma, l’atletismo si prestava come sinonimo di perfezione estetica e armonia divina. Le figure statuarie incarnavano l’ideale di bellezza, con muscoli scolpiti e pose ieratiche che trasmettevano potenza e grazia. Gli artisti greci hanno visto nel corpo atletico la più alta espressione della natura umana e raffiguravano gli atleti come semidei, proiettando sui loro corpi l’immagine di una umanità sublimata.

«La rappresentazione del corpo atletico nell’arte ha visto dei forti cambiamenti da un’epoca all’altra, influenzata dal mutamento del pensiero sociale, dagli interessi e dall’ideologia riguardante atleta e corpo», spiega Beatrice Cordaro, storica dell’arte e curatrice. «Il corpo atletico ha avuto il suo momento di massimo splendore nell’antica Grecia e nell’antica Roma, dove era celebrato per la sua forza e la sua bellezza, con proporzioni equilibrate che riflettevano l’idea di perfezione. Basti pensare, inoltre, all’importanza che i Giochi olimpici rivestivano per gli antichi greci. Con il passare dei secoli la concezione di corpo atletico, sempre in relazione al pensiero sociale e all’arte, ha sicuramente subìto significativi cambiamenti. Durante il Rinascimento molti artisti continuarono a esaltare la fisicità e contestualmente dedicarono particolare attenzione all’anatomia. In età moderna e contemporanea l’idealizzazione del corpo atletico diminuì progressivamente, spostando inoltre il focus su tematiche come il movimento, lo stereotipo, l’identità, o ancora ribaltando le idee tradizionali di bellezza».

Questa visione eroica e quasi mitologica del corpo atletico sarebbe stata ripresa secoli dopo dalla regista tedesca Leni Riefenstahl nei suoi documentari sulle Olimpiadi di Berlino del 1936, quelle organizzate dal Terzo Reich di Adolf Hitler. Riefenstahl, che definiva il corpo umano «il più grande capolavoro della natura», attraverso inquadrature audaci e tecniche innovative esaltava la maestosità e la perfezione fisica degli atleti. Per lei il corpo atletico era più di un semplice strumento di prestazione: era un capolavoro vivente, degno di essere immortalato nell’arte.

Il futurismo e l’espressionismo astratto hanno celebrato il dinamismo e la potenza del corpo in azione, rappresentando l’atleta come un’entità quasi meccanica, protesa verso il superamento dei limiti fisici. 

L’arte del Novecento ha proposto una lettura più cruda e disincantata della fisicità umana: nei nudi possenti e vulnerabili, i corpi cominciano ad apparire imperfetti e segnati dal tempo. A Lucian Freud interessava «la verità del corpo», non la sua bellezza, ma la sua essenza. Jenny Saville voleva essere la «pittrice della vita moderna» e dei «corpi moderni». Anche se i suoi soggetti appartengono all’arte classica, sono volti, corpi nudi, gruppi; il risultato è una pittura fisica e gestuale che nel farsi carico del corpo rigetta il perfezionismo, senza rinunciare all’immanenza espressiva della carne.

Nell’epoca contemporanea, il corpo atletico non è più visto esclusivamente come simbolo di forza e prestazione, ma anche come terreno di discussione su temi come identità, genere e accettazione di sé. Gli artisti di oggi si confrontano con un immaginario visuale dominato dai canoni di bellezza imposti dai media, e spesso reagiscono proponendo rappresentazioni alternative e sovversive. Ne sono un esempio le opere di Antony Gormley e Matthew Barney, artisti che hanno posto il corpo atletico al centro della loro ricerca artistica, sebbene con approcci molto diversi. Gormley crea opere monumentali che rappresentano il corpo umano in posizioni e atteggiamenti che suggeriscono forza, tensione e movimento, come nella celebre installazione Another Place, in cui figure umane sembrano camminare sulle acque. Attraverso queste opere, Gormley esplora la corporeità come veicolo per esprimere condizioni esistenziali ed emotive. Al contrario, Barney sfrutta il corpo atletico come mezzo per narrare complesse mitologie personali e indagare temi di identità, sesso e potere. Nelle sue opere multimediali, come la serie Cremaster, Barney crea scenari iperbolici e surreali in cui il corpo viene messo alla prova attraverso performance fisiche estreme. Anche Bruce Nauman, nella sua pratica artistica concettuale, si è concentrato sul corpo e sul movimento, realizzando video e installazioni che esaminano la postura e la fisicità umana, come in Walk with Contrapposto, in cui l’artista deambula in modo innaturale.

«L’arte classica e l’arte contemporanea, soprattutto quella del Novecento, sono nettamente in contrapposizione sia per contenuto che per rappresentazione», prosegue Cordaro. Da un lato, l’arte classica mirava a rappresentare bellezza, simmetria e proporzioni, riflettendo i valori culturali e sociali del suo tempo. Dall’altro, l’arte contemporanea si è posta come critica sociale e ha intrapreso la strada del nuovo e della sperimentazione, cercando di rappresentare in modo diverso e spesso provocatorio ciò che era stato rappresentato in passato o ciò che era stato vietato. Tornando alla comparazione dei corpi atletici, il Discobolo di Mirone può essere confrontato con i Corridori di Robert Delaunay. Nel primo, un atleta è intento a lanciare un disco, con una fisicità perfetta: i muscoli sono rappresentati in tensione, esprimendo movimento ed energia. La torsione del busto è estremamente realistica. I Corridori di Delaunay sono invece rappresentati attraverso una fisionomia appena accennata, tendente all’astrazione. Non sono fatti per rappresentare bellezza e proporzione, né riescono ad esprimere quel movimento tipico di una corsa. La differenza, dunque, risiede nell’idea di corporeità atletica della società ogni epoca, che inevitabilmente si riflette nella rappresentazione artistica».

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