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Climate pride, una performance tra umani e la multispecie terrestre

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Con un approccio multispecie, una rete di associazioni ambientaliste e sociali propone una risposta alla crisi ambientale tra “artivismo” e biologia politica

«Un’alleanza tra associazioni, movimenti sociali ed ecologici e la multispecie, fatta di animali, piante, batteri, funghi e virus, che racconta delle soluzioni che già esistono e che al tempo stesso pensa come ricreare un nuovo equilibrio sociale». Con queste parole Valerio Gatto Bonanni, artivista e coordinatore del Climate Pride, definisce questo movimento nato all’interno di una formazione con i giovani di Legambiente nel tentativo di creare una mobilitazione durante la Cop 29. Oggi è un’alleanza multispecie e di movimenti per la giustizia climatica planetaria che conta più di 73 realtà, dal sociale all’ecologico, che hanno firmato il manifesto e che partecipano attivamente alla causa.

Le conferenze delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici, o conferenze delle parti (Cop), sono nate per valutare i progressi nell’affrontare il cambiamento climatico e per cercare strategie per contrastare la crisi climatica. Dalla loro prima edizione (nel 1995 a Berlino), alcuni momenti hanno avuto un particolare risalto per l’opinione pubblica. Basti pensare alla Cop 21 di Parigi, del 2015, dove furono stilati i ben noti accordi di Parigi, aventi l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto della soglia di 2° Celsius oltre i livelli pre-industriali e di limitare tale incremento a 1,5°C  entro il 2050. Un obiettivo individuato seguendo gli scenari valutati dal Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici (Ipcc), che ormai appare un miraggio. Gli attivisti e gli scienziati stessi vengono sempre più marginalizzati in queste conferenze, evidenziando come sia necessario un nuovo approccio per affrontare la crisi climatica.

È in questo contesto che hanno trovato spazio i desideri di molte associazioni di natura e provenienza diversa, che, spiega Bonanni, «agli intrecci mortiferi che ci trascinano nella crisi climatica vogliono contrapporre intrecci collettivi». Intrecciandosi nelle loro convergenze comuni, le associazioni hanno dato alla luce il Climate Pride. «Una grande performance tra umani e la multispecie terrestre». Un incrocio che permette di creare solidi pilastri che possano modificare lo storytelling che si è costruito intorno alla crisi climatica. Bonanni sottolinea l’importanza di avere linguaggi nuovi anche usando vecchie metodologie, per far sì che si possano «avere più alleati, persone e strumenti e per far sì che i movimenti per il clima possano andare avanti».

Il Climate Pride è fondato su un’idea non antropocentrica dell’ecologismo e proprio per questo non è un movimento bipede. Le gambe sul quale si muove sono molteplici e in continua crescita. Bonanni considera il cuore del movimento l’alleanza tra le parole intersezionalità, intesa come «l’interconnessione dei diritti sociali, ecologici e femministi», ed ecocentrismo, inteso «come insieme di rapporti e di relazioni», non dimenticando di porre l’accento sulle «soluzioni che scienza e tecnologia ci danno per passare verso un modello di sviluppo diverso». La scienza, la tecnologia e l’esperienza ci forniscono una risposta alla crisi ambientale che permette di costruire un altrove possibile. Altre soluzioni sono evidenti se si prendono come esempio le organizzazioni sociali non umane, la simbiosi tra regni diversi, la produzione di energia e di reti sociali, per imparare dalla biologia politica e dalle relazioni multispecie al fine di uscire da un’ottica antropocentrica.

Finora, il Climate Pride ha organizzato due eventi di mobilitazione nazionale: a Roma, il 16 novembre 2024, e a Bologna, il 12 aprile 2025. Per Bonanni, «mobilitazioni del genere servono per sostenere una massa culturale e chi fa advocacy presso l’Onu e i governi». L’ambizione del Climate Pride è far sì che l’infrastruttura materiale, che permette di creare le basi fisiche della conversione ecologica, diventi un’infrastruttura culturale. Quest’ultima passa anche attraverso il linguaggio artistico, divenendo “artivismo”. La parola artivismo, di derivazione anglosassone, nasce dalla crasi tra le parole arte e attivismo e associa «il linguaggio artistico alla mossa del cavallo negli scacchi, che non muovendosi in modo simmetrico riesce a scavalcare le difese; difese che vanno dal mainstream politico dei media e delle multinazionali alle barriere mentali».

Immagine in copertina di Joyel Nelson

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