C’è un cartone animato di Schoolhouse Rock!, il programma televisivo con cui generazioni di bambini statunitensi hanno imparato nozioni di aritmetica, grammatica, scienze ed educazione civica, che illustra la separazione dei poteri tra i tre rami del governo degli Stati Uniti tramite la metafora di un circo.
I rami del governo sono analoghi a tre piste del circo tra loro distinte. In ogni pista va in scena un numero circense diverso: il presentatore (il presidente, a capo del potere esecutivo), i giocolieri (i membri del Congresso, che esprimono il potere legislativo), i domatori di leoni (i giudici, a cui è affidato il potere giudiziario). Le tre esibizioni sono di eguale importanza e si sorvegliano a vicenda, per assicurarsi che ognuna tenga fede al copione (la Costituzione). Insieme concorrono a offrire al pubblico (il Paese) un unico spettacolo. Se un’esibizione sconfina nella pista di un’altra o viene meno al compito di controllare le altre due, lo spettacolo non produce più lo stesso effetto.
Era la primavera del 1979 quando la rete ABC trasmise il video per la prima volta. Una bambina delle elementari che imparava così il principio dei pesi e contrappesi (checks and balances) alla base della democrazia nel suo Paese era nata più o meno contemporaneamente a una delle sue manifestazioni più limpide: lo scandalo Watergate e il conseguente processo di impeachment al presidente Richard Nixon. Il presentatore smise di attenersi al copione, e domatori di leoni e giocolieri contestarono la sua partecipazione allo spettacolo. Quarantacinque anni dopo, la metafora del circo resiste alla prova del tempo per il motivo opposto: il circo non è solo scenografia ordinata, ma evoca anche la sensazione di caos in corso.
Durante il suo secondo mandato, in continuità con il primo, il presidente Donald Trump sta espandendo il potere esecutivo e minacciando l’integrità del principio di separazione e uguaglianza tra i rami del governo. Chiamati dalla Costituzione ad agire come contrappesi, i rami legislativo e giudiziario inciampano nella crescente politicizzazione intestina, che impedisce di arginare la tracotanza dell’esecutivo con affidabilità ed efficacia.
«Possiamo dire che il nostro sistema democratico è cambiato [e] non possiamo più parlare di tre rami del governo separati ma uguali?», si è chiesto il giornalista Michael Barbaro nel suo popolare podcast The Daily. È un quesito dall’urgenza identitaria che rimbalza con insistenza nel dibattito politico di orientamento democratico. Secondo Doug Spencer, professore ordinario di Diritto costituzionale alla University of Colorado Boulder, non è ancora opportuno rispondere in maniera affermativa. «Il sistema non è rotto, ma fa fatica a funzionare. Il presidente si ferma ancora quando gli viene detto».
Il problema è che per intimare l’alt a Trump non si può più fare affidamento sul Congresso. È al ramo legislativo che i padri costituenti hanno affidato maggiore autorità sul controllo dell’esecutivo; allo stato attuale, però, non è in grado di esercitarla. Da un lato, Senato e Camera sono paralizzati dall’equilibrio di potere quasi equamente diviso tra democratici e repubblicani; dall’altro, diversamente dai colleghi che nel 1973 sostennero il procedimento di impeachment a Nixon, i senatori e deputati repubblicani di oggi non antepongono più l’interesse della nazione a quello del partito.
«Il Congresso è sempre più fazioso. L’ala repubblicana si muove di pari passo con il presidente», commenta Alexander Tsesis, professore ordinario di diritto costituzionale alla Florida State University. «Potrebbero approvare leggi per limitare il potere esecutivo, ma non lo fanno». Rimangono i tribunali con il potere giudiziario. Dei 221 ordini esecutivi che Trump ha firmato nel 2025, un terzo è stato contestato in tribunale. In totale, 358 cause legali sono state intentate contro la seconda amministrazione Trump nel suo primo anno di vita; le corti ne hanno bloccato le iniziative unilaterali, parzialmente o del tutto, in poco più del 40 per cento dei casi.
Non significa però che il ramo giudiziario goda di buona salute. «Anche il [potere] giudiziario è fazioso e sempre più politicizzato», osserva Tsesis. Tra le conseguenze, Spencer individua la perdita di prevedibilità e quindi di efficacia e affidabilità: «I tribunali dovrebbero essere prevedibili, invece continuano a fare dietrofront [ribaltando le sentenze precedenti, ndr] e le cause rimbalzano dall’uno all’altro». Inoltre, ricorda Tsesis, se l’esecutivo ha dilatato i confini costituzionali del proprio potere è anche grazie alla Corte Suprema (oggi a trazione conservatrice) che con la decisione nella causa Trump v. United States del 2024 ha stabilito l’immunità penale del presidente per gli atti ufficiali compiuti nell’esercizio delle sue funzioni.
La Corte Suprema è anche «colpevole», sostiene Spencer, di intervenire sempre prima nel ciclo di vita di una causa contro l’esecutivo: «Invece di rinviarle ai tribunali inferiori, i giudici della Corte Suprema accettano sempre più cause in via emergenziale». I tempi ristretti non consentono di valutarle in profondità. A inizio 2026, in più del 75 per cento delle cause contro l’amministrazione ascoltate dalla Corte Suprema, i giudici si sono espressi a favore di Trump. La sentenza contro i dazi di febbraio 2026 è un’eccezione significativa.
Spencer e Tsesis convengono che la salute precaria dei contrappesi provenga dai rischi inerenti a un sistema politico presidenziale concepito, ironicamente, per proteggere il Paese dalla concentrazione del potere nelle mani di un re come quello da cui i nuovi Stati Uniti si erano affrancati. La questione dei limiti del potere esecutivo non nasce con Trump né finirà al confine costituzionale del suo mandato, neanche se l’opposizione dovesse ottenere la maggioranza al Congresso e in ultimo riprendere la Casa Bianca.
Spencer cita i precedenti di azioni e interventi militari unilaterali di altri presidenti, e sostiene che il rimedio sia inequivocabilmente politico: «Il Congresso deve approvare una legge che chiarisce l’autorità dell’esecutivo». Tsesis avverte che anche un eventuale presidente democratico potrebbe approfittare della dilatazione dell’esecutivo per disfare quanto fatto da Trump, minacciando ugualmente la scenografia ordinata del circo. «Osserviamo una vecchia democrazia che cerca di funzionare nel mondo moderno», dice, «e fa molta fatica».




