C’è una tradizione che alcuni figli e nipoti del sud Italia ascoltano con curiosità da generazioni. Una pratica nata dal bisogno di dare un nome a ciò che non si vede, ma che si teme. Non si limita a spiegare l’ignoto: prova a tenerlo a bada. Un rito che parla anche di noi, che ci sentiamo più razionali e superiori a chi crede nella magia. Sbagliando, forse.
Silvana è nata negli anni Cinquanta in un paesino dell’entroterra calabrese, lontano dal mare e ancor più distante da quell’Italia che correva verso la modernità. Un contesto in cui fede cattolica e pratiche magiche non si escludevano, ma convivevano in intrecci di riti e credenze. Lì ha trascorso i suoi primi vent’anni, assorbendo un modo di interpretare il mondo che ancora le appartiene. Della sua infanzia ricorda come sua madre dava un senso ai malesseri di familiari e amici. «Quando erano fiacchi, avevano mal di testa, dolori alle ossa o erano giù di morale, non li accompagnava dal medico. Diceva: “li adocchiaro”, nel senso che avevano fatto loro il malocchio». Fare il malocchio, fare una fattura, adocchiare. Sono tutti termini gergali per definire il sortilegio provocato da chi «adocchia», guarda. Uno sguardo che può essere invidioso, curioso o ammirato, ma comunque capace di trasmettere uno stato di malessere. «Per proteggersi, molti tenevano un ferro di cavallo sopra la porta di ingresso di casa, oppure indossavano una ciondolo a forma di corna», spiega Silvana. «Dicevano che quegli amuleti servivano a far crepare gli invidiosi».
Come diverse persone del circondario, la madre di Silvana credeva che «il malocchio si potesse curare con un rituale» e veniva chiamata per «praticarlo anche a sconosciuti». Comunità di provenienza diverse (principalmente in Calabria e Puglia) lo definiscono in modi differenti, chi «affascino» e chi «spummico», come Silvana. Ne esistono piccole varianti, ma la struttura è pressoché identica. Silvana ha visto spesso “spummicare” e si offre di mostrarcelo, seppur omettendo le preghiere che sarebbe previsto sussurrare. «Non vorrei fare peccato», ci spiega, con una disponibilità che nasconde una certa apprensione per conseguenze che non riesce a immaginare. Nonostante ciò, continua a definirsi «una dei pochi del paese che non ci credeva». Riempie un piatto con un po’ d’acqua e mette dell’olio in un cucchiaio. «A questo punto», lo dice, ma evita di farlo, «bisognerebbe passare il piatto sopra la testa di chi si presume abbia il malocchio». Seguirebbe una serie di preghiere. «La regola vuole che possono essere tramandate solo a mezzanotte di Natale». Poi immerge la punta del dito nel cucchiaio dell’olio e fa scivolare tre gocce di olio nel piatto d’acqua, cercando di formare un triangolo che immagina strizzando un po’ gli occhi. «Se almeno una goccia si allarga o si formano piccole palline, allora il malocchio c’è». Altrimenti, il malessere ha altre cause. Si getta quindi l’acqua e, se il malocchio c’è, lo spummico viene ripetuto fino a quando le gocce non rimangono strette. «Se alla settima volta sono ancora larghe, si aggiunge del sale a forma di croce nel piatto e si prosegue fino alla tredicesima. Se anche alla tredicesima rimangono larghe, si interrompe e si riprova il giorno dopo».
Silvana ripete che non crede né al malocchio né all’efficacia dello spummico, ma non è immune ad altre credenze simili. Ricorda, per esempio, che fino a qualche mese fa era convinta che le paralisi del sonno fossero «il modo in cui Satana viene a prendere i vivi per portarli con sé». Glielo aveva confidato la madre e lei ne aveva conservato la memoria per decenni. Le aveva anche suggerito che «l’unico modo per scacciarlo e potersi svegliare fosse bestemmiare». Strano, in un contesto tanto devoto, ma lei si era fidata e quindi, racconta, «bestemmiavo ogni volta che succedeva. E, già che c’ero, tenevo un rosario sotto al cuscino».
Non ci paia strano. «C’è chi evita che i gatti neri gli attraversino la strada», osserva Cristina Papa, antropologa e presidente della Fondazione Alessandro e Tullio Seppilli. Tendiamo a pensarci più razionali di chi ha tentato di spiegare l’ignoto prima di noi. «Ma è un atteggiamento di chiusura, che può essere considerato etnocentrico, come se il pensiero razionale sia l’unico legittimato a spiegare il mondo e guidarci nell’agire, senza contare che molte nostre azioni e spiegazioni sono tutt’altro che razionali», commenta. Cambiano le forme, non la logica: l’essere umano resta alla ricerca di spiegazioni semplici per fenomeni che non riesce a comprendere e controllare. «Non succede perché rifiutiamo la ragione, ma perché in noi convivono appartenenze culturali diverse e anche perché, per quanto la scienza abbia progredito, non tutto è stato compreso», spiega Papa. «Se non capisco perché una brutta malattia abbia colpito proprio me, cerco spiegazioni nelle mie azioni quotidiane. Se però ho seguito le nostre pratiche salutistiche, allora penso che non dipenda da me, ma dal caso, o cerco l’eziologia della malattia in altri», aggiunge.
Niente di storicamente superato. «Considerando la società contemporanea, forse nessuno è immune dal ritenere che esista una sfera incontrollabile che può influenzare la nostra vita». Le chiediamo quindi quanto il tema possa essere in relazione con la manifestazione, un fenomeno piuttosto diffuso tra le nuove generazioni che consiste nell’esprimere consapevolmente i propri desideri e obiettivi attraverso parole, pensieri o visualizzazioni, con l’intento di attrarre nella propria vita ciò che si desidera. «È un po’ il meccanismo del malocchio, ma al contrario, perché in entrambi i casi si tratta di un potere del pensiero sugli accadimenti», spiega. «Volere fortemente una cosa spinge a ottenerla, ma è altrettanto necessario avere anche una strategia di azione».
Le pratiche come l’affascino hanno inoltre una forte componente di ritualità. «Fa parte dell’organizzazione umana. Non esiste società che non abbia rituali, ma sono diversi nelle diverse società», sottolinea Papa. «Ci sono anche rituali di accompagnamento di fronte a passaggi di vita. Ai miei tempi, per esempio, ci si sposava di più, mentre oggi viene ritualizzata più la laurea che la convivenza».
’è poi un’ultima questione. Silvana ci aveva detto che, secondo lei, «le persone vedevano qualcuno guardarli e, talmente convinti che il mal di testa potesse arrivare, finivano per averlo davvero» e che solo chi crede nella sua efficacia potesse trarre beneficio dall’affascino. Chiediamo quindi a Papa se si possa parlare di effetto placebo. «Il convincimento che una pratica funzioni fa riferimento all’influenza di aspetti psichici su quelli corporei», ci spiega. «Può essere che a una persona venga mal di stomaco se è sempre preoccupata, date le condizioni di tensione anche corporea».
Silvana conclude la nostra chiacchierata ripetendoci, di nuovo, che non crede nel malocchio. Eppure, durante lo spummico aveva evitato di pregare «per non fare peccato». Forse è proprio lì, in quel confine tra fede e incertezza, che sopravvivono queste credenze. E con loro, anche un pezzo di noi.



