Riuscire a seguire i primi mesi della presidenza Trump è un’impresa. Tra ordini esecutivi incostituzionali, dazi prima promessi e poi messi in pausa, per poi essere ancora applicati, e attacchi alla stampa e ai migranti irregolari, la presidenza ha applicato alla lettera la teoria bannoniana di «inondare di roba» il panorama informativo, rendendo difficile giungere a un quadro chiaro degli obiettivi di breve e lungo periodo di un’amministrazione il cui slittamento autoritario è sempre più percepibile. A venirci in aiuto, Buio americano. Gli Stati Uniti e il mondo nell’era Trump, un agile e precisissimo saggio pubblicato per Il Mulino dal professore di Storia internazionale Mario Del Pero.
Buio americano cerca, in due densi capitoli, di fornirci tutte le informazioni più importanti sui primi mesi del secondo mandato di Donald Trump. Si va da un’analisi della politica estera di Trump – in cui la forza viene definita come unico principio ordinatore a cui i soggetti più deboli devono necessariamente adeguarsi – alla radicalizzazione, fino ad arrivare allo slittamento autoritario della politica interna. Il tutto spiegato in modo chiaro e conciso, in modo da essere una bussola per chiunque voglia avere un quadro più chiaro del nuovo trumpismo di governo.
L’analisi più interessante di Del Pero si trova però nel primo capitolo, un preambolo in cui il professore cerca di analizzare come Trump si inserisca all’interno della storia statunitense e come possa aver ottenuto un seguito così ampio. Il tutto parte dall’analisi del modello economico americano come quello del consumo di massa a portata di tutti, senza vincoli né costrizioni, iniziato con la vittoria alleata nella Seconda guerra mondiale e proseguito in modo ancora più sfrenato dall’inizio dell’era Reagan. Spiega Del Pero che la massiccia crescita dei consumi dei cittadini dal 1980 in avanti ha avuto come pilastro il crollo della propensione al risparmio, passato in percentuale al reddito disponibile dal 15 per cento negli anni Settanta allo zero del periodo appena precedente alla grande crisi del 2008. E, secondo lo storico, proprio questa crisi è centrale per comprendere la nascita del trumpismo: la regolamentazione successiva al crollo, necessaria e portata avanti dalla presidenza Obama, ha portato a controlli più stretti per l’accesso al credito, prima alla portata di tutti. Fino a quel momento, ogni cittadino poteva avere accesso a una casa di proprietà, un asset che gli permetteva di consumare a debito, compensando la sempre maggiore diseguaglianza. Sono poi arrivate le regolamentazioni bancarie e infine le delocalizzazioni delle imprese, che hanno eliminato i posti di lavoro nel manifatturiero.
Come si arriva agli Stati Uniti di Trump?
Il voto a Trump si spiegherebbe dunque come un’interdipendenza tra una maggiore vulnerabilità economica (in cui fa breccia la narrazione di un ritorno a un passato edenico, in cui tutti potevano consumare) e il terrore di una perdita di status sociale da parte del mondo bianco. Non va dimenticato che, prima ancora della discesa dalla scala mobile della Trump Tower, il presidente aveva fatto parlare di sé nel mondo politico per aver portato avanti la tesi secondo cui Barack Obama non potesse diventare presidente perché sarebbe in realtà nato in Kenya. Tesi strampalata, ma che ha portato Obama a pubblicare il suo certificato di nascita per zittire le accuse.
In ultimo, Del Pero dà parte della colpa del rinnovato vigore politico della proposta trumpiana a un Partito democratico non all’altezza delle attese, che ha portato avanti temi lontani dall’interesse della maggioranza dell’opinione pubblica. Ne è un esempio il largo peso dato alla possibilità di atlete transgender di competere negli sport femminili, tema di indubbio valore ma che è stato gestito male ed è finito nel tritacarne mediatico. Trump lo ha subito fatto suo, affermando che avrebbe difeso le donne, tanto da promulgare nei primi giorni della sua presidenza un ordine esecutivo dal titolo eloquente: Keeping Men out of Women Sports. Fare i conti con i propri errori, per i democratici, è fondamentale per costruire un’opposizione ai repubblicani odierni: d’altronde, le elezioni di metà mandato di novembre 2026 sono già dietro l’angolo.



