Era il 2009 quando la psicologa sociale Melanie Joy, nel suo saggio best-seller Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche, coniava per la prima volta il termine «carnismo». Si riferiva a «quel sistema di credenze» che rende il mangiare la carne non tanto una scelta quanto, invece, «una cosa determinata, naturale», che rappresenta «il modo in cui le cose sono sempre esistite e il modo in cui le cose saranno sempre». Dagli anni Duemila a oggi, però, il popolo che propone un’alimentazione vegetale e cruelty-free è sensibilmente cresciuto. Secondo l’ultimo Rapporto Italia di Eurispes, dal 2014 al 2024 il numero di persone che si dichiarano vegane è quadruplicato, costituendo, insieme ai vegetariani, il 10 per cento degli italiani.
Tuttavia, anche i pro-veg più ottimisti ritengono questi numeri marginali rispetto all’attuale consumo di carne nazionale: ogni italiano ne mangia (o spreca) in media 78 chili ogni anno, cioè un chilo e mezzo a settimana, ben oltre il limite massimo (400 grammi) raccomandato dall’ente nazionale di ricerca C.r.e.a nelle Linee guida per una dieta sana. Tale quota di consumo è resa possibile solo grazie all’ingente produzione di carne che rende l’Italia, con oltre 23 milioni di capi allevati, la quarta in classifica tra i Paesi Ue: per ogni 100 abitanti ci sono circa 11 mucche, 14 maiali, 11 pecore e 2 capre destinate al consumo alimentare.
L’emergere di una comunità che promuove una transizione alimentare verso il consumo di prodotti vegetali ha generato una forte polarizzazione. Da un lato, i sostenitori dell’ideologia antispecista; dall’altro, chi rivendica la centralità della carne come simbolo di tradizione culinaria e alimento essenziale. Fabio Andreoli, biologo nutrizionista ed ex campione europeo di judo, racconta: «A 19 anni, per motivi etici, smisi di mangiare carne e fui escluso dal circuito agonistico. Dopo incontri forzati con medici e nutrizionisti che prefiguravano rischi gravissimi per salute e carriera, lasciai lo sport». Laureatosi in Scienze della nutrizione, ha fondato Vegan Coach, rete che offre assistenza personalizzata a chi sceglie una dieta vegetale. «Ti fanno credere che il ferro lo puoi prendere solo dalla carne, gli omega-3 solo dal pesce e che chi è vegano non può fare l’atleta: tutte falsità che ho smascherato solo grazie allo studio».
Se però oggi la comunità scientifica è concorde nell’evidenziare i danni del consumo eccessivo di carne e l’impatto ambientale della zootecnia, la politica del governo italiano sembra andare in direzione opposta. Il ministro dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste (Masaf), Francesco Lollobrigida, è divenuto il primo e più autorevole portavoce delle rivendicazioni di Coldiretti, associazione – privata e maggioritaria – di rappresentanza degli agricoltori e allevatori italiani. Non a caso, tra i deputati eletti da Fratelli d’Italia nel 2022 figura l’ex direttore regionale di Coldiretti Aldo Mattia, oggi membro della Commissione ambiente, territorio e lavori pubblici. Dal gennaio 2025, invece, a capo del Gabinetto del Masaf si trova Raffaele Borriello, ex referente legislativo e delle relazioni istituzionali di Coldiretti. Questa fitta rete di rapporti e interessi spiegherebbe il costante e cieco abbraccio da parte di Lollobrigida alle campagne avviate da Coldiretti, spesso fondate su interessi politici piuttosto che su reali basi scientifiche.
Basti pensare alla significativa storia della legge 172/2023, che ha reso l’Italia il primo e unico Paese al mondo a vietare la produzione, il commercio e perfino la detenzione della carne coltivata. A gennaio 2023, Coldiretti avviava una raccolta firme contro la carne (così ribattezzata) sintetica, allertata dalle emergenti potenzialità di una tecnologia che, secondo la comunità scientifica, permetterebbe di creare carne in laboratorio, eliminando la necessità di allevare e uccidere l’animale. Dopo qualche giorno dal raggiungimento dell’auspicato mezzo milione di firme, il 7 aprile i ministri Lollobrigida e Orazio Schillaci (Salute) presentavano un disegno di legge che, grazie a una tempistica record per la nostra Repubblica, veniva discusso e votato prima al Senato il 18 luglio e, poi, alla Camera il 16 novembre, divenendo legge con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del 1 dicembre 2023. La norma, per altro, a detta di molti giuristi rimarrà del tutto inapplicata in qualsiasi caso: la disciplina dei novel foods, come la carne coltivata, infatti, rientra tra le competenze dell’Unione europea e l’eventuale proibizione di un prodotto ritenuto idoneo a essere commerciato dall’Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare) violerebbe il principio della libera circolazione delle merci.
Ma la crociata carnista del governo non si è fermata qui. Altra campagna storica di Coldiretti è, infatti, la lotta al meat sounding, la commercializzazione di prodotti vegetali che richiamano per nome, consistenza o gusto il loro corrispettivo alimento di origine animale. Vittima di questa particolare schermaglia semantica è stata l’attività di Barbara Ferrante, il Caseificio Vegano, sito a San Matteo della Decima in provincia di Bologna. Barbara, dopo un lungo periodo di produzione domestica, circa un anno fa ha dato vita con altri partner alla società che oggi vende prodotti a base di latte di soia, mandorle e farina di fave con aromatizzazioni naturali che evocano il sapore di formaggio. Nel novembre 2024, però, con una diffida i funzionari del Masaf notificavano agli esercenti la violazione del regolamento Ue n. 1308/2013, con il quale, secondo l’interpretazione ministeriale, sarebbe vietato utilizzare la parola “formaggio” associandola a prodotti non latteo-caseari.
«Ci siamo trovati, da un giorno all’altro, minacciati da un aut-aut: o cambiavamo i nomi ai nostri prodotti oppure rischiavamo una multa fino a centomila euro», racconta Barbara. Nonostante la sua combattività, lei e il suo team, coadiuvati da un legale, hanno deciso di rispettare il diktat del ministero, evidando così una battaglia giudiziaria potenzialmente pericolosa e costosa. «Abbiamo anche dovuto cancellare tutti i post dai social nei quali chiamavamo i nostri prodotti “formaggio vegano”, per specifica indicazione del ministero», specifica Piero Cavina, socio del caseificio. «Questo ha inciso profondamente sulla diffusione online del nostro marchio e, quindi, sulla nostra crescita economica». Oggi sul sito l’espressione “formaggio vegetale” è stata sostituita con “forma vegana”, con buona pace di Coldiretti e del ministero dell’Agricoltura.
La convergenza tra governo, lobby agroalimentari e narrazioni identitarie appare sempre più salda. E si spinge talvolta fino al complottismo alimentare, che dipinge le proteine alternative come minacce oscure, strumenti delle élite globaliste per controllare i popoli. In questo clima, ogni tentativo di innovazione agroalimentare diventa un terreno di scontro ideologico: così, mentre altri Paesi investono in ricerca, in Italia si moltiplicano leggi e divieti pensati più per rassicurare l’elettorato che per affrontare le sfide ambientali e sanitarie del futuro.



