Adamo 2050 – Una storia vera dal futuro è il cortometraggio lanciato dall’azienda Plasmon a marzo 2023 in cui il riferimento al futuro – in particolare al 2050 – è tutto meno che fantasy o distopico. Lo spot, infatti, inscena un contesto realistico all’interno di un ospedale, dove viene al mondo un bimbo – il nome Adamo non è casuale – dopo mesi di assenza di nuovi nati. Adamo è circondato da culle vuote, come primo e ultimo bambino dell’anno trascorso. Lo scenario rappresentato suona premonitore allo spettatore perché, a guardarsi intorno, oltre che a giudicare dai dati, è la direzione verso cui stiamo navigando. Anzi, come ci dice Gian Carlo Blangiardo, statistico e presidente Istat da febbraio 2019 a marzo 2023 citando il progettista navale Thomas Andrews nel film Titanic, «è una certezza matematica».
Le cause dei nuovi trend demografici in Italia
Bisogna partire dalla diagnosi del problema della demografia italiana, secondo Blangiardo, che si fonda su tre fattori. «Intanto, una tendenza discendente molto radicata e pervasiva difficile da arrestare. Il 2023 si è chiuso con 380mila nati: negli ultimi dieci anni, l’Italia ha perso quasi 1,5 milioni di abitanti. In secondo luogo, siamo l’unico Paese Ue che dal 2008 non ha mai rialzato la testa, neanche con sporadici o irregolari intervalli di risalita rispetto all’anno precedente. Infine, il progressivo invecchiamento della popolazione, per effetto della persistenza nel sistema dei nati ai tempi del boom economico», spiega l’esperto. In effetti, nei primi anni Sessanta la natalità ha raggiunto vette irreplicabili per lo stato attuale, con oltre un milione di nascite l’anno. I figli di questo boost demografico sono oggi over 60 e godono di un’attesa di vita ancora molto lunga che, secondo gli ultimi dati Ocse, aumenta di quasi un anno ogni tre e che porterà a contare tra quindici anni oltre sei milioni di over 80 e ben 1,4 di over 90 (oggi sono 850mila, con 22mila ultracentenari). Non è un caso che l’Italia detenga entro i suoi confini (in Sardegna nello specifico) una delle cinque zone blu (aree in cui la speranza di vita è superiore alla media globale) del mondo.
Il miraggio delle pensioni tra allungamento della vita e salti contributivi
Questo stato di cose ha conseguenze nette sul piano economico, che si traducono in un sistema di welfare insostenibile, in particolare sul piano delle pensioni e dell’assistenza sanitaria. «Attualmente gli occupati in Italia sono 23 milioni, a fronte di 36 milioni di potenziali lavoratori; un dato, quest’ultimo, che nei prossimi tre o quattro decenni scenderà di 9 milioni. Di conseguenza, due dei cinque “magici numeri” che compongono il nostro Pil [che oggi corrisponde a 2000 miliardi, ndr], vale a dire il numero di abitanti e la percentuale in età lavorativa, porterà a un risultato molto inferiore. Nell’ordine di 500 miliardi in meno, secondo le simulazioni che derivano dalle previsioni Istat», avverte l’ex presidente dell’istituto statistico.
Nel quadro attuale della demografia italiana si inserisce anche il peso del grosso salto contributivo che caratterizza le giovani generazioni, per via di un mercato del lavoro precario o poco attrattivo che impedisce continuità nel versamento. «Questo è uno dei due corni di un fattore che potremmo ascrivere alle proposte del “che fare?”», osserva Blangiardo, «ed è la non-emigrazione dei giovani cittadini, che deve andare di pari passo con l’immigrazione di cui si parla molto di più e la cui accoglienza va rivista nella qualità più che nella quantità. Non va subita, ma integrata assicurando alle persone una casa, le giuste politiche di inserimento scolastico, sanitario e così via. Per far sì che sia funzionale e mantenga la sua natura anche “prolifica”».
L’immigrazione non è la panacea dell’inverno demografico
L’ultimo dossier statistico sull’immigrazione 2024 di Idos, infatti, dimostra quanto le medesime condizioni socio-economiche portino a un rapido livellamento delle intenzioni di fertilità nella popolazione straniera sul territorio, che ha portato il proprio apporto demografico dagli 80mila nati del 2012 ai 50mila attuali, contribuendo quindi al trend ormai consolidato nella demografia italiana. «L’altra proposta che io caldeggio per esperienza, ma che forse non piacerà a qualcuno, è che coloro che sono in età pensionabile ma ancora padroni delle proprie capacità siano messi in condizione, anzi incentivati, a proseguire l’attività lavorativa in virtù del miglioramento della qualità della vita nelle cosiddette terza e quarta età [dai 65 agli 84 anni, ndr]», riferisce Blangiardo. Senz’altro, se questo avvenisse, il contributo economico di queste fasce d’età – pur sempre mantenuto su base volontaria – sarebbe significativo, considerato che in Italia il 37 per cento dei lavoratori è over 50.
«A cascata», conclude l’ex presidente dell’Istat, «lo stato del nostro sistema sanitario nazionale è il riflesso di questa situazione nella demografia italiana. Tempo fa io avevo persino teorizzato una sorta di Btp salute: un investimento del risparmio delle famiglie finalizzato unicamente a un successivo smobilizzo in presenza di bisogni di ordine sanitario/assistenziale. L’idea ovviamente non ha avuto alcun seguito, ma penso possa essere funzionale. Che piaccia o meno, bisogna cambiare le regole oppure stare a guardare un sistema che collassa».




