Ogni minuto nascono nuove teorie del complotto. Alcune scavano nel passato, mentre altre cercano di interpretare il caos del momento presente. Ad esempio, nel marzo 2022, mentre la Russia bombardava le città ucraine, un’altra offensiva prendeva piede nei sottoboschi digitali di Telegram e nei talk show: quella sui biolaboratori. Secondo una narrazione rilanciata da esponenti governativi russi, poi amplificata da figure pubbliche occidentali e gruppi complottisti come QAnon, gli Stati Uniti avrebbero finanziato in Ucraina una rete segreta di laboratori per lo sviluppo di armi biologiche. Un’accusa inquietante, rilanciata con una convinzione tale da trovare spazio anche sui media generalisti.
Peccato si trattasse di una bufala.
L’Organizzazione delle Nazioni unite, interpellata più volte sul tema, ha dichiarato di non avere evidenza di attività di armi biologiche in Ucraina. Tra i tanti studi a confermare questa posizione ci sono anche i debunking realizzati da BBC e dal New York Times, che concordano nell’affermare che i laboratori in questione sono centri pubblici di ricerca e prevenzione sanitaria e che non esistono prove di attività militari illegali. Eppure, la teoria ha resistito. Rilanciata in televisione, nelle chat, nei blog alternativi. Un’operazione di guerra psicologica confezionata con cura, che ha centrato in pieno il bersaglio sfruttando la propensione di una buona fetta di popolazione a credere con maggiore convinzione più ai complotti che ai fatti.
L’illusione di essere speciali
«Il tratto psicologico più comune tra chi crede nei complotti è il bisogno di sentirsi speciali», racconta Michelangelo Coltelli, fondatore di Butac, uno dei più longevi e autorevoli siti di debunking italiani. «Tanti sostenitori delle teorie del complotto che abbiamo analizzato negli anni hanno questa illusione: l’idea di essere tra i pochi a vedere i fatti per come stanno».
La convinzione di “essere svegli” – contrapposta alla massa delle “pecore” – costruisce un’identità. Una forma di autoaffermazione che risponde a un bisogno di controllo in un contesto percepito come ostile. «Non è tanto una questione di intelligenza», precisa Coltelli, «quanto di sentirsi parte di un’élite che ha compreso cose che gli altri non hanno capito».
Non è altro che il bisogno di validare la propria autostima. Chi abbraccia una narrazione complottista si sente speciale, ma spesso anche investito di una missione: svegliare gli altri, smascherare i manipolatori, svelare la verità.
Le teorie del complotto e la messa in scena della razionalità
Molti complotti si presentano con l’aspetto dell’analisi scientifica. Studi, grafici, documenti. Un’estetica della competenza che imita la scienza senza però rispettarne i criteri.
«Chi porta avanti complotti lo fa presentando studi che sembrano uguali a quelli veri: tabelle, diagrammi, pdf di duecento pagine con pezzi copiati e incollati da altre parti, estrapolati dal loro contesto. “Prove” su “prove”. Poi vai a vedere e l’autore è John Smith, dall’alto della sua attività di blogger», spiega Coltelli. L’obiettivo è impressionare, non dimostrare: un gioco di specchi dove le argomentazioni circolari si rafforzano a ogni giro e dove la forma prevale sul contenuto. «Come i ciarlatani del Far West, che indossavano il camice e poi vendevano l’olio di serpente». Questa razionalità fatta di pura apparenza diventa efficace soprattutto in un contesto dove l’informazione è sovrabbondante, ma mancano gli strumenti per valutarla.
L’onere della prova rovesciato
Una delle strategie più insidiose usate nella costruzione di un complotto è l’inversione dell’onere della prova. Invece di offrire elementi verificabili a sostegno della propria tesi, chi la propone pretende che siano gli altri a dimostrare che è falsa. Non si tratta di logica, bensì del suo opposto. È il sospetto elevato a sistema, una trappola che sfrutta la fallacia ad ignorantiam: l’assenza di prove contrarie non equivale a una prova a favore.
Lo scopo è scaricare il compito di smentire su chi ascolta, mentre chi afferma si limita a giocare di rimessa. Una tattica dalle fondamenta logiche inesistenti, che tuttavia è il terreno ideale per costruire verità parallele che resistono alla ragione.
Le fallacie logiche più diffuse nelle teorie del complotto
Ogni complotto ben congegnato si regge su fallacie logiche. Le più comuni? Cherry picking, attacchi personali, nessi causali inesistenti. «Il cherry picking è quello che fanno tutti. Vanno a scegliere dati reali, estrapolandoli dal contesto per fargli dire quello che vogliono loro», racconta Coltelli. A seguire, la fallacia ad hominem: «Tipo: gli scienziati sono pagati da Big Pharma. Certo che sono pagati da Big Pharma: è Big Pharma che produce i farmaci!». Tuttavia, attaccare la persona non equivale a smontare la sua argomentazione. E infine la fallacia post hoc: «È successo dopo, quindi è successo “a causa di”. La vediamo spessissimo, ad esempio, nei dialoghi sulle reazioni avverse ai vaccini».
L’efficacia di queste fallacie risiede nella loro immediatezza: sono espedienti semplici, in apparenza logici, che fanno leva su emozioni e sospetti diffusi.
L’autorità costruita
Altro aspetto fondamentale per i complottisti è che chi sa parlare meglio viene creduto di più. Se poi dice sciocchezze è un dettaglio trascurabile. È la logica dell’autorevolezza apparente: una credibilità che nasce dall’esposizione, non dalla competenza. «Si confonde chi sa parlare bene con chi sa di cosa sta parlando», osserva Coltelli.
La costruzione mediatica della fiducia passa anche dai dettagli: un camice, una laurea incorniciata, una libreria ordinata, un tono rassicurante. «Anche l’autorevolezza è diventata un canone estetico. Non è più, invece, dovuta ai meriti». Dopotutto, la fallacia ab auctoritate è figlia dell’apparenza del nostro tempo, ma è disinnescabile con facilità: un’argomentazione si deve reggere sulle proprie gambe, a prescindere da chi la sostiene.
Il sistema mediatico contribuisce a fare confusione. Se da un lato è vero che una tesi deve essere valida a prescindere da chi la espone, dall’altro nei frenetici tempi televisivi è inevitabile dover fare affidamento sugli esperti del settore in quanto tali. Solo che poi si esagera: «Quando nelle trasmissioni invitano da un lato un medico e dall’altro un signor nessuno che però ha portato avanti la sua teoria, li mettiamo allo stesso livello, dando autorevolezza a quest’ultimo». Un peccato di cui il giornalismo contemporaneo è fin troppo colpevole.
Il gruppo come rifugio
La forza delle teorie del complotto non sta solo nei loro contenuti, ma nei legami che creano. Il complottismo è anche un fenomeno sociale, un’identità collettiva che offre appartenenza e protezione. «Credere nel complotto è quasi un atto sociale. Non faccio parte del gregge perché io so e voglio sentirmi controcorrente». La dinamica è quella di una comunità chiusa, con forti meccanismi di esclusione. «Nel momento in cui avanzo un dubbio, in automatico mi chiudono in un angolo e smettono di parlarmi. Eppure, fino a quel momento io mi sentivo parte di un gruppo di amici che mi avrebbero difeso fino alla morte».
Il prezzo è infatti l’omologazione interna, l’impossibilità del dissenso. Una dinamica che ricorda il funzionamento delle sette religiose.
Come difendersi dalle teorie del complotto
«Se qualcosa mi fa dire: “Ah, ecco, io lo sapevo” con troppa soddisfazione, è probabile che sotto ci sia il lavoro di un bias. Mi devo fermare e riflettere». La prima difesa, suggerisce Coltelli, è infatti la consapevolezza dei propri automatismi. Perché tutti, nessuno escluso, siamo in qualche modo vittime di bias e fallacie logiche. Saper riconoscere i segnali in sé stessi è già un passo verso il pensiero critico. Il secondo passo è allenare la logica, imparare a smascherare le fallacie, essere scettici. «È importante conoscere le basi della logica argomentativa e ricordarsi la regola del fact checker: verificare sempre le fonti e mai accontentarsi di quello che ha detto qualcun altro».
Il lavoro di disinformazione è sistematico e organizzato. Il debunking, invece, spesso è affidato alla buona volontà e richiede un’infinità di risorse in più: raccontare una frottola è molto più semplice e rapido che dimostrarne la falsità.
Tuttavia, serve di più. Servono un’educazione strutturata, una scuola che insegni il pensiero critico e piattaforme che smettano di premiare l’engagement tossico. Perché se il complottismo è una risposta – per quanto distorta – a un bisogno autentico, allora serve costruire alternative che non lo lascino prosperare.
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Bolognese, nato nel 1972, lavora in rete dai primissimi anni Novanta. Nel 2013 fonda il sito butac.it. Nel 2017 è stato consulente della presidenza della Camera dei Deputati nel progetto “Basta Bufale” e sempre dal 2017 fa parte della squadra di lavoro del progetto “Dottore ma è vero che?” portato avanti da FNOMCeO( Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi). Autore, insieme a Noemi Urso, del libro Fake News – Cosa sono e come imparare a riconoscere le notizie false, edito da Franco Cesati editore, e co autore dei libri per ragazzi dell’editrice Lisciani dedicati allo sbarco sulla Luna e ai vaccini. Autore per Discovery della prima stagione del programma FAKE, presenza fissa su Radio Pico dal 2016 e nelle trasmissioni radiofoniche condotte da Luca Bottura dal 2019. Autore della rubrica Agribufale all’interno del portale Agriscienza dedicata al mondo dell’agricoltura. Per Butac in dieci anni ha firmato oltre cinquemila fact checking.



