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La remigrazione è una politica razzista. Che si sta realizzando

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La remigrazione dei cittadini migranti è un obiettivo reale dell’estrema destra. La repressione delle proteste in California, le deportazioni di massa volute da Trump, il Remigration Summit di Gallarate sono gli strumenti per realizzarlo

Con il lancio Robotaxi in fiamme, Rainews24 descriveva i primi giorni delle proteste contro le deportazioni di migranti da parte dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice) a Los Angeles. L’agenzia federale per l’immigrazione è la prima deputata al piano del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di deportare durante i primi sei mesi del suo mandato dieci milioni di persone immigrate che vivono negli Usa in modo irregolare. I risultati concreti hanno diviso famiglie e sradicato chi ormai aveva vita e lavoro avviati da decenni nel Paese. Tanto che l’ultimo ordine agli agenti dell’Ice è stato quello di eseguire gli arresti direttamente in tribunale: la persona si presenta per l’udienza sulla propria espulsione e, se questa viene confermata, viene portata via dagli agenti e condotta in prigione prima della deportazione. La stessa regola vale anche se il caso viene archiviato, aprendo perciò alla possibilità per la persona di chiedere l’asilo: per i giuristi statunitensi è una trappola.

I controlli dell’Ice per rintracciare i cittadini irregolari da deportare si sono diffusi alle scuole – con interrogatori ai figli di migranti mascherati sotto l’etichetta di welfare checks – ai normali controlli per le strade delle città e ora ai tribunali. Per la California, da San Diego a Los Angeles, in cui metà circa della popolazione è di origine latina, il tutto si è tradotto in una protesta, dapprima pacifica. L’immagine simbolo delle proteste è però poi presto diventata quella di un ragazzo con il volto coperto in piedi sopra una macchina, che sventola la bandiera del Messico; intorno a lui, una distesa di fuoco. Un innesco di violenza provocato anche dall’ordine di Trump di inviare a Los Angeles la Guardia Nazionale. Gli elementi su cui focalizzarsi sono due: la protesta, dapprima concentrata sulle deportazioni, si è allargata, e quei “robotaxi in fiamme” – taxi senza conducente, di proprietà di una società che fa capo a Google – sono diventati simbolo di una lotta non solo antirazzista, ma soprattutto di classe. Il secondo riguarda la Guardia Nazionale: un esercito di migliaia di soldati che ha condotto centinaia di arresti e sparato proiettili di gomma ad altezza viso, ma che soprattutto è un esercito di persone comuni. Sono cittadini-soldati: medici, insegnanti, operai, che si addestrano un weekend al mese per essere sempre pronti a intervenire. Il quadro finale rappresenta cittadini in lotta contro altri cittadini. Lo scontro fisico esploso negli Stati Uniti è figlio di un discorso politico e ideologico volto a fomentare il conflitto su temi sociali e strumentale, soprattutto per i leader di estrema destra, ad attirare voti in cambio di soluzioni semplici e radicali. 

Uno degli attrezzi, anche di Trump, sono le teorie del complotto. In questo caso, se ne fa largo una che è più un piano concreto: la remigrazione. La remigrazione ha origine nella teoria complottista, razzista e antisemita della grande sostituzione, secondo cui i “globalisti”, ossia gli ebrei, starebbero archittettando una cospirazione per rimpiazzare sul piano etnico le popolazioni bianche europee. Lo stesso Trump aveva scritto in campagna elettorale sul suo social Truth che avrebbe fatto «tornare a casa loro i clandestini» con «un’operazione conosciuta anche come remigrazione». È un concetto che, ancora su base teorica, sta prendendo piede anche in Europa, dalla Francia alla Germania all’Italia, e sta trovando sempre più appoggio da parte di esponenti politici di spicco. In Italia ha cominciato la Lega, ma poi il termine è stato adottato anche da esponenti di Fratelli d’Italia. In particolare, il vicesegretario leghista Roberto Vannacci è comparso in un video sostenendo il concetto: «Vi do il mio sostegno: la remigrazione non è uno slogan ma una proposta concreta». A chi sta parlando? L’occasione è il Remigration Summit, una maxi-conferenza che si è tenuta al teatro Condominio di Gallarate, in provincia di Milano, lo scorso 17 maggio, con l’obiettivo di diffondere il concetto a una fetta più ampia di popolazione. Attutito dalle proteste delle opposizioni prima – nel tentativo di impedire alla convention di riunirsi – e durante, il Remigration Summit non ha avuto il successo che si prevedeva: l’orario è stato modificato all’ultimo e diversi partecipanti sono stati fermati alle frontiere con l’Italia. L’incontro era però solo una continuazione della riunione che si è tenuta nel 2023 in un albergo di campagna vicino a Potsdam, che la testata tedesca Correctiv ha svelato con un’inchiesta, nonostante l’intenzione di mantenerla segretissima. Qui ideologi di estrema destra, membri del partito Alternative für Deutschland e ricchi finanziatori hanno discusso il piano strategico e concreto per la remigrazione di massa dei migranti dall’Europa. Che, di fatto, oggi sembra star avvenendo negli Stati Uniti. I dati governativi evidenziano che le deportazioni stanno aumentando in modo esponenziale, raggiungendo la media di 850 al giorno. Cos’è che rende le azioni violente di un presidente conosciuto per la sua impulsività un fenomeno di razzismo diffuso in tutti gli Stati occidentali? La premeditazione. Ed è stato esplicitato durante la riunione di Potsdam. Per le fasi finali della remigrazione c’è bisogno di tempo: «Ci vorrà almeno un decennio».

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