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Il tempo in carcere è la misura della pena

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I tempi della reclusione recidono gli affetti e i 62mila detenuti e 80 suicidi del 2024 ne testimoniano il fallimento. Dalla garante Valentina Calderone e altri esponenti viene l’appello urgente ad applicare un nuovo indulto

Il giorno in carcere comincia all’alba con la prima conta. In tutto, le conte sono tre, mattino, pomeriggio e sera, ma molto dello scandire del tempo cambia dal circuito in cui ti trovi: custodia attenuata, media sicurezza, alta sicurezza (AS1, AS2 o AS3) o massimo isolamento, il cosiddetto 41-bis. Comunque sia, nella maggior parte dei casi avrai tre conte. Tra le 6 e le 7 c’è quella mattutina. Se lavori come giardiniere o scopino, esci alle 7.30. Alle 8 la colazione (caffè allungato e pane); se vai a scuola o lavori, puoi uscire dalla cella. Altrimenti, tra le 9 e le 11 circa c’è l’ora d’aria: il tempo per tutto. Lo psicologo, la biblioteca, sgranchirsi le gambe. Parlare al telefono, fare un colloquio con la tua famiglia, chiamare l’avvocato. Alle 12 si mangia, e poi di nuovo aria fino alle 16, quando è prevista la conta del pomeriggio. Dopo la cena, qualche ora per la socialità fino alle 20.30 circa, e alle 22 o 22.30 l’ultima conta. Dormirai?

Per permettere a queste informazioni di base di uscire dalle celle e approdare anche su queste pagine, Radio Onda Rossa, emittente militante e progetto politico di base a Roma, ha creato nel 1999 un’agenda che a metà novembre è uscita nella sua 25esima edizione: Scarceranda, che per ogni copia venduta ne dona una a chiunque ne faccia richiesta da dentro il carcere. «Nasce come strumento politico di contatto con la popolazione detenuta», dicono dalla radio, «visto che, da quando è iniziata, l’istituzione carceraria moderna si è sempre posta come barriera di separazione tra una popolazione considerata buona e una cattiva». Per Radio Onda Rossa muoversi in solidarietà con le persone detenute significa permettere che le voci attraversino le mura dell’istituzione, da dentro a fuori dal carcere e viceversa. Scarceranda, che da qualche anno è divisa in un’agenda e un quaderno, si compone di lettere, poesie, disegni, racconti e ricette di chi il carcere lo vive o lo ha vissuto, che chiarificano la situazione degli istituti penitenziari, «perché di carcere non si muoia più, ma neanche di carcere si viva».

A ottobre Il Foglio ha svelato in un approfondimento che, nei primi due anni di mandato, il governo presieduto da Giorgia Meloni ha aggiunto all’ordinamento 417 anni di carcere tramite l’istituzione di nuovi reati (48 in tutto) e  inasprimenti di pena. «L’idea alla base, molto comoda e molto falsa», racconta la Garante nazionale per le persone private della libertà personale, Valentina Calderone, «è che tutti i problemi possano essere affrontati con l’azione penale». Invece, le nostre carceri sono affollate di persone condannate per reati minori, commessi per questioni che hanno a che fare con la scarsità dei servizi per la salute mentale, con le dipendenze, con un sistema di accoglienza che porta a escludere dalla sfera pubblica le persone migranti. «Molte di queste persone non dovrebbero proprio stare in carcere», commenta Calderone la quale, di fronte a 62mila detenuti (14mila in più dei posti disponibili) e 80 suicidi solo nel 2024, ha firmato insieme a rappresentanti della società civile un appello per l’applicazione di un indulto, sullo stampo di quello concordato nel 2006 tra l’allora presidente del consiglio Romano Prodi e l’allora leader dell’opposizione Silvio Berlusconi. Una domanda di clemenza che punta a restituire dignità al tempo della pena, ridimensionando – procedendo verso il suo superamento – l’istituzione carceraria e permettendo a chi rimarrebbe detenuto di essere seguito in modo adeguato. «Se invece che avere settanta persone da seguire un educatore ne ha 150, si capisce bene che la qualità del tempo e dell’attenzione che può essere dedicata è molto diversa». Ma al di là della cura degli operatori, del lavoro, della possibilità di andare a scuola – scarsa, con sale inadatte e con livelli e gradi d’istruzione che spesso non raggiungono quella di secondo grado – ciò che appare vero per tutti coloro che vivono il carcere è che dentro ogni minuto c’è un minuto d’attesa.

«I giorni inevitabilmente qui scorrono lenti, uguali, identici, come fotocopie in bianco & nero una, due, tre, quattro, sbiadite come il tempo quì… e poi… giorni, settimane, mesi e anni… proprio come quando ti dici: “domani smetto” e puff… in un attimo, battito di ciglia e… … e ho 37 anni dal 5 Agosto 1987 e un altro compleanno qui è andato…!».

«Sono stanca, chiusa in un barattolo x 30 anni e 1000 secondi di qua, di là, su e giù…».

«Sono 2 anni che aspetto una visita oculistica e ancora nulla nonostante molti solleciti».

(Da Scarceranda – quaderno 08, edizione 2024)

Nel modo di vivere da reclusi coabitano contraddizioni. Una di queste è che a pene brevi spesso si accompagna una sostanziale invisibilità. «L’istituzione è pachidermica: è concepita con tempi lunghissimi per fare ogni cosa», spiega Calderone. E quindi i detenuti che devono scontare pochi anni trascorrono il tempo in carcere nell’immobilità, senza che nessuno li veda. Ma quando escono si trovano addosso il fardello del pregiudizio che accompagna chi ha trascorso parte della propria vita in un istituto penitenziario, con tutte le difficoltà a inserirsi nella società che ne conseguono. Una contraddizione ancora meno visibile è che il carcere, concepito in teoria per riabilitare l’individuo, da anni è diventato sempre più afflittivo, continuando a trascurare la salute affettiva di chi lo abita: «Spesso le persone ci dicono: “Io vivo per quelle quattro ore al mese in cui vedo la mia famiglia”». 

Quattro ore al mese per parlare con la propria famiglia. E poi quattro, che dovrebbero diventare presto sei, telefonate al mese, ognuna da dieci minuti. Sessanta minuti al telefono e quattro ore in presenza fanno cinque ore in tutto da dedicare agli affetti. Mentre la sentenza di inizio 2024 in cui la Corte costituzionale ha sancito il diritto per i detenuti ad avere colloqui intimi in carcere con i propri partner rimane, a oggi, inascoltata. 

La misura del tempo della pena si sostanzia quindi di bolle vuote in cui si conta l’attesa. Private di visite, socialità e accesso ai gradi standard dell’educazione, per far passare le ore e guadagnare qualche soldo le persone detenute lavorano. Ma i lavori intramurari (dentro il carcere) seguono i fenomeni di quelli fuori: paghe basse, surplus orari e ritmi usuranti. C’è chi fa lo scrivano e raccoglie tutte le richieste dei detenuti – chiamate “domandine” – per poi riportarle al referente, che però spesso non trova il tempo per occuparsene. Chi è spesino o spesina e raduna invece le richieste di sopravvitto, per gli acquisti da fuori. E c’è chi si occupa di lavori pesanti di riparazione, che puntualmente sforano gli orari: «Molti e molte lamentano di non avere le precauzioni e l’abbigliamento adeguato. Ma c’è anche chi ci scrive: “Ci credete che io in galera non ho tempo perché lavoro troppo?”», specificano da Radio Onda Rossa. «Il paradosso è che le persone in carcere si trovano a fare lavori di manutenzione e quindi a contribuire al mantenimento della struttura che le opprime»

Ci sono giorni, però, in cui anche la frenesia dei più impegnati si cristallizza: «Durante le feste comandate e il tempo che le circonda, in carcere si ferma tutto».

Il 31 dicembre segna la fine e l’alba di ogni anno. In questo giorno, annualmente, a Roma, di fronte a uno di quelli considerati carceri modello, Rebibbia, si svolge un presidio: segna lo scorrere del tempo, l’incancrenirsi dell’istituzione carcere, che ha ormai dimostrato di essere vettore di ulteriori reati e recidive, e la solidarietà di chi è fuori in una delle giornate più solitarie per chi è dentro. Un piccolo corteo nella via davanti a Rebibbia segue il percorso degli autobus fino all’ingresso dello spazio per i colloqui della sezione femminile. Lenticchiate solidali e manifestazioni contro il carcere e i suoi numeri si susseguono. Dentro, Scarceranda continua a circolare, segnando – da agenda qual è – giorni, mesi e anni. Ma ponendosi prima di tutto come compagna di chi vive la sua quotidianità in quello che dalla radio definiscono «uno degli angoli più bui della società». 

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