Secondo la definizione offerta dal consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan, l’Inflation Reduction Act è una visione finalizzata ad assicurare che gli Stati Uniti rimangano i leader globali nella manifattura, nella produzione di energia pulita e nell’innovazione. L’Ira è stato varato nel 2022 con l’obiettivo di ridurre l’inflazione attraverso la riduzione del deficit pubblico. Si tratta in realtà di molto più che una semplice misura di contenimento dell’inflazione: è un piano da 370 miliardi di dollari di politica protezionistica volta a perseguire il derisking dalla Cina e reindustrializzare l’economia nazionale. È anche una politica fiscale espansiva, con la quale il governo sostiene gli investimenti nella transizione energetica (auto elettriche, semiconduttori e rinnovabili) attraverso crediti d’imposta per le aziende e sussidi di vario genere. Questi sussidi sono dedicati all’acquisto di veicoli elettrici, alla produzione e agli investimenti per i produttori di prodotti clean-tech (tra cui batterie e componenti utilizzati nella generazione di energia elettrica rinnovabile) e ai produttori di energia elettrica a zero emissioni di CO2, nonché di idrogeno e altri combustibili puliti. L’Inflation Reduction Act è anche un ampio raccoglitore di misure economico-sociali come la riduzione del costo di prescrizione di alcuni farmaci e politiche abitative. Il requisito principale per accedere ai sussidi dell’Ira è che i prodotti e componenti chiave, come quelli legati alle tecnologie pulite, siano interamente fabbricati negli Stati Uniti. Ciò include l’intera catena del valore, dalla produzione dei materiali alla manifattura finale, per promuovere l’industria locale e ridurre la dipendenza da Paesi esteri. Questo requisito mette le aziende non statunitensi in svantaggio, spingendole a investire negli Usa per beneficiare degli incentivi.
Le amministrazioni Trump e Biden hanno mantenuto un approccio simile al protezionismo. Il secondo ha rielaborato molte delle misure introdotte dal primo in funzione anti-cinese. Dal reazionario «make America great again» al più moderato «America is back», il passo è stato breve. Cambiano gli slogan, ma l’approccio no. Per decenni gli Usa hanno impostato il loro impero economico sulla capacità del mercato interno di assorbire beni prodotti dai satelliti, al fine di stringerli a sé, accumulando deficit commerciale. Il nuovo protezionismo americano è figlio della fase di transizione che l’impero sta vivendo. La globalizzazione dell’ultimo trentennio ha comportato l’arrivo negli Usa di prodotti cinesi a basso costo, in cambio della delocalizzazione dell’industria in Asia, con conseguente aumento della disoccupazione e impoverimento della classe media, in particolare nella Rust Belt, la regione compresa tra i monti Appalachi settentrionali e i Grandi Laghi, un tempo cuore dell’industria pesante statunitense. Attraverso l’Ira, Washington intende portare indietro le lancette e tornare a produrre ed esportare, ridisegnando la globalizzazione.
Gli effetti dell’Inflation Reduction Act sull’industria europea
L’Ira presenta alcune criticità per l’Unione europea. Come già detto, il requisito del made in Usa rischia di escludere le aziende europee dalle catene del valore che riforniscono il Nord America, incentivandole a investire direttamente negli Usa per accedere ai sussidi piuttosto che esportare lì i loro beni. Le agevolazioni fiscali mettono le aziende europee in una posizione di svantaggio rispetto ai concorrenti oltreoceano: colpa delle norme Ue sugli aiuti di Stato, che limitando fortemente i sussidi pubblici alle imprese rendono difficoltoso ai Paesi membri attrarre le aziende che intendono investire in nuovi impianti in condizioni competitive con quelle create dalle nuove regole americane. Secondo molti analisti di commercio internazionale, le aziende europee potrebbero addirittura poter avviare un procedimento contro gli Usa presso l’Organizzazione mondiale del commercio lamentando una sorta di concorrenza sleale. Scenario teorico, dato che al momento l’istituto è fuori servizio. Il suo organo di risoluzione delle dispute, l’Appellate Body, è bloccato dal 2019 a causa del veto degli Stati Uniti sulla nomina di nuovi giudici. Gli Usa lamentano una eccessiva interpretazione giuridica da parte del Body, sostenendo che abbia oltrepassato i limiti del suo mandato e compromesso la sovranità americana.
Ma davvero l’Inflation Reduction Act potrebbe rivelarsi così punitivo nei confronti delle aziende europee? Alcuni casi recenti hanno alimentato questi timori. Nel 2023, Volkswagen ha posticipato i piani per una fabbrica in Europa orientale , concentrandosi invece su un impianto in Nord America per approfittare dei vantaggi fiscali. Northvolt, società svedese di batterie, ha considerato di costruire una fabbrica negli Stati Uniti, spingendo in secondo piano i piani per un impianto in Germania. Il gigante tedesco Siemens ha ampliato i suoi investimenti negli Usa, principalmente nel settore delle infrastrutture per l’energia pulita e dei trasporti. L’italiana Enel ha annunciato piani per investire negli Stati Uniti, tra cui un nuovo impianto per la produzione di pannelli solari. Questi esempi evidenziano come le aziende europee stiano rivalutando le loro strategie per accedere agli incentivi offerti dalla politica protezionistica americana. Tuttavia, l’Ira potrebbe aumentare la domanda americana di tecnologie pulite, aprendo nuove opportunità di business per i produttori europei di veicoli elettrici e componenti per le rinnovabili, senza ridurre gli investimenti nell’Ue.
Con Trump contro Harris cambieranno le cose?
Donald Trump e Kamala Harris sembrano avere due posizioni diametralmente opposte sulla conferma dell’Ira nei prossimi anni. Il primo lo ha definito uno dei più grandi sprechi di denaro pubblico, dannoso per l’economia e un ostacolo al settore energetico tradizionale degli Usa. Kamala Harris sostiene fortemente la misura, considerandola una pietra miliare della lotta al cambiamento climatico e della riduzione dei costi per gli americani. Ha avuto un ruolo cruciale nel far passare la legge, con il suo voto decisivo al Senato, e promuove gli investimenti nelle energie rinnovabili e nella produzione di veicoli elettrici.
Guardando i dati emerge, in realtà, come il consenso per l’Ira sia più bipartisan di quanto appaia. Il piano, infatti, ha avuto un impatto notevole in molti Stati repubblicani, nonostante la maggior parte legislatori di quei territori abbia votato contro la legge. Gli Stati repubblicani del sud stanno beneficiando enormemente dei fondi e degli incentivi per l’energia pulita previsti dalla legge. Per esempio, la Georgia, uno degli Stati più conservatori, sta registrando un massiccio afflusso di investimenti nella produzione di energia solare e batterie, tanto che alcune zone sono state soprannominate Battery Belt per l’alta concentrazione di progetti. Anche il Texas, tradizionalmente associato alla produzione petrolifera, sta puntando con forza sull’energia eolica e solare grazie agli incentivi offerti dall’Ira. Questi si sommano poi al conveniente sistema di tassazione statale che incentiva le aziende a investire lì.
Secondo i dati di Bloomberg, nove dei primi dieci distretti del Paese per investimenti in tecnologie pulite sono governati da repubblicani e rappresentano il 38 per cento degli investimenti previsti a livello nazionale. Dei 51 progetti che superano il valore di un miliardo di dollari, 43 sono in distretti repubblicani. Dei primi 25 distretti per investimenti annunciati nella produzione di tecnologie verdi, 21 hanno un rappresentante repubblicano alla Camera e beneficiano di investimenti pari a 119 miliardi di dollari e ottanta mila nuovi posti di lavoro. Esempi di questo andamento includono l’espansione della fabbrica di pannelli solari Qcells in Georgia e un nuovo impianto di batterie della Microvast in Tennessee. Anche il settore dei trasporti, come gli autobus scolastici elettrici in West Virginia, ha tratto beneficio da questi fondi. Questa situazione ha generato un paradosso: nonostante molti rappresentanti repubblicani si oppongano all’Inflation Reduction Act, le loro comunità ne stanno traendo grandi vantaggi economici e ambientali. Così, nonostante la forte opposizione politica, l’Ira sta trasformando l’economia di molti Stati conservatori, aprendo nuove opportunità di lavoro e investimento nelle energie rinnovabili.
La legge rappresenta una svolta significativa nella politica economica e ambientale degli Stati Uniti, con un impatto notevole sia a livello nazionale che internazionale. Le prossime elezioni americane saranno cruciali per determinare il futuro del provvedimento, con visioni opposte tra i candidati principali. Tuttavia, l’Inflation Reduction Act ha già creato benefici tangibili in molti Stati, indipendentemente dall’appartenenza politica, suggerendo che la sua influenza continuerà a modellare il panorama industriale e ambientale americano, indipendentemente dall’esito elettorale. L’Unione europea è avvisata. Inutile aspettare l’esito delle elezioni di novembre: serve al più presto una politica industriale competitiva. Chi siede nello Studio Ovale potrebbe non contare più: siamo entrati in una nuova fase della globalizzazione. Qualcuno, in Europa, lo ha già capito.




