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La precarietà degli educatori professionali

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Ore non pagate, stipendi inadeguati, stress e poca sicurezza: la precarietà è la norma per gli educatori professionali. Chi aiuta le fragilità sociali si trova spesso a vivere nell’ombra, ignorato e sottovalutato

«Mi avevano assegnato un’adolescente che non andava a scuola e che aveva una diagnosi di disturbo dissociativo di personalità. Abitava a trenta chilometri da me, in una zona di bosco priva di copertura telefonica nel raggio di dieci chilometri. In casa si sentivano rumori allucinanti. Il padre a volte era lì, ubriachissimo. Se avessi avuto bisogno di aiuto non avrei potuto chiamare i soccorsi». È la storia di un’educatrice professionale che da anni si occupa di interventi domiciliari. La sua non è un’esperienza isolata: chi svolge il suo lavoro ne accumula diverse, simili a questa. Quando le chiediamo se preferisce rimanere anonima, ci risponde che non fa differenza. «Se mi licenziano finalmente cambio lavoro», ci dice. «Ma tanto non possono farlo: siamo sotto di organico». Un dato che riassume la quotidianità degli educatori professionali, un mestiere spesso indicato come tipo-un-insegnante-di-sostegno o più-o-meno-un-assistente-sociale. E che è un mix di ore di lavoro non pagate, stipendi risicati, stress e mancanza di sicurezza. A regolamentarlo è il Decreto ministeriale 520/1998. Individua un operatore sociale e sanitario che attua progetti educativi e riabilitativi mirando all’acquisizione dell’autonomia e all’inserimento sociale di soggetti fragili. È chiamato a operare in scuole, comunità, istituti penitenziari, Rsa, strutture di aggregazione, centri estivi e anche a domicilio.

La giornata tipo di un educatore full time prevede una mattinata nelle scuole, con progetti di prevenzione (per esempio, educazione all’affettività) o supporto a minori con bisogni educativi. Tra un servizio e un altro non è detto che ci sia continuità. «Magari fai mezz’ora nel prescuola e l’intervento successivo è alle dieci. In mezzo non puoi far nulla», raccontano. E può anche succedere che l’intervento salti all’ultimo momento. «In alcuni casi le ore vengono recuperate e pagate; in altri, perse», spiega un’educatrice emiliana. «Con un utente ho perso cinquanta ore in sei mesi. Mi sono state semplicemente decurtate dallo stipendio». La pausa pranzo «a volte è inesistente. Ci sono riunioni di équipe». Nel pomeriggio, fino all’orario di cena, sono previsti (e non di rado cancellati) incontri domiciliari richiesti da giudici con decreti esecutivi, volti al sostegno e alla valutazione di famiglie a rischio. «Al momento abbiamo venticinque casi non assegnati e siamo quindi inadempienti. Ma noi dipendenti abbiamo il contratto pieno e difficilmente arrivano nuovi colleghi», indica un’educatrice di una cooperativa bresciana, convinta che la mancanza di organico sia dovuta alle condizioni lavorative ed economiche. A volte il lavoro continua in serata, con laboratori o supervisioni di gruppo.

C’è chi ogni giorno fa numerosi chilometri in auto per spostarsi tra le strutture in cui opera, in comuni anche molto distanti tra loro. Ad alcuni la benzina non viene rimborsata; ad altri non viene pagato il tempo che passano in auto. In alcuni casi, guidano a titolo gratuito per più di due ore al giorno. Una quotidianità precaria per la quale, peraltro, è richiesto un titolo di laurea.

Gli educatori operano per conto di cooperative sociali, in due inquadramenti: D2 per chi ha il titolo di laurea L-19 (o equipollente) e D1 per chi non lo ha. «Ma, nei fatti, il D1 è una forma di contratto non reale. Si  svolgono le stesse mansioni», racconta Davide Davoli, sindacalista che opera a Reggio Emilia. «A volte si assumono D1 nonostante i titoli per D2. In altri casi, il contrario». A prescindere da D1 o D2, gli operatori non si sentono adeguatamente formati. «Laurea o certificati non hanno a che vedere col lavoro sul campo», spiega l’educatrice emiliana. «Veniamo lanciati dal coordinatore e dai servizi sociali territoriali come panacea di tutti i mali». Spesso in solitaria. «Ho portato un uomo con dipendenza da alcol a un incontro protetto. Quattro ore di viaggio. Da sola», continua. «Ho dovuto chiamare i carabinieri ogni volta che entravo in una certa casa», ricorda un’altra educatrice. «Una volta il figlio ha puntato un coltello contro la madre». Davoli suggerisce di far emergere queste problematiche in modo formale. «Il sindacato manda una pec e indica il pericolo. Questo fa sì – e di solito funziona – che la persona responsabile ricordi il rischio di doversi prendere la propria la responsabilità». Ma sostiene che per risolvere il problema «bisogna sindacalizzarsi. Se la richiesta proviene dal dipendente, lo sostituiscono con uno che non dà fastidio».

C’è chi riceve buoni per la benzina, chi per il supermercato, ma lo stipendio resta non commisurato alla difficoltà della mansione. «Sono 1200 euro con  straordinari non pagati», dice un educatore a tempo pieno. «Sono sotto la soglia di povertà italiana», indica il sindacalista. Il Comune pubblica bandi e a vincere è la cooperativa che offre meno. «L’educazione ha solo manodopera. Quindi si risparmia su quella», aggiunge. La pensione, ovviamente, va di pari passo. Il tema affianca quello del lavoro estivo. «Gli insegnanti hanno contratto statale e a giugno, alla chiusura delle scuole, il loro stipendio è pagato. Quello degli educatori invece no, operando questi per i privati», continua Davoli. «I Comuni dovrebbero garantire bandi per l’anno solare, non solo per quello scolastico». Problemi che emergono anche durante le festività. «Devi usare le tue ferie», aggiunge. «Sempre che tu ne abbia. Come se non bastasse, a volte le amministrazioni non comprendono il valore del loro operato. «Non è che sono cattivi, è che non sono pedagogisti».

Se dopo questo spaccato qualcuno si domandasse perché gli educatori non si licenziano, la risposta è che alcuni, estenuati, lo fanno. Altri lo definiscono «il lavoro più bello del mondo», seppur con dubbi sulla propria permanenza. «Mi piace, mi sfida ed è formativo. Però si può fare a trent’anni, non a cinquanta. A cinquanta non hai le energie per sostenere le modalità in cui è strutturato», dice una di loro. «Quando lo fai ti rendi conto dell’importanza che ha. Però è logorante», racconta un’altra. «Quando dovevo mandare relazioni per il tribunale non dormivo la notte per il peso della responsabilità che avevo sulla vita delle persone». Insomma, una realtà di operatori che con dedizione sostengono le difficoltà delle vite altrui. Le loro, invece, sembrano puntualmente ignorate.

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