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Dacci oggi la nostra vitamina quotidiana: il bluff degli integratori

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Sono state scoperte poco più di un secolo fa e vendute da subito come rimedi miracolosi, contro le raccomandazioni dei medici. Oggi il mercato degli integratori vale miliardi e i loro benefici continuano a venire esaltati ben oltre ciò che possono fare

Il mercato di integratori alimentari, vitamine e sali minerali, in Italia, vale 5,2 miliardi di euro, con un’impennata del 5,5 per cento nel 2024. Ogni stagione ne prevede di specifici: in estate promettono di reintegrare i minerali persi con la sudorazione o di aumentare l’energia. In altri casi, alcune aziende, sfruttando l’idea che un prodotto naturale sia sano, consigliano di prendere gli integratori al posto di farmaci prescritti per curare malattie più o meno gravi, con conseguenze anche fatali.

A questo proposito, abbiamo fatto alcune domande a un divulgatore scientifico, Matteo, nome di fantasia. Ci racconta che l’industria farmaceutica sta investendo molto nella ricerca di prodotti che possano venire utilizzati al posto dei farmaci, così da ridurne l’uso eccessivo, ma ci tiene a rimarcare il fatto che deve essere il medico a consigliare l’uno o l’altro, in base alle patologie del paziente. Secondo la legislazione italiana ed europea, gli integratori sono considerati alimenti e non farmaci. Devono rispettare criteri severi di etichettatura e di pubblicità: non possono, per esempio, affermare che servono per curare le malattie, ma solo che possono contribuire a una migliore qualità della vita insieme a una dieta bilanciata. Ma perché abbiamo così tanta fiducia nella loro efficacia?

Questa storia inizia nel 1912, quando il biochimico polacco Casimir Funk inventò il termine “vitamina” per indicare un elemento il cui deficit nell’organismo causava malattie, invece di uno estraneo che invadeva il corpo. Un anno dopo, il biochimico americano Elmer Vernon McCollum isolò e identificò il “fattore liposolubile A”, conosciuto poi come vitamina A. Negli anni successivi, Funk identificò le vitamine B e C contro il beriberi e lo scorbuto e McCollum, insieme alla collega Nadia Simmons, scoprì la vitamina D contro il rachitismo. Sul mercato iniziarono a comparire i primi prodotti e, nel 1916, le Mastin’s Yeast Vitamon Tablets erano le più vendute con introiti di un milione di dollari al mese.

pubblicità Mastin's vitamon tablets
Pubblicità delle Mastin’s Vitamon Tablets

Mastin non era un medico: le sue pillole contenevano le vitamine A, B e C, oltre a ferro, calcio e fosforo, e venivano pubblicizzate in modo diverso a uomini e donne. Ai primi promettevano vigore e forza fisica, mentre le seconde avrebbero avuto pelle liscia e corpo tonico. Negli anni Venti, la casa farmaceutica Parke-Davis, oggi sussidiaria di Pfizer, lanciò Metagen, il primo multivitaminico contenente i fattori A, B e C, che poteva essere prescritto solo da un medico. La macchina pubblicitaria, però, non poteva essere fermata: le vitamine promettevano di risolvere qualsiasi disturbo, sia fisico che mentale. Erano indicate come rimedi alla costipazione, ai brufoli, alla malnutrizione, alla stanchezza, alla confusione mentale e ai più svariati deficit cognitivi. McCollum e gli altri scienziati della nutrizione cercarono di frenare la circolazione di informazioni inaccurate: le vitamine si dovevano prendere solo in caso di deficit, non servivano a tutti ed era preferibile una dieta equilibrata.

Un report dell’Ufficio di economia domestica del Dipartimento di agraria degli Stati Uniti, nel 1941, fece uscire uno studio dal titolo Are We Well Fed?, nel quale si concludeva che solo poco più di un quarto delle famiglie americane aveva una “buona” dieta e che circa un terzo aveva una “cattiva” dieta. Ciò che emerge dal rapporto, però, è soprattutto altro: le famiglie in svantaggio economico avevano più probabilità di nutrirsi in modo poco sano, soprattutto se vivevano nelle città. Il dibattito che ne seguì non si focalizzò sulle cause che potessero portare a una dieta “cattiva”, ma diede legittimità al mercato degli integratori. Inoltre, si legge nel report, gli alimenti ritenuti di primaria importanza erano i latticini (latte, burro), seguiti da pomodori e agrumi e dalla verdura a foglie, mentre le proteine non venivano considerate la fonte principale di sostentamento (uova e carni venivano conteggiate, ma non i fagioli, per esempio).

Nel 1942, il giornalista Robert W. Yoder coniò il termine “vitamania” per descrivere la seduzione che esercitavano le vitamine sulla popolazione: erano pillole miracolose che bastavano a risolvere tutti i problemi di salute, senza nemmeno sapere cosa ci fosse dentro e contro le opinioni dei medici.

articolo di Robert W. Yoder sulla vitamania
Una pagine dell’articolo di Robert W. Yoder sulla “vitamania”

Dagli anni Quaranta iniziarono a moltiplicarsi i ricorsi in tribunale per via delle informazioni ingannevoli con cui venivano venduti gli integratori (tra le altre, potevano curare il cancro). Nel 1961, l’Ama (American Medical Association) e la Fda (Federal Drug Administration) tennero due conferenze sulle mistificazioni del mercato delle vitamine; l’anno seguente, la Fda introdusse la categoria di “alimenti dietetici speciali” per identificare gli integratori.

La vendita di rimedi miracolosi continua ad affascinare tutt’ora: in questo mercato ci sono aziende che puntano sui pregiudizi contro i farmaci per vendere prodotti che servono a curare qualsiasi disturbo, sia fisico che mentale, proprio come cent’anni fa.

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