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Il potere del no: trasformare il trauma con il Bdsm

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La sigla Bdsm evoca immagini di violenza e perversioni sessuali, ma è una pratica basata sul consenso e sul benessere dei partecipanti. In alcuni casi, attraverso di esso, si può imparare a trasformare una passata esperienza traumatica in positivo

Basta dire Bdsm per provocare una reazione: risatine, curiosità mista a eccitazione, ribrezzo. Dipende dall’età, dalla cultura e dal contesto. Sono reazioni comprensibili, d’altronde, se consideriamo per cosa sta la sigla: bondage e disciplina, dominazione e sottomissione, sadismo e masochismo. Ogni lettera può avere più significati per incorporare in poco spazio la varietà delle pratiche che fanno parte del mondo Bdsm. 

E se queste pratiche fossero usate da sopravvissuti a una violenza per affrontare e trasformare il proprio trauma? L’uscita del romanzo Cinquanta sfumature di grigio nel 2011, e poi del film nel 2015, ha reso la parola mainstream, ma ha anche creato una profonda incomprensione su che cosa sia e cosa comporti la pratica del Bdsm. Infatti, il libro ignora la regola imprescindibile e fondamentale su cui si basa tutto: il consenso. «Nel Secondo dopoguerra è nato il movimento leather, formato da reduci gay che hanno mantenuto le regole delle gerarchie, degli ordini, dei protocolli, eccetera, ma in chiave erotica», ci spiega Stefano Laforgia di bdmsitalia.org, divulgatore, organizzatore di eventi e insegnante di shibari (antica arte giapponese di legatura). «Queste pratiche, dette sadomaso (da De Sade e Masoch), sono passate anche alla comunità etero. In seguito, si è sentita la necessità di definire la differenza tra il sadomaso consensuale e quello predatorio. Fu creato il famoso acronimo Ssc: safe, sane and consensual. Sicuro; sane che non è sano, ma sensato, cioè “non esagerare, fai le cose con il cervello”; ma soprattutto consensuale».

Come leggiamo in The Complex Interplay between BDSM and Childhood Sexual Abuse, «coloro che rispettano le regole Ssc danno priorità al benessere di tutte le parti coinvolte, si impegnano in una comunicazione aperta e stabiliscono parole o segnali di sicurezza per garantire che qualsiasi attività possa essere interrotta immediatamente se un partecipante si sente a disagio o insicuro» [traduzione dell’autrice].

Un uomo tiene al guinzaglio un altro uomo che indossa una maschera e ha una corda attorno al corpo
Foto di istolethetv

La letteratura scientifica che dibatte la possibilità che il Bdsm faccia parte di un processo di guarigione o rappresenti potenziali pericoli per i sopravvissuti è vasta e in corso da decenni. Abbiamo intervistato alcuni membri della community FetLife per chiedere la loro opinione sull’argomento. Prima di procedere, è doveroso riportare che, a seguito della nostra richiesta, è nato un dibattito acceso all’interno della comunità, seguito da accuse nei nostri confronti di diffondere messaggi sbagliati. È necessario chiarire che non riteniamo le pratiche Bdsm una terapia per curare chi è sopravvissuto a una violenza. Aggiungiamo che si deve affrontare il trauma con l’aiuto di professionisti nel campo psicologico e psichiatrico.

Anche Laforgia lo ha ribadito, precisando che non tutte le persone che fanno Bdsm hanno un trauma e che non tutte le persone con un trauma fanno Bdsm o si avvicinano a esso per quello. «Succede che chi ha subito una violenza scopra nel Bdsm di poter imparare a, diciamo, riscrivere quella memoria, abbinando le sensazioni fisiche simili a quelle che hanno caratterizzato il trauma a sensazioni ed emozioni positive». Continua dicendo che «sappiamo bene che lo stupro non è legato tanto al sesso, quanto al poter fare dell’altra persona quello che si vuole, a prescindere dalla sua volontà. La differenza fra stupro e sesso sta nel contesto in cui avviene l’atto, non nella penetrazione. Per fare un esempio, l’essere picchiati è diverso dall’essere sculacciati in ambito Bdsm. Perché? Perché ci si rende conto di avere un potere che prima non si aveva, cioè quello di potersi fidare del fatto che, se uso una safeword [parola di emergenza, pattuita con l’altro, usata per interrompere l’atto in caso di necessità, ndr], l’altra persona si fermerà».

Una donna tiene al guinzaglio un uomo
Foto di istolethetv

Sandro (nome di fantasia) ci racconta che la sua prima esperienza sessuale, a 16 anni, è stata uno stupro perpetrato dalla ragazza che frequentava. Ora ne ha 55 e «ancora fare sesso normale mi disgusta, mi mette l’angoscia». Sandro conosceva già il Bdsm prima di quella esperienza e, in seguito, ha evitato le relazioni vanilla (cioè non Bdsm) per molto tempo. «Mi sono gettato molto di più nel Bdsm che, per me, è desessualizzato. Io ho sempre fatto il sottomesso, anche lo schiavo 24/7. Il Bdsm è la possibilità di lasciarmi andare e quasi dimenticarmi della parte più propriamente sessuale: per me è più appagante a livello mentale e sessuale». Prosegue: «Con il Bdsm ho trasformato l’ansia di quella volta in cui io dicevo “no, no”, e l’altra persona continuava, in “facciamola continuare, vediamo dove arriviamo”. È stato un cambio di prospettiva: invece di aver paura di trovarmi in una situazione che non volevo, mi ha insegnato che posso lasciarmi andare con qualcuno di cui mi fido».

Sandro ci parla di un’esperienza che ha vissuto con la sua ex moglie, a supporto del fatto che il Bdsm non è solo sesso. «Le avevano diagnosticato un tumore, sei mesi di vita. Non era vero, ma la sua vita era distrutta. La famiglia aveva venduto il bar, stavano pensando al funerale, poi i medici si sono accorti che era sarcoidosi. Lei, da quel momento, non ha più vissuto, perché ogni volta che sentiva le parole “tumore” od “ospedale”, andava in crisi. Aveva attacchi di panico così seri da doverla bloccare, un’agorafobia tale da non uscire di casa. Lei – che se vedeva un ago serviva la camicia di forza per fermarla – alla fine me li metteva o se li faceva mettere. Era impensabile, e solo grazie al Bdsm è successo. Con me, provando con il gioco in una situazione protetta, è riuscita a usare gli aghi di nuovo, a riparlare di tumore. Non c’è stato dottore che l’abbia aiutata in questo. Nella mia esperienza, il Bdsm aiuta nei traumi se ci sono amore e partecipazione. Piano piano siamo arrivati, attraverso il dialogo e la razionalizzazione, a superarlo. “Vedi che l’ago non ti fa niente. Prova su di me”, e alla fine è andata».

Giorgia (nome di fantasia) ha 34 anni e pratica il Bdsm da quando ne aveva 20. Ci racconta che nel 2016 ha subito una violenza sessuale nel bagno di un bar dove il ragazzo con cui aveva bevuto qualcosa l’ha seguita. Non era un appuntamento romantico e, quando Giorgia gli ha parlato di Bdsm, lui ha iniziato a farle domande su pratiche Cnc (consensualità non-consensuale, un accordo in cui il consenso viene dato in anticipo senza sapere cosa accadrà, esempio per un rape play, ma che può essere sempre revocato) e «si è mostrato interessato a volerle provare con me, ma io ero fidanzata, ero stata molto esplicita nel dirgli di no». La sua relazione di otto anni è finita perché Giorgia non riusciva più a entrare in intimità con nessuno, ha anche smesso di praticare il Bdsm per un po’ di tempo. «Quando ho ricominciato a frequentare qualcuno, mi sono sentita tranquilla nell’ambiente del Bdsm. Non ho mai avuto problemi nel lasciarmi andare a determinate pratiche, anzi. Una ragazza che ho conosciuto da poco mi ha raccontato di aver avuto un’esperienza traumatica qualche anno fa e si è bloccata quasi in tutto. Mi ha chiesto: “Ma tu come hai fatto?”. Io sinceramente non so dare una spiegazione. Forse perché so che è tutto molto esplicito, ho un senso di abbandono e di fiducia verso l’altra persona e l’altra persona ce l’ha nei miei confronti. E questo senso di abbandono non mi crea disagio, mi conforta. So che posso cedere il controllo perché lo voglio, so che in qualsiasi momento posso fermarmi e so che verrò ascoltata».

Stefano Laforgia ci spiega che «in ambito Bdsm si usa il termine landmine, mine nascoste, che sono trigger che uno neanche sa di avere e su cui un partner può involontariamente mettere il piede. Sono problematici perché esplodono senza preavviso e, se si è insieme a una persona attenta, ci si ferma. Si cerca di capire, di dare supporto emotivo, perché possa elaborare e comunicare quello che è successo per non ripeterlo». Giorgia si è tirata indietro in una situazione di un rapporto a tre che le ha ricordato la scena del bar, temendo «di rivivere lo stesso fraintendimento. Non ero pronta ad affrontare una cosa del genere. Non era, però, un rapporto importante e soprattutto è successo molti anni fa, forse era troppo presto». In un’altra situazione recente, invece, era con una Domme (dominatrice) di cui si fidava «e, nonostante le insistenze dell’altra persona, la mia dominante ha cercato sempre il mio consenso, mi sono sentita protetta e l’ho vissuta molto, molto bene».

Corpo di due uomini di cui si vede la parte del tronco, uno è legato e l'altro ha in mano un frustino e lo abbraccia da dietro
Foto di istolethetv

«Nel mio ruolo di Dom», ci scrive PwrX, «mi capita spesso che tra i desideri della mia sub ci sia anche quello di migliorarsi o di superare paure e imparare a uscire dalla propria comfort zone. I casi sono i più disparati. Rivivere l’esperienza in un ambiente sicuro, soprattutto attraverso l’aftercare, fa sì che si riesca, a volte, a riprocessare il trauma passato».

Barbara (nome di fantasia) ci scrive in una lunga e-mail: «Ho visto persone (me compresa) cercare di colmare vuoti profondi con il Bdsm e il risultato, il più delle volte, è l’opposto di ciò che si cerca. Si creano attaccamenti morbosi, relazioni instabili in cui la linea tra piacere, sofferenza e dipendenza emotiva diventa indistinguibile. Prima di avvicinarsi a pratiche intense, bisogna prendersi cura di sé, cercare supporto professionale. Tutto il resto funziona solo se dentro c’è una base solida, altrimenti si rischia di peggiorare ferite già profonde». A questo proposito, Laforgia dice che «i traumi non sempre sono fuori dal Bdsm: possono essere avvenuti nelle prime esperienze, perché ci si è buttati senza preparazione. Succede a persone che sono passate da zero a cento e che hanno paura di rifare quelle pratiche perché temono che si ripeta il comportamento del master o della mistress di prima. Qualcuno che non si è fermato, che li ha costretti ad andare oltre i propri limiti, che forse li ha messi davanti a un ricatto morale: “Se sei una vera schiava, se sei un vero schiavo, allora devi fare tutto quello che ti dico”. Ecco perché è importante che chi si avvicina al Bdsm, sia come dom che come sub [sottomesso, ndr], soprattutto se ha un trauma, lo faccia in maniera graduale, studiando, informandosi, conoscendo le persone e la comunità».

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