Un barbiere romano (incarnato da Fabrizio Rongione), beandosi online di teorie cospirazioniste, si convince che il lampione davanti al suo negozio gli invii oscuri segnali in codice. È Il complottista, esordio del ventinovenne Valerio Ferrara scritto con Alessandro Logli e Matteo Petecca. «Volevamo chiarire che chiunque può essere un complottista. Io ho molto rispetto per queste persone», spiega il cineasta, e lo fa con un film che esemplifica lo stato in cui versa oggi il nostro cinema, sia per il tema – «in Italia non era ancora stato fatto un film sui complottisti, all’estero sì», nota il regista – che per i modi in cui è stato prodotto, promosso, distribuito e dibattuto in sala.
Gli autori, per realizzare questa commedia agrodolce a sfondo sociale, hanno impiegato quasi cinque anni: «Tutto è iniziato sul finire del 2020, quando abbiamo scritto il cortometraggio Il barbiere complottista, girato nel 2021. Finite le riprese ci siamo resi conto del potenziale narrativo e inesplorato del mondo ‘complottista’ e abbiamo così scritto un soggetto di lungometraggio. Nel frattempo il corto è premiato a Cannes nel 2022 e lo stesso anno abbiamo trovato la produzione che ci ha permesso di realizzare il film, girato nell’estate del 2023 con un budget contenuto». Dopo la selezione ad Alice della Città 2024, costola competitiva della Festa del Cinema di Roma, sono passati sei mesi prima dell’approdo in sala nel 2025. Ancora Ferrara: «Nel mercato italiano l’offerta è sempre altissima. Per un esordio trovare spazio non è facile, così abbiamo pensato di fare un tour, e ne è valsa la pena».

Tour anticipato da una promozione intensa, senza grossi precedenti nel panorama distributivo italiano: «Abbiamo lanciato una pagina social di finte teorie cospirazioniste che ha raggiunto un milione di visualizzazioni e quattromila follower in sole tre settimane. Poi abbiamo rivelato che dietro tutto questo c’era un film». Strategia vincente: «Dal 2 aprile a inizio luglio, con meno di una presentazione in sala al giorno, abbiamo incontrato più di seimila persone».
Perché «quello dei complotti è un tema di richiamo», osserva il regista. «Ai dibatti c’è sempre grande partecipazione. Abbiamo convinto i cinema a lasciarci spazio dopo il film. E non è scontato, perché molti hanno tempi serrati tra le proiezioni. Altri, invece, sono abituati: al King di Catania c’erano duecento persone molto preparate e interessate. Al Cinema delle Provincie di Roma, che di solito non proietta film di prima visione, il pubblico ha riempito la sala e discusso con noi, e così in tante altre realtà italiane che ci hanno accolto a braccia aperte». Le reazioni sono discordanti: «C’è chi da anti-complottista riconosce che persone così gli assomigliano e chi invece, fieramente complottista, lo vive come un film drammatico».
Insomma, questo film mostra come spesso i nuovi registi siano sempre di più, oltre che autori, anche i promotori del loro stesso film.
Una lettera aperta inviata il 13 maggio 2025 dal cinema italiano al ministro della Cultura Alessandro Giuli e alla sottosegretaria Lucia Borgonzoni sottolinea lo stato di salute del cinema italiano. Nella missiva si nota come la «complessiva incertezza normativa e i ritardi, generati in primis dall’operato del governo nella gestione della riforma del tax credit, hanno causato una crisi di sistema che ha colpito molte produzioni, soprattutto le più piccole e indipendenti, e ha lasciato senza lavoro centinaia di lavoratrici e lavoratori».
A oggi, dopo un incontro tra Giuli e le associazioni di categoria, nessun correttivo è stato varato. Non giova in questo caso la propaganda di giornali vicini all’esecutivo (La Verità e Libero su tutti) che da settimane pubblicano tabelle solo su finanziamenti di film ad alto budget, come se fossero attori e registi a ricevere direttamente i soldi, diretti o legati al tax-credit, e non invece i produttori, ignorando le decine di piccole produzioni rimaste da quasi due anni senza sovvenzioni.



