Quando per la prima volta si è affacciato dalla Loggia delle Benedizioni, Robert Francis Prevost aveva gli occhi quasi lucidi e reggeva un foglio con degli appunti, forse per assicurarsi di pesare ogni parola del suo primo discorso con cura. Da quel momento in poi, il mondo lo avrebbe conosciuto come Leone XIV. Un papa ancora da capire e comprendere, ma di cui sappiamo già molto.
«È un pontefice quieto, che cerca e che vorrà usare la quiete come modo di vivere e di essere cristiani nel Ventunesimo secolo», ci spiega Camillo Barone, giornalista del National Catholic Reporter, quindicinale cattolico statunitense di orientamento progressista. «Ha “timore e tremore”, per citare le sue stesse parole. Timore, perché è consapevole della gravità del proprio compito; tremore, perché sente tutta la sproporzione fra le sue forze e la Chiesa che si trova a guidare. Ha paura, soprattutto, di una Chiesa a più velocità: c’è chi corre avanti, come in Germania, Canada, una parte degli Stati Uniti, Sud America e Australia, e chi, invece, sembra tornare indietro o procedere al passo più lento possibile, come avviene in Africa, in vaste zone dell’Asia, in parte degli Usa e nell’Europa dell’Est. Il sogno di unità, lo ha chiamato così nell’omelia del 18 maggio, è la sua stella polare. Resterà solo un sogno? Non lo sappiamo. Ma è ciò che fin da ora lo preoccupa di più».
Mantenere coesa la Chiesa non è l’unica grande prova che Leone XIV si trova ad affrontare. Il suo pontificato ha preso il via in una delle fasi storiche più turbolente degli ultimi settant’anni: il Medio Oriente ribolle, con Gaza da cui, per citare una sua recente dichiarazione durante l’udienza del mercoledì del 28 maggio, «sale il pianto di chi ha perso un figlio»; sul suo tavolo, anche l’invasione russa dell’Ucraina, con l’ipotesi ventilata da più parti di sfruttare proprio il Vaticano per eventuali colloqui di pace. La sua agenda è dunque in continuità con quella del suo predecessore. «Sarà cauto, gentile, istituzionale, e lo sarà con tutti i capi di Stato. Temo, però, che lo affliggerà la “maledizione di papa Francesco”», ci dice Barone. «I leader mondiali non credono più che il Vaticano possa fungere da mediatore nei conflitti internazionali. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, il 23 maggio, ha detto che la Santa Sede non può essere considerata una terza parte indipendente. Così Prevost rischia di restare un Papa “disperato e disperante” per la pace, come Bergoglio prima di lui».
Se la politica estera può considerarsi in continuità con chi lo ha preceduto, diverso il discorso sul piano dottrinale. «I colloqui che ho avuto con più cardinali, elettori e non, mi portano a pensare che questi lo abbiano voluto come figura di compromesso: non per frenare a tutti i costi il vento di Francesco, ma per procedere con estrema cautela sui dossier spinosi. Bergoglio non ha cambiato di una virgola dottrina e catechismo, ma ci aveva abituato a esternazioni che hanno cambiato la storia della comunicazione del Vaticano. Potremmo non rivedere quelle celebri dichiarazioni fuori protocollo che hanno segnato il suo pontificato». E, soprattutto, secondo Barone non ci sarebbero da aspettarsi passi sostanziali su temi sociali molto cari ai laici battezzati. «Credo che l’inclusione delle persone Lgbtqia+, il sacerdozio o diaconato femminile, la comunione ai divorziati e ai risposati saranno “congelati” per anni».
Oltre che su questi temi sociali, è probabile che Leone XIV si discosterà dal suo predecessore anche rispetto al rapporto con la stampa. «Sappiamo che il Santo Padre ci legge, per noi questo è motivo di orgoglio e responsabilità. Ma credo che siamo di fronte a un papa molto istituzionale, da questo punto di vista», ci spiega Barone. «Bergoglio alzava la cornetta, telefonava ai cronisti che stimava, li riceveva a Santa Marta, dava scoop senza chiedere permessi. Leone XIV non farà nulla di tutto questo, per stile personale e per scelta programmatica. Non mi sorprenderebbe se concedesse la sua prima intervista a un organo vaticano. Dovremo “leggerlo” nelle omelie, nei discorsi, e nelle sue decisioni di church politics».
A proposito di Chiesa e politica, un’altra questione nodale del nuovo pontificato riguarda il rapporto con gli Stati Uniti di Donald Trump e J.D. Vance. Da più parti, i commentatori politici hanno provato a tirare Prevost per la giacchetta ancor prima del suo primo discorso, ipotizzando o che la sua provenienza geografica potesse essere un’emanazione del potere trumpiano, o che invece Leone XIV potesse recitare la parte del suo antagonista. «Anche da questo punto di vista si muoverà con cautela», commenta Barone. «L’ha mostrato accogliendo J.D. Vance con “estrema grazia”, come ha raccontato quest’ultimo al New York Times, pur affrontando temi su cui sappiamo esserci frizioni, come l’immigrazione: ricordiamo che Prevost aveva perfino retwittato un editoriale del National Catholic Reporter che criticava in modo duro la lettura teologica di Vance, con cui non mancano le divergenze. Ma Leone XIV sa bene che la Chiesa statunitense è forse la più polarizzata del mondo; qualsiasi parola mal calibrata rischia di esacerbarne il clima. Perciò ci andrà con i piedi di piombo». Secondo Barone, ciò che più di ogni altra cosa potrebbe darci una risposta saranno le sue scelte relative ai viaggi: «Accetterà l’invito di Trump alla Casa Bianca? Parlerà al Congresso durante questa legislatura? O aspetterà che finisca, prima di tornare negli Stati Uniti? Ogni scelta sarà letta come segnale di campo. E lui lo sa».

Un altro quadrante del mondo che rappresenta una sfida per il nuovo pontefice è l’Asia, con la questione cinese al centro del contendere. Lo Stato della Città del Vaticano è tra i pochissimi al mondo ad avere relazioni diplomatiche con Taiwan e dal 2018 Francesco ha stipulato l’accordo sino-vaticano sulla nomina dei vescovi, di cui quasi nessuno conosce il contenuto e che è da poco stato rinnovato fino al 2028. «Finora nulla lascia pensare a un cambio di rotta sul tema», precisa Barone. «Leone XIV ha inoltre confermato il cardinale Pietro Parolin a Segretario di Stato. È noto che nei porporati latinoamericani – Prevost compreso, visto che è stato vescovo in Perù – c’è la convinzione che sia meglio un accordo imperfetto che un vuoto pericoloso per i cattolici cinesi. Le voci contrarie esistono, ma sono minoranza e, a mio avviso, si ridurranno».
Anche se Prevost è tra i cardinali creati da Papa Francesco, coesistono aspetti di novità, di continuità e di rottura con il suo predecessore. «Francesco è stato amatissimo dai laici battezzati e dalle suore; meno dal clero di curia, soprattutto quello romano, che ha spesso sentito il peso del suo bastone», commenta Barone. «Ha predicato più con i gesti che con le parole, mostrando che la Chiesa deve stare accanto a chi soffre e a chi vive ai margini, a prescindere se questi sia ricco o povero. Ha spesso operato un forte richiamo al ritorno alla pastorale più povera e più umile, che la Chiesa – o quantomeno una parte di essa – aveva dimenticato». Leone XIV, in un certo senso, è il prodotto di questo pontificato. «Fu Francesco a mandarlo – come semplice vescovo – in una diocesi poverissima del Perù, dove si è plasmata la sua spiritualità. Ora quel vescovo, divenuto prima cardinale, poi Papa, dovrà tentare di ricucire le lacerazioni di una Chiesa globalmente divisa. Se riuscirà a trasformare la sua “quiete” in una nuova unità, allora potremo parlare di un miracolo storico».
Breve storia di Robert Francis Prevost, Leone XIV – Clicca per approfondire
Robert Francis Prevost nasce il 14 settembre 1955 a Chicago, in una famiglia di radici francesi, italiane e spagnole. Dopo gli studi secondari con i Padri Agostiniani approda alla Villanova University, dove si laurea in Matematica nel 1977; lo stesso anno entra nel noviziato dell’Ordine di Sant’Agostino, emettendo i voti solenni nel 1981. Ordinato sacerdote a Roma il 19 giugno 1982, completa il dottorato in Diritto canonico all’Angelicum e parte per il Perù, dove trascorre quasi vent’anni fra missioni e formazione del clero, fino a diventare una figura di riferimento nella diocesi di Trujillo. Nel 1999 è eletto priore provinciale negli Stati Uniti e, due anni dopo, priore generale dell’intero Ordine agostiniano, incarico che ricopre fino al 2013. Papa Francesco lo invia quindi in Sudamerica come amministratore apostolico di Chiclayo, consacrandolo vescovo il 12 dicembre 2014; nel 2015 diventa ordinario della diocesi. Rientrato in Curia, il 30 gennaio 2023 è chiamato a guidare il Dicastero per i Vescovi e, nel concistoro del 30 settembre, creato cardinale. Il 6 febbraio 2025 è promosso cardinale-vescovo di Albano. Durante il conclave dell’8 maggio 2025 viene eletto 267º Pontefice con il nome di Leone XIV, primo statunitense e primo agostiniano a salire al soglio di Pietro; il 25 maggio prende possesso della cattedra lateranense dichiarando «Sono romano!». Ha scelto come motto papale In Illo Uno Unum (Nell’unico Cristo siamo uno), ripreso da sant’Agostino; nel suo stemma campeggiano un giglio mariano e il cuore ardente dell’Ordine.



