Invecchiare nella Nuova New York di Futurama, diventare l’ultimo uomo mortale nell’era di una nuova generazione di immortali come nel film Mr. Nobody, oppure combattere contro il tempo, nuova moneta globale che gestisce le vecchie regole del mercato di In Time. Sono tutti scenari familiari, per quanto appartengano a quel tipo di esperienze che si collezionano in uno spazio che non c’è; in altre parole, sono idee del mondo che verrà, aspettative prodotte da autori, sceneggiatori, registi impegnati nel dare una forma a speranze e paure destinate a non realizzarsi. Tuttavia, la semplice consapevolezza che gli immaginari siano spesso iperboli frutto di idiosincrasie non impedisce di calibrare su di loro le aspettative e le scelte del presente. Anzi, spesso è proprio l’ignoto a orientare molte scelte della quotidianità, al punto che anche fare i conti con la terza età costringe a uno sforzo di immaginazione.
Capire come questo si sostanzi non è però sempre facile e il rischio principale è identificare immaginari soggettivi e immaginari collettivi, nella convinzione che cultura di massa e copertura informativa siano fenomeni universali che unificano le esperienze degli individui. Il clamore e l’eccentricità dell’attualità possono avere un ruolo: basti pensare alla forza comunicativa di progetti come Neuralink o alla proliferazione di miliardari pronti a sfidare il passare del tempo grazie a superfood e ricette pseudoscientifiche da guru, con il rischio che si cada nell’errore di sofisticare la realtà. Per questo, chi studia l’opinione che le persone hanno rispetto al rapporto tra invecchiamento e tecnologia (come negli science and technology studies) fa affidamento a un metodo che restituisce immaginari socio-tecnici accurati o, in parole povere, permette di capire cosa pensano le persone sul ruolo che la tecnologia avrà nella loro terza età grazie a indagini di opinione. Questo approccio consente di riportare domande e questioni a una dimensione realistica.
Tecnologia e disuguaglianze
Un esempio di immaginari socio-tecnici emersi applicando questa metodologia riguarda i concetti di terza e quarta età che indicano una prima fase nella quale la persona, pur invecchiando, ha ancora la capacità di sfruttare la tecnologia per migliorare la propria qualità di vita e una seconda fase che, al contrario, associa l’invecchiamento all’inaccessibilità ai nuovi mezzi digitali, producendo fenomeni di isolamento ed esclusione sociale. L’adozione della tecnologia sembra quindi rappresentare una fonte di nuove disuguaglianze tra individui “giovani-vecchi” e “vecchi-vecchi”. Concetti, questi, che trovano riscontro in studi come BConnect@Home, che ha coinvolto l’Università della Catalogna, la Utrecht University, la Trent University e l’Università di Stoccolma. Grazie a focus group organizzati in case-comunità per anziani, il progetto ha evidenziato come l’accesso alla tecnologia sia fortemente influenzato da variabili come il reddito, il genere o l’appartenenza a minoranze etniche. Dalle conversazioni raccolte emerge un rapporto di vicinanza tra anzianità e tecnologia (principalmente legata all’uso di smartphone, app di messaggistica e social network), ma al contempo si nota come le traiettorie di vita personali ridefiniscono questo rapporto con esiti molto diversi, al punto da rendere esplicita nelle stesse parole degli intervistati la presenza di profonde differenze tra un “noi” attivamente coinvolto e un “loro” passivo rispetto al mutamento tecnologico: «Noi, quelli che partecipano, e le persone anziane che passano l’intero pomeriggio davanti alla televisione, a non fare nulla o ad aspettare i propri figli, senza vivere attivamente la propria vita e socializzare».
Marketing e nuovi immaginari per la terza età
Tuttavia, la definizione degli immaginari è il risultato anche di imprese, istituzioni e accademia, che hanno un ruolo centrale nel formare risposte tecnologiche e di policy, dal momento che sono le responsabili della definizione dell’agenda pubblica. Concetti come ageing tsunami sono il frutto di preoccupazioni politiche, ma anche di attori intenti a produrre un marketing efficace per i propri prodotti. Se è certamente vero che l’ambiente accademico può avere un ruolo nella costruzione di immaginari estremi (spesso sono gli stessi sondaggi di opinione a proporre scenari utopici e distopici), non mancano esempi virtuosi. In un recente studio comparso sul Journal of Aging Studies si cerca di ovviare a questo approccio polarizzante raccogliendo interviste di anziani e professionisti dei servizi per la terza età. Il risultato di queste rilevazioni ha prodotto una serie di vignette che rappresentano gli immaginari socio-tecnici prevalenti. Ne è emersa una rappresentazione di dilemmi quotidiani, valori e incertezze che si vede anche in questa frase pronunciata durante le interviste: «Se non posso portare la mia sedia a rotelle oltre il gradino davanti a casa mia, non posso arrivare alla mia auto senza conducente».
Indagare il progresso tecnologico collegandolo alle aspettative di chi invecchia è complesso perché chiama in causa immaginari stereotipati come “giovane, nuovo, tecnologico” e “anziano, vecchio, arretrato”. Immagini che rischiano di rendere molto più attraente dal punto di vista della comunicazione concentrarsi su scenari estremi simili a quelli del cinema o della letteratura . Questa tentazione da un lato tende a spostare in un futuro non meglio precisato gli effetti che la tecnologia ha sulla società, ma al contempo impoverisce il dibattito sulle origini socio-demografiche delle differenze esistenti tra chi già oggi ne beneficia e chi invece ne è escluso.




