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L’IA è un animale addestrato

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Chi lavora dietro alle intelligenze artificiali, chi sono le persone che aiutano ad addestrarle, come sono pagate e perché Reddit chiama Outlier AI «a dumpster fire»

Nicoletta, nome di fantasia, non vuole dare le sue generalità perché il suo è un lavoro sensibile. Ha lavorato un mese per OpenAI, l’azienda nata dalla mente di Sam Altman che gestisce ChatGPT, il chatbot conversazionale basato su intelligenza artificiale (IA) più famoso al mondo. Da qualche mese, Nicoletta collabora con Outlier, altro colosso nel mondo dell’intelligenza artificiale. 

«Tutti i lavoratori sono tenuti, al momento dell’assunzione, a firmare un Nda [non-disclosure agreement, ndr], un accordo di riservatezza», ci racconta. «Questo contratto è relativo al divieto di divulgazione di informazioni specifiche al di fuori dell’azienda. In altre, come Outlier AI, una clausola più specifica impone anche che non si possa parlare in maniera negativa dell’azienda».

Il mondo OpenAi

La prima esperienza nel settore dell’addestramento delle IA è stata in OpenAI.

«Ad agosto scorso una novantina di persone è stata assunta lì per un progetto di un mese nel quale, a seconda della propria area, i lavoratori dovevano preparare un prompt di un paio di pagine scrivendo una storia. Un lavoro soprattutto di tipo creativo. Una parte riguardava anche la valutazione del lavoro di ChatGPT, ma per motivi di riservatezza preferisco non fornire ulteriori dettagli su questo».

L’esperienza con Outlier Ai

Con Outlier, invece, l’organizzazione muta.

«Il tipo di lavoro cambia spesso perché si lavora su progetti diversi», continua. «Il lavoro maggiore svolto lì, per il quale la maggior parte dei clienti paga, è quello di valutare le risposte dei chatbot». Viene presentato un prompt con due risposte possibili: «Il primo fattore da considerare è che le risposte siano veritiere, ricercare che le fonti siano accurate. In secondo luogo, è importante vedere se le risposte riescono a indirizzare con successo la domanda posta, sia a livello esplicito che implicito». Insomma, il dipendente deve capire se l’IA è abbastanza brava a “leggere nella mente” delle persone. «Inoltre, è importante anche escludere tutte le possibili domande che potrebbero risultare pericolose, per esempio… come costruire una bomba [ride, ndr]».

Il caso «dumpster fire»

Molti si sono lamentati di Outlier AI definendolo «a dumpster fire», una sorta di fuoco di paglia. Un tema comune a molte aziende, quando si tratta di intelligenza artificiale.

«Mentre per OpenAI si è trattato di un progetto specifico dove il processo di selezione era individuale, per Outlier il processo è stato molto più generico. Questo la porta ad avere migliaia di persone assunte, che spesso si lamentano per la mancanza di lavoro all’interno dell’azienda. C’è da dire, però, che sono le aziende stesse a mettere subito in chiaro che non si tratta di un lavoro su cui fare affidamento, vista l’alta volatilità di questo nuovo tipo di mercato». Un altro motivo per cui Outlier AI viene definito così è la scarsa comunicazione. «L’azienda continua ad assumere personale e cambia progetti senza avvertire o avere una comunicazione appropriata con chi ci lavora», spiega Nicoletta. «Molti si lamentano anche della paga bassa. Io non ho mai avuto problemi in questo senso, anzi: uno dei motivi per cui ho iniziato a lavorare nel settore era proprio quello. È innegabile, però, che le informazioni sono spesso confuse e contraddittorie: su questo devo dare ragione a chi protesta».

Il tema della privacy

Sembra che queste aziende temano molto per la loro privacy.

«Penso che questi accordi siano abbastanza standard nel mondo tech, proprio perché si viene a contatto con molti dietro alle quinte che potrebbero interessare ai competitor», precisa. «Un altro motivo è la protezione dei clienti, che spesso sono nomi grossi e preferiscono non si sappia a chi si sono rivolti e per quali servizi».

Molti, infatti, temono che l’intelligenza artificiale ruberà il lavoro agli esseri umani, se non peggio.

«A me questi discorsi fanno molto ridere. Perché l’intelligenza artificiale, per come è proiettata nell’immaginario comune, non esiste. Quelli con cui lavoro io sono dei chatbot, sofisticati ma sempre chatbot. Non possono fare nulla se non produrre un testo, immagini e poco altro. Non hanno una mente pensante, perché dietro di loro ci sono sempre persone. È come se fossero dei sofisticatissimi pappagalli, in grado solo di rielaborare informazioni e riprodurle. È solo un algoritmo: di intelligente, in fondo, c’è ben poco».

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