È un lunedì di primavera a Toronto. La città scorre come ogni giorno lungo Yonge Street, piena di lavoratori in pausa pranzo, famiglie e studenti con lo zaino sulle spalle. Poi un furgone bianco piomba sulla folla: dieci persone perdono la vita, sedici rimangono ferite. A guidarlo è Alek Minassian, venticinque anni, che poco prima aveva affidato a Facebook una dichiarazione tanto breve quanto inquietante: «The Incel Rebellion has already begun», la ribellione incel è già iniziata. Era il 2018. In tribunale spiegò poi che il suo gesto si ispirava a Elliot Rodger, il giovane che nel 2014 in California aveva ucciso sei persone lasciando un manifesto carico di odio contro le donne.
Minassian non era un terrorista legato a ideologie religiose né un estremista politico, ma un giovane che si definiva incel, celibe involontario: un uomo che aveva trasformato la propria frustrazione sessuale in un atto di violenza. La tragedia di Toronto, come prima quella di Elliot Rodger, ha mostrato al mondo come la sessualità non sia un terreno neutro ma possa diventare l’innesco di una brutalità cieca.
La manosfera nasce e cresce attorno a questo nodo: la sessualità è intesa non come relazione tra pari ma come territorio di scontro, in cui i maschi devono riconquistare un potere che sentono perso. In Italia questa logica trova un terreno fertile. Una ricerca pubblicata quest’anno da Elisa Ignazzi, Lara Fontanella e Mara Maretti su Social Inclusion mostra che la manosfera italiana si alimenta di una narrativa che affonda in tradizioni cattoliche, in un immaginario ancora segnato dal modello dell’uomo vittima e in una politica che fatica a proporre modelli diversi. «A livello digitale la manosfera è un fenomeno globale, ma quello che cambia sono i messaggi che la politica italiana manda in termini di maschilità, i messaggi dei media e degli influencer», spiega Sveva Magaraggia, professoressa associata presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca. «Basta vedere il report della Rai sulla parità di genere per accorgersi che c’è ancora molto lavoro da fare».
La dimensione sessuale diventa evidente anche osservando come si strutturano le varie comunità nella manosfera. Gli incel trasformano l’assenza di esperienze intime in risentimento, immaginando le donne come un’élite inaccessibile. I redpill rileggono le relazioni come un inganno orchestrato dal femminismo, convinti che la sessualità femminile sia pura strategia di potere per controllare e manipolare i maschi. I men going their own way (Mgtow), guidati da una misoginia estrema, scelgono di rinunciare del tutto alla vita di coppia, convinti che ogni rapporto eterosessuale sia un tranello. I pick-up artists (Pua) trattano il sesso come una conquista ottenuta con menzogne e manipolazioni. I men rights activists (Mra) vedono nelle leggi sul divorzio, sugli stupri o sulla parità una sottrazione di potere agli uomini. L’Institute for Strategic Dialogue parla di un ecosistema in cui queste narrazioni producono un linguaggio comune di ostilità verso le donne e di diffidenza verso la parità.
Tra queste comunità, i pick-up artists mostrano un aspetto particolarmente subdolo. Manuali, corsi e video Pua riducono l’intimità a una gara in cui la donna è una preda da indebolire. Tecniche come il negging – l’offesa travestita da complimento usata per minare l’autostima altrui – o la menzogna deliberata insegnano a manipolare il bersaglio. In questi ambienti le donne sono trattate come in una caccia, prede da abbattere fino a strappare un consenso che spesso non è del tutto consapevole. Ambienti che poi fungono da porta d’ingresso verso forme di misoginia più estreme: non è un caso che nel Regno Unito l’Home Office (l’equivalente locale del nostro ministero dell’Interno) abbia chiesto di monitorarli, al pari di altri gruppi estremisti.
La distorsione della sessualità, tuttavia, non riguarda solo i Pua. Magaraggia osserva che «per i giovani la tematica dell’incontro con le ragazze è molto delicata. I ragazzi e le ragazze parlano poco, si confrontano poco tra di loro. I ragazzi vivono di rappresentazioni della maschilità cui tendono, ma che non riescono mai a raggiungere». A pesare è anche la carenza di educazione affettiva: «Si confrontano con la sessualità sbandierata nei film porno, senza avere gli strumenti per capire che è una finzione». È qui che la sensazione di inadeguatezza si intreccia con la ricerca di comunità online che alimentano rabbia e rancore.
Questa fragilità individuale viene assorbita in un quadro più ampio, che unisce sessualità e politica. Nella manosfera, la donna emancipata non è solo un problema personale, ma una minaccia collettiva che si affianca a immigrazione, multiculturalismo e globalizzazione. Un report del governo britannico rilasciato nel 2025 ha definito la misoginia un terreno di incubazione per l’estremismo, mentre una ricerca della Cornell University ha mostrato come i network digitali mischino contenuti antifemministi e propaganda radicale. «C’è un filo rosso che collega la manosfera alle retoriche dell’estrema destra e della destra populista», spiega Magaraggia. «Basti ricordare un giovane Matteo Salvini, che salì sul palco con una bambola gonfiabile usandola per attaccare una politica italiana». Un terreno dove la violenza verbale chiama quella fisica, con esiti talvolta imprevedibili. Basti pensare a Charlie Kirk, attivista di 31 anni simbolo dell’alt-right americana ucciso di recente a un comizio. Tra le tante cose, sotto la patina di abile oratore Kirk era un noto misogino, capace di usare parole d’odio con una naturalezza inarrivabile, tanto che poche settimane prima della sua morte aveva commentato il matrimonio di Taylor Swift intimandole di rigettare il femminismo, sottomettersi a suo marito e fare un sacco di figli.
La violenza chiama violenza, le piattaforme fanno il resto. Figure come Andrew Tate (influencer della manosfera con numerosi precedenti penali e accusato di sequestro di persona, traffico di esseri umani e sfruttamento della prostituzione da pubblici ministeri di Romania e Regno Unito, bandito dalla maggior parte dei social a causa dei suoi commenti violenti, sessisti e misogini) hanno guadagnato enorme visibilità su TikTok e YouTube, diffondendo un modello maschile basato sul potere sessuale e sul dominio. Quando questi contenuti sono stati limitati, molti gruppi si sono trasferiti su Telegram dove misoginia, complottismo ed estremismo politico si mescolano senza filtri in ambienti chiusi, privi di vigilanza.
La sessualità non è solo il punto di partenza della manosfera, ma il suo collante. Le relazioni intime diventano il campo di battaglia in cui misurare il successo maschile, ed è per questo che le parole rischiano di farsi azione, come per Rodger e Minassian. In Italia non si sono verificati episodi simili, ma il pericolo sta nel modo in cui questi discorsi normalizzano una narrazione che non ha nulla di oggettivo.
La risposta non può ridursi alla censura. «Per costruire alternative dobbiamo permettere ai giovani ragazzi e ai bambini di avvicinarsi alla cura: dobbiamo rompere il diktat che virilità e cura non sono compatibili», insiste Magaraggia. «Si può prendere esempio dai Paesi del Nord Europa, insegnando ai bambini a pulire, cucinare e prendersi cura gli uni degli altri, e insegnando alle bambine a essere assertive». Un cambio di prospettiva che significa anche celebrare i padri che prendono il congedo parentale e le madri che scelgono di tornare a lavorare dopo la nascita dei figli.Toronto ha mostrato che la sessualità può trasformarsi in odio quando viene distorta in comunità chiuse e autoreferenziali. In Italia i segnali di questa deriva sono già visibili nei forum e nei canali che riducono il consenso a un ostacolo. La domanda non è più se questi modelli possano attecchire anche qui, ma se avremo il coraggio di spezzare la catena prima che sia troppo tardi.



