Ogni anno le nostre Forze armate reclutano nuovi membri. Nessuno di loro, però, dichiara di avere una diagnosi di celiachia. E questo non per una strana casualità, ma perché nelle nostre Forze armate, con questa diagnosi, non ci si può arruolare. Anche in caso di asintomaticità. La questione si presta a posizioni tanto discordanti quanto comprensibili e non interessa solo il contesto italiano. Gli Stati Uniti, per esempio, non consentono di arruolarsi, mentre il Regno Unito e l’Australia valutano la possibilità in base alla gravità dei sintomi.
La celiachia è una patologia cronica che costringe a evitare alimenti che contengono glutine. Il suo ingerimento, infatti, provoca in individui che ne soffrono sintomi come diarrea, gonfiore addominale, nausea e anemia. In Italia, circa 250mila persone hanno una diagnosi di celiachia, ma si stima che altre 350mila ne siano affette senza saperlo. Evitare il glutine è una sfida: si trova ovunque (pasta, pane, birra, prodotti preconfezionati…) e basta una minima contaminazione (per esempio, sulle superfici di preparazione degli alimenti) per avere conseguenze spiacevoli. Nel 1985, davanti a una patologia allora poco conosciuta, gli individui celiaci sono stati esentati dal servizio militare, all’epoca obbligatorio.
Passano gli anni, le conoscenze aumentano e le strutture, seppur con fatica, provano ad allinearsi. Eppure, la celiachia rimane un criterio di esclusione dalle forze armate, ossia Esercito, Aeronautica, Marina e Carabinieri. Ma anche da Polizia di Stato e Guardia di Finanza. Nel 2015, un incontro tra l’Associazione Italiana Celiachia (Aic) e il ministero della Difesa porta a una direttiva dell’Ispettorato generale della sanità militare che stabilisce che, per il personale in servizio, la diagnosi di celiachia non comporta provvedimenti medico-legali laddove non sia presente una sintomatologia troppo debilitante. Nessuna esclusione se si è già arruolati. Così, nel 2017, Aic richiede una modifica alla direttiva che regola i requisiti di idoneità per l’accesso alla carriera, ma riceve risposta negativa. Seguono ulteriori incontri, ma altrettanti emendamenti vengono respinti. Più di recente, la senatrice della Lega Elena Murelli, attiva su questi temi, presenta un nuovo disegno di legge. Non approvato, ma ancora depositato al Senato.
Perché nulla viene approvato se nel 2015 (ormai nove anni fa) l’Ispettorato generale della difesa aveva reputato ci fosse compatibilità? L’apparente incongruenza cela dinamiche complesse. Per comprenderle, bisogna capire perché la celiachia sia dichiarata compatibile con il servizio solo se viene diagnosticata in seguito al reclutamento. Fonti della Difesa ci spiegano che «nel caso emergano problematiche durante la carriera, un individuo può essere transitato a personale civile». Insomma, gli si cambia ruolo. «Ma questo comporta un problema perché, per esempio, è necessario mettere qualcuno al suo posto». In ogni caso, l’obiettivo dichiarato è «avere individui impiegabili in qualsiasi contesto operativo» ed «essendoci rischi di farsi del male, almeno in arruolamento puntiamo a prenderli sani». A loro dire, quindi, la celiachia non sarebbe compatibile con alcune mansioni. «Stare un mese in zone militari potrebbe essere un problema», indicano.
Ma come funzionano i pasti nelle forze armate? Partiamo dalle caserme. «Il personale militare con diagnosi di celiachia usufruisce, secondo la legge 123/2005, del servizio mensa», spiega Aic, aggiungendo che «viene per la maggior parte assicurato attraverso gare d’appalto da ditte esterne». In alcuni casi, però, la normativa non sembra rispettata. «Da noi la ditta che ha vinto l’appalto non fornisce niente per chi è celiaco», ci racconta un carabiniere di una caserma lombarda, che ha un collega celiaco. «La cuoca ha provato a comprare alimenti adatti di tasca propria». Per quanto riguarda le zone di emergenza, invece, Aic considera possibile l’allestimento di cucine da campo adatte anche a celiaci. «Abbiamo consolidato un percorso per la preparazione di alimenti senza glutine nelle cucine da campo, garantendo pasti sicuri per popolazione e soccorritori in tutti i casi di emergenza e calamità», indica l’associazione, ricordando poi che «nel 2015 era allo studio una soluzione per una razione K [un pasto militare giornaliero, ndr] adeguata al personale celiaco» e che «Aic ha presentato un’ipotesi di razione viveri da combattimento convertendo ogni ingrediente previsto con l’analogo senza glutine».
La deputata del Movimento 5 Stelle Vittoria Baldino si era occupata del tema in commissione Difesa con una proposta di legge datata giugno 2023 e sostiene che una soluzione sia assegnare ai celiaci ruoli adatti. «Capisco che in tempo di guerra si vive all’estremo, ma se ad alcuni individui può venire cambiato il ruolo dopo la diagnosi significa che esistono mansioni adatte a chi ha problemi alimentari», ci dice. «Credo che il tema non sia ritenuto abbastanza importante, ma nel mentre stiamo avallando a livello legislativo una discriminazione bella e buona». La sua proposta, tra l’altro, oltre a contenere una clausola di invarianza finanziaria si proponeva di distinguere tra intolleranze alimentari e allergie, che possono presentare una sintomatologia grave tale da pregiudicare l’idoneità, fino a causare shock anafilattici. Il cambio di mansione è consuetudine, anche nei corpi che consentono l’accesso al concorso, come Vigili del Fuoco, Polizia penitenziaria e Aeronautica commerciale. Ma se l’obiettivo dichiarato delle forze armate è avere membri versatili, quanto potrebbe essere vincolante la presenza di alcuni che, già in principio, non possono svolgere tutte le mansioni? Non sappiamo dirlo. Ed ecco il vero problema: non sembrano esistere documenti ufficiali che valutino la compatibilità e, soprattutto, che delineino in modo chiaro e completo quali sarebbero i costi a livello strutturale, organizzativo ed economico di consentire l’accesso al concorso agli individui celiaci. Aic racconta di «aver proposto l’istituzione di una commissione scientifica per la valutazione della compatibilità». Una proposta che nessuno avrebbe avallato. Quanti sarebbero gli individui celiaci reclutati? Oppure, se servisse farlo, quanto costerebbe equipaggiare le navi della Marina con cucine adibite alla preparazione di cibi non contaminati dal glutine? Sono questioni che andrebbero considerate prima di trovarsi tra le mani un provvedimento che potrebbe apparire inclusivo sulla carta, ma inattuabile nella pratica.
«Ormai da tempo», ricorda Aic, «giovani celiaci rivolgono istanze e presentano ricorsi». Il problema però è tutt’altro che risolto. Quindi, che fare? Assegnare ai celiaci mansioni specifiche (come suggerisce la deputata Baldino) potrebbe consentire loro di partecipare al concorso, ma a lungo termine potrebbe rappresentare un controsenso rispetto agli obiettivi della Difesa. Ammesso che sia invece applicabile una soluzione di non suddivisione dei ruoli, rimane però il tema economico-strutturale: per quanto sia brutto paragonare le spese alle aspirazioni di vita degli individui, quanto costerebbe dotarsi di tutte le misure necessarie? Quanto è disposto a spendere, lo Stato italiano, per «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese»? Non lo chiedono solo i celiaci, ma anche l’articolo 3 della Costituzione.




